Di Edoardo Crisafulli
Ormai il lessico politico è consunto, logoro, sfrangiato: tutte le parole gravide dei significati definiti scientificamente dai dizionari e dagli studiosi vengono stiracchiate di qua e di là, al pari di un abito che si vuol far indossare a tutti, a prescindere dalla taglia. Così spuntano come fili d’erbaccia dopo la pioggia torme di fascisti redivivi e di regimi fascisti; l’Apartheid, poi, è diffusissimo, ma solo nelle nazioni che abbiamo in ‘gran dispitto’; e ogni guerra (che, in effetti, è per definizione criminale) genera sempre e indistintamente pazzeschi crimini contro l’umanità, sicché è impossibile distinguere fra un leader democratico e un dittatore: un Churchill e un Hitler sono fatti della stessa pasta. Presto non saremo più in grado di nominare le cose con il loro vero nome: se tutti sono fascisti, nessuno lo è davvero. Intendiamoci: la propaganda è antica quanto il mondo civilizzato, ma durante la Seconda Repubblica essa era confinata quasi interamente alle campagne elettorali. Poi, certo, l’epiteto “fascista”, quello sì che andava per la maggiore anche nei momenti di calma… A sentire una certa sinistra barricadiera, ho incontrato più fascisti io – classe 1964 – che non mio padre, classe 1931.
Senonché oggi domina l’iperbole: la comunicazione politica è sopra le righe, esagerata, assomiglia ai movimenti del cuore in fibrillazione. E, molto spesso, veicola menzogne belle e buone. Ovvero: manipolazioni. Siamo immersi fino al collo in una palude il cui fetore rischia di farci collassare: è la post-verità, filosofia schizofrenica dei nostri tempi. I social media, incoraggiando la semplificazione, sono un brodo di coltura perfetto per la post-verità: antiche tecniche propagandistiche hanno avuto un ritorno di fiamma. Ricordiamo la nazione che, oltre a capolavori letterari di cui le siamo grati, ha forgiato la più spregiudicata ed efficace fabbrica delle menzogne: la Russia. Prima in epoca zarista, si pensi al terribile “Protocollo dei Savi di Sion”, libello antisemita inventato di sana pianta dalla polizia segreta russa su input dall’alto – libello graditissimo ai nazisti. Poi in epoca bolscevica, nel “secolo breve”, quando Lenin e Stalin perfezionarono con perfidia il lascito repressivo zarista.
La tecnica manipolatoria è semplice, richiede solo molta pratica: un termine inizialmente neutro, o addirittura positivo, viene associato a una categoria esecrata, così si ottiene la formula chimica dell’infamia, ad esempio “social-fascista”. I linguisti direbbero che questa propaganda mira a creare collocazioni fisse, sul genere “rabbia cieca” o “discussione accesa”, in modo che appaia naturale una certa associazione, che invece è del tutto arbitraria o ideologica. L’alchimia dell’odio richiede un martellamento ossessivo, affinché le due molecole si saldino: i propagandisti bolscevichi ripetevano in ogni occasione utile sintagmi del tipo “social-fascista” e “social-traditore”. Quando non avevano a disposizione un sostantivo o un aggettivo spregiativo di per sé (= fascista, traditore, opportunista), caricavano di negatività la parola a loro invisa rendendola oggetto di scherno e riprovazione. Ecco che “riformista”, “social-democratico”, “revisionista” vengono trasformati in insulti nel vocabolario marx-leninista. Qual è il sinonimo di riformista? Semplice: opportunista. Il sinonimo di social-democratico? Traditore. Il sinonimo di “revisionista”? Rinnegato. Trasformati in insulti, questi termini attirano a loro volta, come una calamita, aggettivi spregiativi; si formano così collocazioni fisse, quasi modi di dire, che rafforzano la condanna: “vile social-democratico”, “bieco revisionista” ecc. Nello stesso solco, era prassi politicamente e linguisticamente corretta legare il nome del leader odiato all’aggettivo che lo s/qualifica: “il rinnegato Kautsky”, “il social-fascista Turati”, “l’opportunista Saragat”, il “revisionista Bernstein”, “il social-democratico Craxi”.
Impossibile, a quel punto, dissociare il leader stigmatizzato dall’aura nera dell’infamia. L’aggettivo spregiativo, insomma, ti si si appiccica come il catrame, e non te lo togli più di dosso. Così viene creata una realtà simbolica che si sovrappone al mondo reale, fino ad oscurarlo. Perché, in verità, i social-democratici e i riformisti erano figure positive: volevano una società giusta, e al tempo stesso libera, ma senza ricorrere alla violenza rivoluzionaria. I nazisti appresero la tecnica propagandistica brutalmente efficace dei bolscevichi. La frase attribuita a Goebbels, Ministro della propaganda del Reich, pare presa di peso da un manuale per il militante bolscevico: “ripetuta un milione di volte, una bugia diventerà una verità”. Come si giustifica ciò? Semplice: esiste una sola verità, quella del partito marx-leninista, rivoluzionario. Qualsiasi menzogna è lecita per combattere la borghesia corrotta e sfruttatrice, che è anche bugiarda per definizione. Molti intellettuali di sinistra, sedicenti critici, si sono fatti irretire da questo genere di propaganda, l’invettiva, che annichilisce lo spirito critico, la ragione, il confronto pacato. Purtroppo oggi la Russia attinge a piene mani a quel repertorio aberrante, in tal modo viene rinverdita un’antica tradizione, dedita a stravolgere la semantica corretta, quella che trovi nei migliori dizionari: il patriota ucraino (= colui o colei che ama il proprio Paese) viene ribattezzato come “nazionalista” (= un sopraffattore, un nemico della sovranità altrui) oppure un “nazista”. Peccato che una certa sinistra non abbia perso il vizio bolscevico: il terrorista criminale che stupra e tortura donne ebree e rapisce o uccide bambini ebrei in terra Israele diviene un “patriota” esemplare o un “partigiano della nuova Resistenza”.
Grazie alla propaganda martellante dei russi e dei filo-putiniani, il termine “nazista” ha quasi rimpiazzato il vecchio insulto: “fascista”. Gli ucraini sarebbero in blocco o in massima parte nazisti. Chi lo certifica. Putin, no? Quindi è vero. Nell’infosfera della post-verità, ogni cognizione storica e logica salta per aria: ognuno afferma la propria verità, e chissenefrega se questa contraddice i fatti: gli americani sono filo-ucraini? Allora è ovvio che abbiano simpatie naziste (sic!). Gli ucraini, in Galizia, hanno statue dedicata a Bandera, il “nazionalista” che negli anni Trenta flirtava con i nazisti? Ovvio che siano tutti nazisti. Affinché questa tecnica propagandistica scandalosa funzioni, è essenziale abolire ogni dibattito e ogni riferimento storico basato sulla storiografia scientifica. Che Bandera non fosse uno stinco di santo lo sappiamo bene, ma l’apologetica filo-putiniana sorvola sul fatto che i bolscevichi, nel 1939, si erano spartiti la Polonia con Hitler (Patto Molotov-Ribbentrop) e avrebbero realizzato di lì a poco il primo grande massacro contro inermi ufficiali, politici, giornalisti, intellettuali polacchi: oltre 20.000 ne furono trucidati nelle fosse di Katyn, nel 1940. Molte altre vittime civili si aggiunsero negli anni successivi, nei lager sovietici. Se la manipolazione storica non riesce (i sovietici, fino all’avvento di Gorbaciov, negarono ogni responsabilità negli eccidi dei poveri polacchi), vi sono metodi più efficaci, benché disumani: il dittatore di turno ti spedisce in galera se osi chiamare la sua guerra di aggressione con il suo nome: guerra. Il leader maximo, Putin, ha sentenziato: quella condotta con brutalità in Ucraina altro non è che un’operazione speciale. Eccola, la verità nell’epoca della post-verità.

