Sappiamo poco sulle opzioni politiche, tra fascismo e seconda guerra mondiale, dell’economista Piero Sraffa. Per sfoltire, se non far diradare, il buio il minimo che possa farsi è auspicare una raccolta di testimonianze, ricordi, anche di conversazioni informali, da lui avute con i molti allievi e con i parenti.
Sraffa era una persona estremamente discreta e riservata. Con siderato fin dal 1922 comunista, fu sottoposto alla sorveglian za della polizia fascista e di quella di Sua Maestà Britannica. Ma aveva stabilito collegamenti importanti sia con la sezione italiana e quella britannica dell’Internazionale comunista sia col vertice di essa.
Nel 1921-’22 per circa un anno fu a Londra dove studiò i problemi del lavoro e dell’economia frequentando la biblioteca specializzata del Labour Research Department. Era un centro di origine fabiana e finanziato (ancora oggi) dai sindacati, ma indipendente dal Labour Party.
Nello stessa data fu pubblicato il volume di Ludwig vo n Mises Die Gemeinwirtshaft: Untersuchungen uber den Sozi alismus. Vi si trova inserito il saggio, scritto nel 1919 (cioè quasi a ridosso della conquista bolscevica del potere in Russia),Die Wirtschaftsrechnung im Sozialistischen Gemein wersen in cui è formulata l’asserzione per cui “una teoria del socialismo che non abbia il suo centro nel problem a del calcolo economico sarebbe semplicemente assurda”.[1]
In secondo luogo si argomentava che essa inevitabilmente avrebbe dato vita a un regime dispotico mettendo i n pericolo anche le libertà individuali. E’ quanto nei paesi comunisti si è puntualmente verificato. Dallo zarismo si passati ad un’altra forma di dittatura, quella comunista.
Mises aveva già scritto nel 1920 un saggio per spiegare l’impossibilità del calcolo economico. L’economista polacco Oskar Lange ha dovuto riconoscere a Mises il “merito” di avere posto i socialisti davanti all’esistenza del problema. Ha fatto di più, quando ha suggerito di “ripiegare” su un sistema (mai realizzato), capace di realizzare gli obiettivi che “gli economisti enumerano fra i successi della concorrenza”. Se solo pensiamo che Marx ed Engels vedevano nella competizione di mercato un sistema basato sulla “reciproca diffidenza”, per conseguire con “mezzi immorali” un “fine immorale”, non si può non rimanere stupefatti.
Una capitolazione totale?
Certo. La posizione di Lange contiene anche contraddizioni evidenti: perché, per un verso, egli ha proposto di mantenere la proprietà pubblica dei mezzi di produzione (il che rende impossibile la creazione di un sistema competitivo); e, per altro verso, ha affermato che non c’è necessità di abolire l’impresa privata e la proprietà privata in quei settori in cui ancora prevalga la libertà di competere. Occorre tuttavia aggiungere che la fondatezza degli argomenti sostenuti di Mises è data non solo dalla loro prevalenza in ambito teorico, ma anche dal successivo crollo delle economie basate sulla pianificazione centralizzata, che sostituisce l’allocazione competitiva con l’allocazione politica delle risorse. Quel crollo era stato previsto da Mises. Ma la sua pur lunga vita non gli ha consentito di esserne spettatore.
Una seconda edizione del saggio di Mises ebbe luogo nel 1932. In lingua inglese(a Londra e a New York) vi de la luce la prima volta nel 1936 e poi nel 1951.
Nell’edizione più recente,pubblicata in Italia da Rubbet tino che riprende quella inglese del 1981,è presente an che il saggi o del 1947, Il caos pianificato, pubblicato dalla Foundatiotion for Economic Education, Irvington-on-Hudson Inc.vedi il file pianificazione sovetica
L’insieme di questa originale e interessante (come mos tra il dibattito con Oscar Lange??) tematica venne scarsamente ripresa anche perchè la saggistica del liberalis mo austriaco era poco conosciuta, non essendo i suoi principali autori stati tradotti in inglese.
Sraffa ebbe occasione di leggere Von Mises nel 1922 o nel 1932? oppure solo quando nel secondo dopoguerra ne esecrò la pubblicazione in italiano come consulente della casa editrice Einaudi?
Nella capitale del Regno Unito, Sraffa entrò in contatto,e si legò, con esponenti dell’ala più radicale (o massimalista che dir si voglia) di esso. I nomi sono quelli di Rajani Palme Dutt (ch e dal 1919 fu segretario della sezione internazionale), Robert Page Arnot,Willie Gallacher,Mellor,Horaabin,Burns, Harry Po llitt e un economista come Maurice Dobb.
Con questultimo (docente a Cambridge e assai noto anche per chè era l’unico ad essere iscritto al partito comunista britanni co), allacciò un rapporto di amicizia personale e di collaborazi one nelle ricerche su David Ricardo che a Sraffa furono affida te dal suo mentore John Maynard Keynes.
I suoi sodali del Labour Research Department avrebbero dato vita al partito comunista britannico.Alcuni (è il caso di Harry Pollitt dall’agosto 1929 al 1956 e di Palme Dutt nell’intermez zo 193 9-1941 per l’opposi zione del primo al patto Ribben trop-Molotov) ne divennero segretari generali o avrebbero diretto riviste marxiste di rito cominternista.
Appena rientrato in Italia nel 1922, Sraffa solleciterà la replica di questa istituzione.Da un lato a Gramsci e Togliatti per il Pc d’I (ma senza uno stretto vincolo di partito),e dall’altro ai soci alisti turatiani milanesi(che diedero vita ad un Centro Matte otti).
Il dato più significativo, ma di scarsa durata temporale,fu que sta ripresa della collaborazione col Psu.Non solo Carlo Rosselli, che era in strettissimi contatti con una illustre coppia di coinquilini di Sraffa,come i Turati-Kuliscioff,ma anche il preside nte socialista della Giunta esecu tiva della provincia di Milano avv. Nino Levi e altri componenti del grup po come Fausto Pagliari e Alessandro Schiavi.A Levi fu legatissimo a lungo co me a Raffaele Mattioli e a Gramsci.
I socialisti presero Sraffa molto sul serio.Infatti,su proposta di Levi (difensore legale di Gaetano Salvemini e di Filippo Tu rati),nel 1922 gli affidarono la direzione dell’Ufficio Provincia le del Lavoro.Lasciò,dimettendosi,tale incarico appena i fasci sti conquistarono la presidenza del Consiglio
Non mi pare realistico banalizzare questo intermezzo di rap porti con i socialisti come se fosse un incidente di percorso o un’eccezione, vale a dire un evento in grande misura privo di un significato politico generale. Sembra,in effetti, corrispon dere ad una fase della sua vita in cui la scelta di fare lo studio so non era stata ancora interamente maturata,anche se da alcu ni mesi Sraffa ricopriva l’insegnamento di Economia politica presso l’università di Perugia.
Mi pare più rispondente alla realtà parlare anche di una fase di incertezza nelle scelte politiche di Sraffa.Dovette tenere conto anche, se non soprattutto, delle violenze e delle perse cuzioni di cui egli e il padre furono fatti oggetto. [2]
Ricordando questi ultimi episodi Sraffa riferì a Luca Meldolesi(un giovane studioso italiano impegnato a Cambridge in un Phd) di aver dovuto interrompere i suoi contatti con i co munisti italiani. [3]Ma ciò non comportò una totale interruzione del suo impegno politico e l’ opposizione al fascismo.
Fra le sue carte conservate a Cambridge si trova un testo datti loscritto, datato da Sraffa Aprile 1923 e presumibilmente pre parato dallo stesso Sraffa, in cui si discutono i risultati economici di sei mesi di governo fascista (SP D3/3), e nell’ottobre del 1923 egli pubblicò sulla Rivoluzione Liberale di Piero Gobetti un sarcastico commento sul modo in cui Il Popolo d’Italia illu strava l’andamento del cambio della lira.[4]
Va anche rilevato che sulle posizioni socialiste (di Turati) egli si attestò fino al 1924, cioè all’assassinio di Matteotti.
Il suo articolo sulla nuova edizione dell’Ordine Nuovo riassume le ragioni di un dissenso profondo dalla linea cominternista (il “governo operaio e contadino” subito) dei comunisti.
Il fatto che Gramsci lo ospiti lascia pensare ad un’azione concordata perchè le idee socialiste potessero circolare nel la stessa base comunista. E’ il preannun cio della proposta gramsciana dell’Assem bea repubblicana, anche se il commen to per il momento di Gramsci a Sraffa sarà durissimo.
Ma la situazione politica si era ormai radicalizzata.Sia nei suoi confronti,come docente nelle università di Cagliari e Perugia, sia nei con fronti del padre, rettore della Bocconi,le squadrac ce fasciste amarono rifriggere i loro ormai risaputi riti di aggr essione e intimidazione,servendosi anche della stampa di parti to.
A Sraffa intendevano far pagare l’attività svolta alla testa del l’Ufficio Provinciale del lavoro di Milano.Nei pochi mesi (da giugno a dicembre 1922) in cui lo diresse,si occupò soprat tutto del coordinamento delle cooperative e di altre orga nizzazioni di lavoratori che cercavano di difendersi dalle aggressioni fasciste.[5]
Purtroppo il fascicolo intestato a Sraffa in seguito al suo viag gio in Urss nel 1930 (rinvenibile presso il RGASPI nella serie della sezione Quadri degli archivi dell’Internazionale comuni sta), sembra sia stato interamente vuotato.Ma ancora og gi non mancano studiosi che ammettono l’esistenza di contat ti, se non di una vera e propria collaborazione, di questo studi oso con l’intelligence sovietica.Tutto sulla base di una storio grafia prevalentemente indiziaria e più nella forma del compa gno sotto copertura che dell’agente segreto[1].
È in corso da una decina di anni una valutazione critica del ru olo di Sraffa. Dal 17 marzo al 18 aprile 1937 visitò spesso e a lungo Gramsci nella clinica romana in cui sarebbe morto. Su quanto sapeva o aveva saputo dal leader comunista “non ha voluto far luce…e ha tenuto per sé gran parte delle verità che avrebbero generato scalpore”. Si è arrivati a dire,da parte di u no studioso come il segretario del la Fondazione Gramsci ro mana,che “ ha detto ben poco e sape va molto”[2].
Ancora insicuro e molto omesso è il riferimento (rilevabile in una lettera da Tatiana Schucht) a un incarico di cui sarebbe sta to investito insieme a Gennaro Gramsci, cioè di aver curato i finanziamenti al partito durante la segreteria dell’esponente sar do.La vicenda è stata accolta da Guido Liguori e da Giuseppe Vacca, ma negata da Nerio Naldi.
Sraffa ha contribuito, in qualche misura, a rendere Palmiro To gliatti bersaglio delle attenzioni -potenzialmente dannose per la sua stessa vita – degli organi di sicurezza del Comintern a metà degli negli anni Trenta,cioè del Grande Terrore stalinia no. Ma sulle narrazioni del periodo carcerario di Gramsci e su quelle dei maggiori dirigenti del Pci,se si evitano i “disastri” dei tentativi per liberarlo, egli si è allineato alle versioni di partito. Non di rado poco convincenti.
La conseguenza è che queste scarne informazioni e la non mai rinvenuta relazione, richiestagli da Togliatti sulle ultime volon tà di Gramsci,hanno dato la stura a dubbi di ogni genere.Finanche che non l’abbia mai scritta. come soggiunge uno studio so non prono agli scoop come Giasi.
È anche grazie alle sue testimonianze–un po’ oscure e ambigu e- che si è rivelato vero quanto è stato a lungo negato o omes so dal la storiografia comunista:cioè che tra Gramsci e Togliat ti(e in generale il gruppo dirigente del PCd’I) ci sia stata una rottura, mai ricomposta.
Va rilevato come nelle corrispondenze e nel dibattito di questi anni non c’è una riga,un riferimento anche solo furtivo a quanto sta avvenendo, cioè la trasforma zione dei bolscevichi al potere in un organo che consiglia e pratica il genocidio di popolazioni e stati, sia all’interno sia all’esterno dell’Urss.
La questione contadina, il contrasto alle opposizioni, il rappor to con gli stati nazionali viene affidato ad una micidiale arma del consenso, vale a dire il massacro, lo stesso sterminio di ceti, clas si e leaders come avvenne in Ucraina, nel Kazakistan, in Armenia, ecc.[1]
Ma, dopo la fine del 1937, se così si può dire, venne sempre più prevalendo la convinzione che il maggiore responsabile del “tradimento”[5] da lui subito fosse stato chi ispirò, e fece scrivere, tale missi va,cioè Togliatti (di concerto con i diri genti italiani a Mosca ed esponenti russi del Comintern).E’ quanto Giuseppe Vac ca ammette[2] anche se la documentazi one confor me non sembra aver fatto un passo in avanti.
Gli storici comunisti amano citare l’articolo di Sraffa de 1924(Problemi di oggi, e di domani) sull’Ordine Nuovo come il segno dello spostamento sulle posizioni del Pcd’I. In realtà si trattò di un intervento ragionevolmente anti comunista.
Infatti,Sraffa respinge frontalmente la linea di condotta della leadership conunista che fossero maturate le condizioni per opporre al logoramento del fascismo la linea cominternista del “governo operaio e contadino”,cioè della rivoluzione socialista.
Pertanto Sraffa lamenta che i parlamen tari comunisti abbiano abbandonato il fronte dell’opposizione aventiniana. In fondo essi non erano altro che delle “mosche cocchiere”,proclamavano una situazione rivoluzionaria per la quale la classe operaia non era preparata,e non voleva.
Il suo consiglio fu quello di lasciare la guida della resistenza al fascismo al corpo aventiniano guidato dai socialisti turatiani e imporre un ripristino delle condizioni dello Statuto albertino, cio è dell'”ordine borghese” per poter aumen tare l’occupazione e i salari, disporre di mutui e facilitazioni per le abitazioni ecc.
La risposta di Gramsci fu durissima, mar cava un dissenso estremo. Ma la decisio ne di ospitarla sull’organo di partito induce a pensare che sia stata un’operazione concordata.I dirigenti comunisti non ignoravano che questi giudizi erano presenti nella stessa base comunista.Sraffa era stata l’occasione per dare loro voce e legittimazione.
Il profilo di Matteotti redatto da Massimo L. Salvadori per Don zelli, L’antifascita,induce ad una riflessione ampia sulle divisi oni della sinistra italiana davanti al primo episodio di terrorimo di Stato.
salvatore sechi
[1] Si veda il saggio di Andrea Graziosi, “E un genocidio”, la vioe che torna dall’Ucraina a Gaza. Ma cos’è un genocidio?, “Il Foglio”, 27 novembre 2023.
[2] Giuseppe Vacca , Vita e pensieri di Antonio Gramsci 1926-1937,Einaudi Torino 2012,p.???
[1] Si veda L,von Mises, Autobiografia di un liberale, , Rubbettino, Soveria Mannelli, 1996, p. 142.
[2] Nerio Naldi,
[3] Luca Meldolesi, L’utopia realmente esistente, Laterza, Bari-Roma, 1982, p. 110
[4] Di questo brevissimo articolo, siglato semplicemente S., riportiamo una delle frasi con cui si apre: «La perspicuità dello stile attesta come si tratti di uno di quei succosi comunicati che ci vengono largiti per illuminarci sui risultati concreti dell’opera ricostruttiva del governo fascista, e che così largamente giustificano l’esistenza e provano la competenza degli Uffici Stampa dei vari Ministeri» (Sraffa 1923, p.128).
[5] In seguito alla caduta della giunta che lo aveva nominato, Sraffa rassegnò le dimissioni dal suo incarico. Ad esse sarebbe seguita l’elezione del primo presidente fascista della Provincia di Milano.

