Segue da qui Potrà sembrare un dettaglio da poco, ma a me ha fatto specie. Passare dalla parola “eguaglianza” alla parola “discriminazione” è un forte passo in avanti in termini di presa di coscienza. Indica che non è una mera questione di differenze, è un atto di volontà.
Ancora più interessante è che, nell’assemblea di New York nel 1979 con l’istituzione del CEDAW, si sia definito un vero e proprio piano di lavoro cui Nazioni Unite e singoli Stati devono attenersi.
Viene istituito un Comitato per l’Eliminazione della Discriminazione nei Confronti della Donna (art.17); gli Stati devono presentare al Segretario Generale delle Nazioni Unite un rapporto sulle misure attuate, uno nell’anno seguente all’entrata in vigore e successivamente uno ogni quattro anni (art.18); il Comitato si riunisce ogni anno (art.20) e rende conto ogni anno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, attraverso il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, delle sue attività (art.21).
E fino qui tutto chiaro, una perfetta spirale burocratica di apparati e cariche altisonanti atte al perfetto svolgimento del protocollo e, auspicabilmente, al raggiungimento del fine.
In Italia è entrato in vigore nel 1985 e il primo rapporto è stato presentato il 10 luglio 1986 quando ancora mancavano dieci anni perché lo stupro fosse dichiarato reato contro la persona e non contro la moralità pubblica e il buon costume (Legge 66 del 15 febbraio 1996). Il giorno che vorrò farmi un po’ di male serio mi andrò a leggere anche tutti questi rapporti fatti dall’Italia, otto pare, ultimo nel 2024. Per fortuna sto facendo fatica a reperirli tutti quindi posso permettermi di desistere.
Ho trovato però che fosse indispensabile soffrire un pò subito sebbene moderatamente, cercando l’elenco degli Stati che hanno ratificato il CEDAW: mi è venuto in mente Khalil Gibran “tanto più a fondo scava il dolore, tanta più gioia può contenere”. In effetti in un certo modo è atrocemente esilarante. Mi limito a prendere un solo dato come riferimento, le mutilazioni genitali femminili (MGF).
Secondo il recente rapporto UNICEF Female Genital Mutilation A Global Concern del 2024 in cima alla classifica si trova la Somalia col 99% delle donne tra i 15 e i 49 anni che hanno subito MGF. Seguono Guinea (95%) Djibouti (90%) Mali (89%) Egitto e Sudan (87%) Sierra Leone ed Eritrea (83%) Gambia (73%) Etiopia (65%) Mauritania (64%) Burkina Faso (56%) Guinea Bissau (52%). Resta integra almeno metà della popolazione femminile invece in Costa d’Avorio, Ciad, Liberia, Senegal, Repubblica Centrafricana, Yemen, Nigeria, Kenya, Maldive, Benin, Tanzania, Iraq, Togo, Ghana, Niger, Camerun, Uganda.
Bene, ma non benissimo: eccetto gli Stati in grassetto, tutti gli altri sono firmatari del CEDAW. Il giorno che vorrò proprio sfidare la morte mi andrò a leggere i rapporti che questi Stati hanno presentato al Comitato ogni quattro anni.
Per continuare il racconto sui macro sistemi, nel 1993 si arriva alla Dichiarazione e Programma d’Azione di Vienna e alla Dichiarazione sull’Eliminazione della Violenza contro le Donne sempre ad opera dell’Assemble delle Nazioni Unite. E qui finalmente si passa dalla parola “discriminazione” alla parola “violenza”. C’è voluto dal 1948 al 1993 per chiamare una cosa col proprio nome. E mi fa sorridere che siano proprio 45 come i miei anni adesso. Qualcuno le chiama “coincidenze” qualcun altro invece “sincronicità”. Io le sento come il soffio della vita che respira.
Va citata poi la Conferenza Mondiale di Pechino nel 1995 e con rispetto a quanto successo nel mondo nel frammezzo, inizio a restringere il campo passando direttamente al 2011 e alla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla Prevenzione e la Lotta alla Violenza contro le Donne e la Violenza Domestica meglio nota come Convenzione di Istanbul.
Ora, questo documento è preso ad emblema da chi si interessa all’argomento, ma io lo trovo un po’ ostile. Voglio dire, ci sarà pure stata una concreta ragione burocratica per la quale fosse necessario che, nonostante i precedenti Trattati, fosse l’Europa sovranazionale a imporre direttive alle singole Nazioni per affrontare il problema. E va bene. Ma quel cammino che era iniziato nel 1948 con la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e che ha continuato sviluppandosi con altre Conferenze e Dichiarazioni passando attraverso le parole eguaglianza – discriminazione – violenza qui si arresta di colpo.
A me fa rabbrividire leggere nel preambolo parole quali “riconoscendo che la violenza contro le donne è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi…” e di seguito “la natura strutturale della violenza contro le donne, in quanto basata sul genere…” in ultimo “uno dei meccanismi cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata”.
La violenza di genere non è una questione di genere. A meno che non sia orfano, figlio unico, single, senza figlie/nuore/nipoti e totalmente asociale, un uomo che commette violenza ha comunque donne attorno. Nel mio caso di donne io ne conto almeno otto che sostengono l’Orco. Testimoni anche presenti alle aggressioni, esse negano, mentono, si accordano su cosa dire, è una vera e propria associazione a delinquere visto che è di fronte a un Giudice che lo fanno adesso, non più solo a me. Vogliamo altrimenti parlare di quante madri hanno coperto i figli colpevoli di assassinio? Quante donne sono le prime a performare e trasmettere il modello patriarcale passivo – aggressivo? Sono le donne che praticano l’infibulazione.
Nemmeno sulla parola “femminicidio” sono d’accordo. E’ un paradosso perché nel voler specificare una qualità, la parola diventa essa stessa una discriminante. Non voler usare la parola omicidio per una donna uccisa ha senso quanto non voler più usare le parole Homo Erectus o Homo Sapiens per indicare i nostri antenati.
Si trasmette questa forte contrapposizione tra uomini e donne che appunto è un paradigma che esiste solo e perché viene insegnato. Non tutte le donne che lo vivono è perché lo subiscono e non tutti gli uomini che ci circondano sono schierati contro di noi.
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1 commento
La goccia d’acqua che a fatica si faceva strada nella roccia che la derideva le disse:
Non ridere è questione di tempo prima o poi ti attrversero’