Di Alessandro Palumbo
Dopo una lunga e perigliosa gestazione il Parlamento è arrivato ad approvare l’abrogazione del reato di abuso di ufficio.
La riforma della giustizia enunciata dal ministro Nordio procede a piccolissimi passi e anzichè secondo un progetto unitario di revisione completa e di ammodernamento con singoli provvedimenti.
L’abuso d’ufficio, un reato come più volte detto estremamente fumoso,con la caratteristica di essere talmente elastico da consentire interventi delle procure vasti, penetranti e il più delle volte assolutamente pretestuosi, tanto che per il 95% dei casi finiva per concludersi con assoluzioni o addirittura archiviazioni, questo però dopo anni e soprattutto dopo aver distrutto vita e carriera politica a chi vi rimaneva coinvolto.
L’unico scopo che in realtà ha raggiunto, oltre a quello di intasare i tribunali inutilmente,era quello di rallentare se non bloccare l’attività amministrativa dei sindaci o comunque degli amministrator,i costretti ad agire con la spada di Damocle di una incriminazione capziosa; se poi aggiungiamo la norma della legge Severino che prevede la decadenza in caso di condanna in primo grado abbiamo la misura completa dei disastri che l’applicazione di questa fattispecie di reato ha di fatto provocato.
Non a caso i sindaci di tutte le forza politiche ne chiedevano l’abrogazione o la ridefinizione da più di un decennio.
Revisione o abrogazione bloccata da una cultura populistica e moralistica frutto di una visione illiberale e antipolitica che ancora oggi condiziona le forze politiche.
La notizia è quindi sicuramente positiva, aspettiamo ora di capire se anche la legge Severino verrà ricondotta alla civiltà giuridica con la previsione di decadenza solo alla condanna definitiva.
Ma le notizie positive finiscono qui per quanto ci riguarda, perchè anche in questa occasione la sinistra ha dimostrato di inseguire ancora una visione giustizialista, attestandosi su una battaglia illiberale e anzichè accettare la sfida e collaborando ad una revisione concordata arrivando magari ad un compromesso, come succede nelle democrazie avanzate soprattutto intemi cosi delicati ha preferito ua battaglie di petto.
Per fortuna il terzo polo, o quello che rimane, non si è associato a questa posizione, dimostrando con coraggio che sulle battaglie di civiltà ci può e ci deve essere una visione trasversale.
La cosa più distopica è che la dirigenza del PD ha condotto questa battaglia contro i suoi stessi amministratori, i sindaci del PD hanno infatti salutato questa abrogazione come una vittoria e una liberazione.
Questo fatto ci interroga sulla sinistra e soprattutto sul partito più rappresentativo il PD, un partito che privo di una identità e di una linea politica (come si è visto sulla vicenda Ucraina, che è significativa della subalternità della Sclhein ai 5 stelle ) ha abbandonato quella che rimane la sua ultima forza, la presenza sul territorio di tanti bravi amministratori che anzichè inseguire le fumisterie della loro segreetaria compiono un lavoro concreto affrontando quotidianemente i problemi dei cittadini con una visione pragmatica e laica.
Questa frattura è un elemento grave che allontana sempre di più la dirigenza del PD non solo da una cultura di civiltà giuridica, ma anche dagl iultimi suoi baluardi territoriali ponendo alle forze di sinistra liberale un serio problema.
Rimane quindi ancora lunga la battaglia per la riforma della giustizia rendendola più garantista e più giusta, e rimane purtroppo ancora lunga la battaglia per una sinistra meno forcaiola e piu attenta ai territorio e meno attenta alle fumisterie e meno propensa a rincorrere il populismo e il trasformismo che sembra caratterizzare questo famoso e fumoso campo largo che rischia di essere un campo santo e anche stretto.
Per ora accontentiamoci di aver ridotto gli abusi sull’abuso di ufficio.
“il capolavoro dell’ingiustizia è di sembrare giusto senza esserlo”
Platone

