di Carmine De Pascale
L’uccisione di Alex Jeffrey Pretti, trentasettenne infermiere di terapia intensiva, avvenuta il 24 gennaio a
Minneapolis durante un’operazione dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), l’agenzia federale incaricata di applicare le leggi sull’immigrazione, non è un episodio isolato né un incidente confinato al Minnesota. È il punto più visibile di una crisi nazionale che coinvolge l’ICE in molte città americane, dove le operazioni federali stanno alimentando tensioni crescenti, proteste diffuse e un dibattito politico sempre più incandescente. Le ultime notizie indicano che il presidente Donald Trump avrebbe deciso di sostituire Greg Bovino, figura centrale e controversa di questa stagione di enforcement aggressivo.
La scena – sei agenti incapaci di immobilizzare un uomo disarmato, in un crescendo di goffaggine e brutalità – ha colpito l’opinione pubblica non solo per la violenza, ma per l’incompetenza. Una miscela che molti osservatori considerano la conseguenza diretta di un reclutamento accelerato, guidato più da criteri politici e identitari che da reali competenze professionali. L’ICE, negli ultimi anni, ha ampliato il proprio organico a ritmi tali da sacrificare la qualità della formazione, ridotta a un addestramento rapido, insufficiente, spesso più orientato alla disciplina muscolare che alla gestione ordine pubblico.
Le retate nei quartieri latini, l’uso di agenti in assetto militare contro manifestanti disarmati hanno alimentato la percezione di una deriva autoritaria in atto, in cui la sicurezza diventa il pretesto per erodere diritti civili fondamentali.
Le piazze americane si stanno riempiendo di nuovo, ma l’atmosfera non è quella delle marce rituali: è densa, elettrica, quasi pre-insurrezionale. Da Minneapolis a Portland, da Chicago a Philadelphia, migliaia di cittadini stanno scendendo in strada contro l’ICE, percepita sempre più come un braccio armato di un potere federale che ha smarrito il senso del limite. Le immagini che circolano mostrano cortei notturni, blocchi stradali, sit-in davanti ai centri di detenzione, ma anche scontri duri con le forze dell’ordine, gas lacrimogeni, arresti mirati di attivisti.
Un clima culturale che legittima l’eccesso
Il problema non è solo tecnico, è culturale. L’ICE opera in un contesto politico in cui la retorica della sicurezza è diventata un linguaggio che premia la durezza e marginalizza la professionalità. In questo clima, la violenza non è più un fallimento: è un’opzione prevista, talvolta persino incoraggiata.
A Minneapolis, questo clima ha trovato un interprete emblematico nella figura del direttore locale dell’ICE, Greg Bovino. Diverse inchieste giornalistiche e testimonianze interne – riportate da media statunitensi – descrivono un dirigente che, secondo i suoi critici, avrebbe promosso una visione fortemente ideologizzata del ruolo dell’agenzia, enfatizzando un approccio conflittuale e identitario alla sicurezza. Alcuni osservatori sostengono come questa impostazione abbia contribuito a creare un ambiente operativo in cui l’aggressività è percepita come un valore e non come un rischio.
Non si tratta di attribuire responsabilità penali o morali senza prove, ma di riconoscere che la cultura di un’istituzione è plasmata dai suoi vertici. E quando i vertici adottano un linguaggio polarizzante, quando premiano la fedeltà ideologica più della competenza, quando tollerano comportamenti borderline, il risultato è un corpo operativo che si sente autorizzato a spingersi oltre.
Un Paese attraversato da operazioni federali sempre più invasive
Le operazioni dell’ICE non si limitano al Minnesota. Negli ultimi mesi, task force federali hanno agito in diverse città considerate “santuari”, come Chicago, Portland e Denver, con modalità spesso contestate da amministrazioni locali e associazioni per i diritti civili. Secondo vari osservatori, l’ICE ha assunto un ruolo quasi para-militare, intervenendo con equipaggiamenti pesanti, irruzioni improvvise e arresti di massa.
In Minnesota, la situazione è esplosa perché la tensione era già altissima: prima l’uccisione di Renee Nicole Good, cittadina statunitense, avvenuta il 7 gennaio a Minneapolis, quando è stata colpita da diversi colpi di pistola sparati da un agente dell’ICE. Poi quella di Alex Pretti, entrambe contestate e smentite da video e testimonianze.
Ma la stessa dinamica – operazioni rapide, scarsa trasparenza, uso della forza – si ripete in altre città, alimentando la percezione di un’agenzia fuori controllo.
Greg Bovino: il “Comandante” dalle radici calabresi
Per capire la deriva attuale dell’ICE, bisogna guardare alla figura che ne ha incarnato l’approccio più duro: Gregory “Greg” Bovino, comandante della Border Patrol e coordinatore delle operazioni ICE in molte città americane.
Gli articoli e i profili pubblicati negli ultimi giorni tracciano un ritratto complesso:
Origini e formazione:
- nato nel 1970 in North Carolina, Bovino ha radici profonde nel Sud Italia. I suoi nonni emigrarono dalla Calabria, dal comune di Aprigliano in provincia di Cosenza, nel 1909;
- Entrato nella Border Patrol nel 1996, ha scalato rapidamente i ranghi fino a diventare comandante “at-large”, cioè adibito a missioni speciali;
- negli ultimi anni è diventato il volto operativo delle grandi retate urbane, guidando task force federali in assetto da combattimento nelle cosiddette “città santuario”.
Stile operativo e controversie:
- le sue dichiarazioni pubbliche hanno spesso difeso gli agenti anche in casi poi smentiti da video e ricostruzioni indipendenti.
- in Minnesota ha sostenuto che le operazioni erano “legali, etiche e morali”, nonostante le accuse di profiling e violenze.
La svolta politica: la sostituzione
Trump ha deciso di rimuovere Bovino dal comando delle operazioni a Minneapolis, sostituendolo con Tom Homan, all’anagrafe Thomas Douglass Homan, figura storica dell’apparato anti-immigrazione. La decisione arriva dopo giorni di proteste, pressioni politiche e sondaggi in calo, che avrebbero convinto la Casa Bianca a rivedere la strategia.
Homan è un ex poliziotto con la fama di uomo duro, 64 anni, ha una laurea in Tecnologia e Giustizia Criminale e alle spalle oltre trent’anni di carriera nelle forze dell’ordine. Nel 2024, Trump lo ha scelto per guidare il piano di “espulsioni di massa” di circa 11 milioni di immigrati irregolari. Il suo invio in Minnesota, in un contesto segnato da forti tensioni, rappresenta un segnale politico netto: la Casa Bianca intende confermare la strategia della tolleranza zero sull’immigrazione, affidandosi ad una delle figure più intransigenti.
Un paese davanti allo specchio
I casi Renée Good e quello di Alex Pretti, la figura di Bovino e la decisione di Trump di cambiare la guida delle operazioni non sono episodi isolati con Homan altrettanto rigido e severo, sono il riflesso di un Paese che fatica a trovare un equilibrio tra sicurezza e diritti, tra controllo e democrazia.
L’ICE, nato dopo l’11 settembre come strumento di protezione nazionale, si è trasformato in un attore politico, capace di influenzare il clima sociale e di polarizzare il dibattito pubblico. Le sue operazioni, sempre più visibili e controverse, stanno ridefinendo il rapporto tra cittadini e istituzioni.
Una domanda che non può più essere rimandata.
L’America deve decidere quale modello di sicurezza vuole adottare:
- uno fondato sulla professionalità, sulla trasparenza e sulla responsabilità
oppure
- uno che continua a premiare la forza bruta, l’ideologia e l’impunità.
La risposta non riguarda solo l’ICE. Riguarda il futuro stesso della democrazia americana.

