Palestine Action è una rete di azione diretta che in Gran Bretagna ostacola il commercio di armi israeliane e ogni operazione anti-umanitaria del governo israeliano. Pochi mesi fa alcuni ministri di Sua Maestà avevano proscritto Palestine Action come “organizzazione terroristica“, parificandola addirittura ad al-Qaeda e Hezbollah. Invece l’Alta Corte di Londra ha appena stabilito che simile associazione è “sproporzionata”.
Questa storica decisione rappresenta una sconfitta per il governo di Sir Starmer, che si è subito impegnato a contestare la decisione in Corte d’Appello.
Nonostante la sentenza, la Corte ha affermato che il gruppo resta proscritto in attesa dell’appello, e la polizia mette tutti in guardia sulla probabile “confusione” dell’opinione pubblica sul fatto che sostenerlo resti un reato.
I ministri avevano giustificato l’uso dei propri poteri antiterrorismo per bandire il gruppo e contrastare ciò che definivano “una minaccia alla sicurezza nazionale”.
E invece la decisione dell’Alta Corte riporta Palestine Action fuori dall’alveo dei presunti terroristi, e sostiene chi invece afferma che il divieto imposto a Palestine Action ha avuto un “impatto agghiacciante” sui diritti di protesta e sulla libertà di espressione dei cittadini britannici in merito alla crisi di Gaza.
Il divieto aveva reso il solo fatto di appartenere o anche solo invitare a sostenere l’organizzazione un reato grave, punibile fino a 14 anni di carcere. Da allora oltre 2.780 persone sono state arrestate per aver espresso sostegno al gruppo.
Centinaia sono stato incriminati, per lo più ai sensi dell’articolo 13 del Terrorism Act: un reato minore che prevede un massimo di sei mesi di carcere, per attività alquanto banali come esporre cartelli o indossare magliette.
Scotland Yard ha affermato che gli agenti continueranno a “identificare” i reati “in cui viene espresso sostegno a Palestine Action”, ma si concentreranno “sulla raccolta di prove di tali reati e delle persone coinvolte per fornire opportunità di applicazione in un secondo momento, piuttosto che effettuare arresti sul momento”. Le forze dell’ordine hanno affermato che questo è “l’approccio più proporzionato che possiamo adottare”.
Riguardo ai casi già in corso contro persone arrestate e incriminate per aver espresso sostegno a Palestine Action, il Crown Prosecution Service ha dichiarato:
“Il governo ha deciso di presentare ricorso contro una sentenza sfavorevole, e ora spetta al tribunale decidere se i casi proseguono o vengono rinviati”.
Alla domanda su cosa accadrebbe se altre persone fossero arrestate prima dell’esito dell’appello governativo, il CPS ha risposto: “Il tribunale ha chiarito che il divieto rimane in vigore e, pertanto, dovremo applicare la legge se la polizia ci inoltrerà nuovi fascicoli“.
La sfida al governo è stata lanciata dalla co-fondatrice di Palestine Action, Huda Ammori, col sostegno di Amnesty International e Liberty.
Gli avvocati governativi hanno sostenuto che il diritto a manifestare “in generale” a favore della Palestina non è pregiudicato dalla proscrizione, nonostante le attività di Palestine Action superino la soglia legale delle norme anti-terrorismo.
Tuttavia, nella sentenza di venerdì scorso un collegio di tre giudici guidati da Victoria Sharp, presidente della King’s Bench Division, ha stabilito che il ricorso di Ammori è stato accolto per due motivi legali.
Il primo: la decisione di proscrivere costituiva un’interferenza “sproporzionata” rispetto alla libertà di espressione e al diritto di protesta. Il secondo: la decisione, approvata dal parlamento, non era coerente con la politica del governo in materia di proscrizione.
I giudici hanno affermato che Palestine Action “promuove la sua causa politica attraverso la criminalità e l’incoraggiamento alla criminalità”. Ma “un numero molto limitato di sue azioni si è rivelato un atto terroristico”.
Infine, la corte ha affermato che “la natura e la portata delle attività di Palestine Action non hanno raggiunto il livello, la portata e la persistenza necessari a giustificare le conseguenze della proscrizione”. E i giudici hanno aggiunto:
“Siamo convinti che la decisione di proscrivere Palestine Action sia stata sproporzionata”.
In tutta risposta, il Ministro degli Interni Shabana Mahmood ha dichiarato di voler “impugnare questa sentenza in Corte d’Appello”. “Nutro il più profondo rispetto per la nostra magistratura”, ha affermato. “I Ministri degli Interni devono, tuttavia, mantenere la capacità di agire per proteggere la nostra sicurezza nazionale e garantire la sicurezza pubblica“.
Huda Ammori ha dichiarato: “Questa è una vittoria monumentale sia per le nostre libertà fondamentali qui in Gran Bretagna sia per la lotta per la libertà del popolo palestinese, che annulla una decisione che sarà per sempre ricordata come uno degli attacchi più estremi alla libertà di parola nella storia britannica recente”. Ha pure affermato che sarebbe “profondamente ingiusto da parte del governo cercare di ritardare o bloccare l’ordinanza proposta dall’Alta Corte di annullare questo divieto, mentre il futuro di queste migliaia di persone è in bilico“.
Noi, Intanto, abbiamo la legge 80/2025 che resta in piedi nonostante il parere contrario di Corte Costituzionale e ONU.

