Non voglio ripetere le premesse che immagino i miei 12 lettori conoscano: le mie storiche simpatie per Israele, il riconoscimento delle sue ragioni storiche, la legittima reazione alla strage barbara compiuta da Hamas il 7 ottobre del 2023 e anche il rifiuto netto della tesi dei movimenti pro Pal che proclamano la Palestina “dal fiume al mare”, cioè l’eliminazione del legittimo (istituito dall’Onu nel 1947) stato di Israele. Da rifiutare anche, ma forse si tratta di un dettaglio, la parola genocidio (eccidio di una razza) a proposito dei massacri di Gaza giacché più di due milioni di palestinesi vivono in Israele con gli stessi diritti degli altri. Vero, verissimo. Ma il dramma di Gaza non c’entra con tutto questo, anzi scolorisce, e forse tende a cancellare tutto quello che ho riconosciuto. Il vero responsabile di questa carneficina si chiama Netanyahu e la svolta é avvenuta nel 2024 quando, come ricorda Carlo Panella nel suo meticoloso ed esauriente articolo su L’Inchiesta, il ministro della difesa Yoav Gallant e il comandante dei vertici militari Herzi Halev sono stati bruscamente dimessi perché ritenevano che la guerra andasse conclusa perché gli obiettivi erano stati raggiunti. La strategia é uscita allo scoperto: massacrare e costringere i palestinesi a lasciare la Striscia per occuparla e intensificare il trasferimento dei coloni in Cisgiordania per rendere definitivamente impossibile la creazione di uno stato palestinese. Netanyahu ha affidato il comando politico a Smotricht e Ben Gvir, due fascisti (si definiscono proprio cosi, forse abusivamente) che intendono espellere tutta la popolazione palestinese da Gaza. Per questo e in linea con le posizioni:di Gallant e Halevi si sono dimessi i due ex generali Ganzt e Eisenkot. Dunque almeno da allora la guerra di Gaza ha assunto per Israele, o meglio per il suo governo, un carattere omicidiario e imperialista, e i massacri e l’affamamento della popolazione ne sono barbara conseguenza. Poco importa ormai che le delegazioni americana, israeliana e palestinese (Hamas) non abbiano trovato ieri un accordo almeno sul cessate il fuoco temporaneo. Si dia la possibilità ai giornalisti di tutto il mondo di entrare nella Striscia, si costruiscano corridoi umanitari per sfamare e medicare la popolazione, cessino i bombardamenti indiscriminati, non si spari ad ogni stormir di foglia o di uomo e di bambino. Chi ama Israele si sente tradito. Chi ne riconosce le ragioni ha ben presente che oggi si trova nel torto. Chi ricorda la strage del 7 ottobre non può non avvertire un forte brivido di disgusto e di orrore per il massacro di decine di migliaia di palestinesi. La comunità mondiale si é più volte dissociata. La Spagna e ora anche la Francia hanno riconosciuto lo stato di Palestina, legittimamente governato dall’Autorità nazionale palestinese in Cisgiordania. L’unica soluzione al conflitto é unificare Gaza e Cisgiordania, gradualmente epurata dalle colonie israeliane, sotto il governo dell’Anp e riconoscere il diritto ai due popoli e due stati. Questo sarà possibile se Netanyahu e Hamas non saranno più alla guida dei due contendenti Sarà possibile se l’odio, la morte e la vendetta cesseranno. Forse ci vorrà tempo. Molto di più di quello che pareva ipotizzabile prima del 7 ottobre. Ma altra soluzione se non la pace e la civile convivenza non c’è. E’ uno sforzo che un parente di una famiglia ebrea massacrata da Hamas e che un genitore di figli trucidati dalle bombe a Gaza devono compiere. “Occhio per occhio si diventa ciechi”, amava ripetere il Mahatma. Impossibile?
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Direttore. Nasce a Reggio Emilia nel 1951, laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Bologna nel 1980, dal 1975 al 1993 é consigliere comunale di Reggio, nel 1977 é segretario provinciale del Psi, nel febbraio del 1987 è vice sindaco con le deleghe alla cultura e allo sport, e nel giugno dello stesso anno viene eletto deputato. Confermato con le elezioni del 1992, dal 1994 si dedica ad un’intensa attività editoriale (alla fine saranno una ventina i libri scritti). Nel 2005 viene nominato sottosegretario alle Infrastrutture per il Nuovo Psi nel governo Berlusconi. Nel 2006 viene rieletto deputato nel Nuovo PSI. Nel 2007 aderisce alla Costituente socialista nel centro-sinistra. Nel 2009 é assessore allo sport e poi all’ambiente nel comune di Reggio. Dal 2013 al 2022 dirige l’Avanti online.

2 commenti
Ma perché continuate a dar credito alle versioni dei fatti che hanno come unica fonte Hamas? Avete visto il video girato e messo in rete dall’esercito israeliano in cui si vede una moltitudine di palestinesi dare l’assalto a un camion di aiuti alimentari scortato dall’ IDF e che alla fine salutano e applaudono i multati di Israele?
Gentile signor Del Bue,
vorrei fare alcune precisazioni, qualche commento e qualche domanda in merito al suo articolo
del 25 luglio scorso, “La tragedia di Gaza”.
Innanzitutto, il fatto che lei dichiari una simpatia per Israele e le sue legittime ragioni d’esiste-
re (come se la Palestina non ne potesse avere nemmeno una di ragione di esistere), la pone
immediatamente sullo scivoloso terreno della faziosità ma che lei brillantemente riscatta nel
finale. A mio avviso, una giusta equidistanza, unita ad una buona dose di imparzialità e ad
un’esposizione, la più corretta possibile, cercando di non tralasciare od omettere questioni di
consistente rilevanza è fondamentale per lo svolgimento della sua professione, quand’anche
avesse una dozzina di lettori… Ma tant’è, ognuno di noi tifa per la squadra del cuore.
Io, in verità, per sfiga o per fortuna, ho amici sia palestinesi che israeliani…
Peraltro, il suo articolo mi è piaciuto, soprattutto per le utopie finali che propone e che sono i
miei stessi auspici. Dove, per utopie intendo sogni che non si sono ancora concretizzati.
Sono d’accordo con lei quando parla di barbara strage riferita alla sanguinosa azione del 7 ot-
tobre da parte di Hamas ma, d’altro canto, non vorrei però che, come molti, sulla scia di quell’a-
troce e sanguinaria azione, ci si dimenticasse che il 6 di ottobre o il 5, o il 4 e via scorrendo
tutti i giorni a ritroso, non è che i palestinesi se la passassero poi così bene…
Conoscere la storia quindi, è di vitale importanza, ma che gliele dico a fare queste cose?
Lei, le saprà senz’altro!
Capisco quindi, le ragioni che spingono alla rabbiosa ribellione un popolo che è costretto a
vivere senza diritti, senza libertà, senza uno Stato, spesso senza acque ed elettricità perché
dipendono da Israele, ma anzi vessato, colonizzato, ucciso, espropriato e abbandonato anche
dalla comunità internazionale, ma non giustifico reazioni di quella portata.
D’altro canto, l’esposizione reiterata con un invasore che perpetra quotidianamente illegittimi
espropri di porzioni di territorio, illegittime demolizioni di case, illegittime azioni tanto meschi-
ne quanto cattive come l’arbitrario taglio di ulivi, l’uccisione di greggi di capre di proprietà di
palestinesi, che possibili reazioni possono innescare?
Le racconto queste cose perché le ho viste con i miei occhi, durante un mio viaggio in Palestina
(in Cisgiordania), nel 2005, l’anno dopo Hamas vinceva le elezioni a Gaza. Esattamente 20 anni
fa, senza che nulla, di fatto, sia cambiato.
Lei cita movimenti pro-Palestina che proclamano che il futuro stato palestinese sarà “dal
fiume al mare”…
E che peso possono avere quelle dichiarazioni espresse da giovani attivisti? Secondo me,
meno di zero…
E che peso possono avere quelle stesse dichiarazioni espresse invece da vari esponenti del
governo Nethaniyahu, nonché da lui stesso, immortalato con la cartina della Grande Israele, e
ripetute con enfasi nei vari media sia locali che internazionali, con la forza propagandistica di
Israele (Hasbarà), o diffuse dai vari rabbini invasati che “per diritto divino” rivendicano tutta la
Palestina, più molti altri territori attorno?
Secondo me, la risposta è sotto gli occhi di chi sa guardare, senza che la faziosità ne annebbi la vista.
Oppure ci si fa un’idea, leggendo libri come quello scritto da quel “sovversivo” di Ilan Pappe, ac-
cademico israeliano, dal titolo eloquente: “La pulizia etnica della Palestina”, dove dimostra che
la de-arabizzazione della Palestina fosse nel programma del sionismo già dalla sua fondazione ai
tempi di Theodore Herzl, e che già nel 1936 fosse compresa nel Primo Piano per la “pulizia etni-
ca” della Palestina stilato da Ben Gurion, il Piano Aleph (A), cui sarebbero seguiti altri piani fino a
quello poi effettivamente messo in atto, il Piano Dalet (D). Il Piano Dalet (D), scatta con le milizie
sioniste di Haganà e delle bande terroriste (cosi li descriveva il NYT dell’epoca) Irgun e Stern che
arriveranno nei villaggi palestinesi, sapendo già esattamente dove colpire, i notabili e i militanti
palestinesi da eliminare sul posto, i terreni, le ricchezze e i raccolti di cui appropriarsi.
Molto più comodamente, si vada a vedere le cartine esplicative del Medio Oriente con le por-
zioni di territorio dei due popoli, dal 1948 ad oggi, forse qualche spunto di riflessione ci arriva.
Per sancire la legittimità dello Stato di Israele, lei si appella alla risoluzione 181 dell’Assemblea
Generale delle Nazioni Unite che è un documento dal titolo “Proposal for a Partition” quindi, a
tutti gli effetti una proposta di partizione, che però, non ha valore vincolante: solo le risoluzioni
del Consiglio di Sicurezza (5 stati [Stati Uniti, Cina, Russia, Francia, Inghilterra] +, a rotazione
altri stati), hanno valore effettivo e vincolante. Quindi, se una delle due parti contendenti non
accettano, la proposta è inapplicabile. In quel caso, la Palestina non fu d’accordo.
Israele, bypassando questa effettiva norma, si è presa la sua metà, aggiungendo, già che c’era,
altri territori non contemplati nella risoluzione, dichiarando unilateralmente lo Stato di Israele,
nel ’48. Infatti, i giuristi dell’epoca (anche quelli attuali e israeliani) dicevano che Israele è uno
stato “de facto” e non “de iure”. Altri giornalisti, della levatura di Bocchino, Mentana, Porro, ecc.
hanno usato (a sproposito) questo fatto per legittimare Israele.
Mi consenta anche di porle questa domanda, a proposito di risoluzioni ONU: come mai, lei si
appella ad una risoluzione che, come le ho descritto, non è vincolante e non cita anche le oltre
70 risoluzioni, queste sì, con valore vincolante, ma puntualmente disattese da Israele, più le
104 risoluzioni del Consiglio per i Diritti Umani contro lo stato ebraico?
Sulla questione del termine genocidio, non entro nemmeno nell’antro della semantica, come se
chiamarlo strage, massacro, crimine di guerra, carneficina, eccidio, mattanza, macello, fosse
meno disgustoso e più umano…
Ridurre tutto ad una questione semantica, mi pare proprio un modo per attenuare le responsa-
bilità di Israele, distrarre, edulcorare, ciò che è sempre più drammaticamente evidente. Davve-
ro, trovo sempre più irritanti questi tentativi di cambiare le parole non potendo cambiare i fatti.
È come mettere il rossetto ad un maiale per farlo sembrare più bello. Siccome il genocidio è un
concetto giuridico e, come per tutti i crimini, la sua definizione non va ricercata sul dizionario
ma nella norma di riferimento, ho cercato e scaricato il pdf della Convenzione sul Genocidio
del 1948. 10 pagine di testo, nero su bianco, danno la descrizione esatta di ciò che Israele e
il suo governo nazista sta perpetrando ai danni di un popolo che da quasi 80 anni vuole vivere
nella propria terra. Israele non è alla sbarra davanti all’ICJ per una violazione semantica ma
per aver violato esattamente la Convenzione sul Genocidio, e dei 17 giudici che compongono il
consesso, il più alto organo giurisdizionale al mondo, in 15 hanno ritenuto plausibile che Israele
stesse commettendo un genocidio, disponendo (e successivamente reiterando) precise misu-
re cautelari a suo carico. In una ricerca successiva ho scoperto che a votare contro, sono stati
esclusivamente il giudice aggiunto israeliano (ognuna delle parti litiganti, in questo caso Israe-
le e Sud Africa, nomina un proprio giudice che si aggiunge ai 15 della Corte) e quello ugandese.
Quanto al giudice israeliano persino lui ha votato a favore di 2 capi su 5 del condannatorio.
Quanto all’ugandese è stato l’unico ad aver votato contro tutti i capi d’accusa e la sua posi-
zione ha destato talmente tanto sconcerto che il governo dell’Uganda si è immediatamente
dissociato. Più di recente si è scoperto che in una delle sue note di dissenso la ricostruzione
storica del conflitto era letteralmente copia-incollata da un libro di propaganda sionista…
Voglio altresì evidenziare che quello che accade in Palestina non è un conflitto e non è una
guerra, la guerra si dichiara con espressa manifestazione (ad esempio, in italia art. 78 cost.) si
schiera l’esercito e “tra eserciti” si combatte, con dignità onore e coraggio (a prescindere dalle
ragioni di merito degli stati coinvolti); i prigionieri si catturano e si devono trattare con chiare e
precise garanzie, questo (e altro ma, per brevità diciamo solo questo) è quello che si dovrebbe
fare in guerra. In Palestina non succede nulla di tutto questo: vi è una brigata di macellai (IDF)
che ammazza con metodo sistematico dei civili (donne, anziani e bambini compresi): queste
non sono azioni di guerra, sono (per definizione militare) atti di terrorismo squadrista organiz-
zato, il fatto che queste condotte vengano legislativamente avallate e promosse proprio da
quel parlamento votato dai cittadini israeliani, riduce quello stato (che è grande meno della
Lombardia) e quei cittadini in regime di totale ed adiacente responsabilità.
E come mai, a proposito di ONU e di genocidio che, ricordiamolo, rappresenta un importante
riferimento legale e politico per la comunità internazionale, lei non cita minimamente il recen-
te rapporto stilato da Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori
palestinesi occupati, che dà una netta visione di ciò che sta effettivamente succedendo in
Palestina, con tutte le implicazioni di profitto economico? Forse perché Francesca Albanese
parla esplicitamente di genocidio, termine che lei non gradisce?
Non è vero ciò che lei afferma, parlando dei quasi 2 milioni di palestinesi che, vivono in Israele,
e secondo quanto scrive, con gli stessi diritti degli altri.
1° – perché, come penso lei sappia, lo status di questa popolazione è stato al centro di re-
centi vicende costituzionali quando Israele ha cambiato la Legge Fondamentale “Israele Sta-
to-Nazione del popolo ebraico” per enfatizzare il carattere ebraico dello Stato, già dal 2018. E,
naturalmente, dal 7 ottobre, si è inasprito tutto ed è in atto una campagna di intimidazione e
persecuzione contro i palestinesi; è stata annunciata anche l’introduzione di nuove misure di
legge. Alla Knesset è stata presentata, e adottata in prima lettura, una proposta per modifica-
re la legge antiterrorismo. L’emendamento presentato mira a criminalizzare la visualizzazione
di contenuti multimediali definiti terroristici, con una pena fino a un anno di reclusione. Già
molti studenti palestinesi che studiano nelle università israeliane, sono stati arrestati perché
attivisti per i diritti umani o semplicemente perché hanno mostrato sgomento per quanto sta
succedendo a Gaza.
2° – perché, come penso lei sappia, nel febbraio 2022, Amnesty International ha stilato un
rapporto che parla di apartheid che Israele applica contro la popolazione palestinese, sia nei
territori occupati (Cisgiordania e Gaza), sia all’interno dello stato di Israele.
Seguendo le tracce della storia e della geografia di quei martoriati territori, guardando la situa-
zione nel modo più imparziale possibile, quindi ammettendo gli errori di entrambe le parti, io
vedo un popolo che si è preso arbitrariamente e deliberatamente delle terre e continua a farlo,
arraffando territori e colline, cercando di spopolare Gerusalemme Est, creando situazioni esa-
speranti e di puro mobbing nella quotidianità, per come mi è capitato di vedere personalmente,
ammazzando con inumana furia genocidaria decine di migliaia di palestinesi, radendo al suolo
un intero territorio e affamando la popolazione sopravvissuta. E dall’altra parte, vedo un popolo
che subisce da diversi decenni tutti questi soprusi, queste ingiustizie che, periodicamente, al
culmine di una pressante, continua esasperazione, si macchia di atti infami.
Mi chiedo e le chiedo dunque, è giusto etichettare Hamas e tutte le sigle prima e dopo di lui,
che si stanno battendo per resistere e liberare la propria terra da uno stato colonialista, con
l’appellativo di “terrorista” e liquidare l’operato di Israele, anche dopo i più di 60.000 brutali
assassinii (cifre ufficiali, altre fonti parlano addirittura di 300.000 vttime), con “Israele ha il di-
ritto di difendersi”, “Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente”? O etichettando coloro che
sollevano la questione genocidaria con “antisemita”? (I veri semiti sono i palestinesi, visto che
la maggior parte della popolazione di Israele è di origine askenazita, Nethanyahu compreso).
E, facendo un parallelo e appellandomi alla storia italiana: Silvio Pellico, Vincenzo Gioberti,
Goffredo Mameli, Giovanni Berchet, Giuseppe Mazzini, Carlo Cattaneo e tutti gli artefici del
nostro Risorgimento che si battevano per la liberazione dell’Italia dal giogo austriaco, erano
forse terroristi? Quindi è assolutamente inadeguato e inopportuno intitolare loro migliaia di
Licei? Oppure erano combattenti per l’indipendenza e la libertà dell’Italia? O forse è solo una
questione di prospettive?
Il problema non è Nethanyahu, o meglio, lui è solo il problemone attuale. Quando uscirà di scena
Bibi, ce ne sarà un altro e, mi voglio augurare, più orientato ad un accordo con i palestinesi.
Nethanyahu, peraltro, sa benissimo che appena ferma la sua sanguinaria macchina, è spac-
ciato per i suoi problemi con la giustizia: è per questo che continua ossessivamente ad aprire
fronti bellici.
Nei giorni scorsi, l’ex presidente Olmert ha rilasciato delle critiche dichiarazioni nei confronti di
Bibi, affermando che “Questo governo è più pericoloso della guerra”. Ma già nel maggio scorso
aveva affermato che “Israele sta commettendo crimini di guerra”. Parla lui che, durante il suo
mandato (2008), aveva messo in atto la sanguinosa operazione “Piombo fuso”.
“Er più sano c’ha la rogna”, come si suol dire…
Al di là di Nethanyahu, Olmert & Co quindi, il problema vero è il movimento sionista in tutte le
sue diramazioni, soprattutto quelle economiche, militari e propagandistiche, che non vedono
l’ora di finire il lavoro e senza vergogna, dichiarano l’intento con tutti i mezzi a loro disposizione
che il progetto della Grande Israele “dal fiume al mare” è l’unica opzione possibile perché quella
terra è loro, per diritto divino…
Cordiali saluti.