Quando la cronaca diventa pregiudizio.
di Vicky Amendolia
C’è un confine sottile, ma decisivo, tra il raccontare un fatto e il costruire un immaginario. È un confine che il giornalismo dovrebbe presidiare con particolare attenzione, perché dalle parole non discende soltanto un’opinione, ma una visione del mondo. È su questo confine che la Repubblica, nel raccontare la recente vittoria di una giovane cantante siciliana a X Factor, ha mostrato una vistosa incertezza, scegliendo una chiave narrativa che merita di essere discussa pubblicamente, senza livore ma senza indulgenza.
Quando una giovane siciliana vince un grande concorso nazionale e la sua provenienza diventa elemento narrativo centrale, non siamo davanti a una semplice scelta stilistica. Siamo davanti a una gerarchia implicita dei luoghi, in cui alcuni territori producono “normalmente” talento e altri lo producono “eccezionalmente”. È un modo elegante per dire che, secondo una certa cultura giornalistica, la Sicilia non rientra nella norma del merito.
Questo non è un errore casuale. È un riflesso condizionato.
La Sicilia, infatti, viene spesso raccontata come se fosse culturalmente marginale, economicamente improduttiva, socialmente arretrata. Un luogo dove il successo è una deviazione statistica, non una conseguenza naturale di un humus storico e intellettuale. Peccato che questo racconto sia smentito dai fatti, dalla storia, dai numeri e — soprattutto — dalle persone.
Nel pezzo dedicato alla vincitrice, infatti, la sua provenienza geografica non viene trattata come un dato neutro, bensì come l’elemento centrale del racconto. La vittoria viene descritta come un “miracolo”, e la Sicilia come una sorta di “estrema periferia del mondo”, espressione testuale che ha colpito molti lettori. Si sottolinea lo stupore per “dove sono arrivate queste ragazze”, quasi che il successo, partendo dall’Isola, fosse un evento inatteso, statisticamente improbabile, culturalmente sorprendente.
Ora, il punto non è la buona o cattiva fede di chi scrive. Il punto è il significato oggettivo delle parole utilizzate.
Definire un successo come “miracolo” implica che non fosse prevedibile secondo le normali dinamiche del merito. Parlare di “estrema periferia del mondo” non è una metafora poetica innocua: è una collocazione simbolica, che sposta un territorio dal centro della storia alla sua marginalità antropologica. È una scelta semantica che presuppone — e alimenta — un’idea precisa della Sicilia e dei siciliani.
Ed è qui che il racconto inciampa.
Perché la Sicilia, nella storia, non è mai stata una periferia culturale. È stata, piuttosto, un centro di civiltà progressivamente depotenziato, spesso dopo essere stato conquistato e sfruttato [1]. Quando ancora Milano non esisteva come città nel senso moderno del termine, la popolazione si dedicava alla pastorizia e all’agricoltura e si vestiva di pelli di orso, in Sicilia Archimede di Siracusa elaborava principi di matematica e fisica che sono tuttora fondativi del pensiero scientifico contemporaneo [2]. Empedocle di Agrigento rifletteva sulla struttura della materia; Gorgia fondava la retorica come scienza del linguaggio [3].
Nel Medioevo, sotto Federico II di Svevia, la Sicilia fu uno degli Stati più avanzati d’Europa: amministrazione razionale, diritto scritto, pluralismo culturale e religioso [4]. In quello stesso contesto nacque la Scuola poetica siciliana, con Giacomo da Lentini, inventore del sonetto, e con lui Pier delle Vigne e Jacopo Mostacci. Da lì nasce la lingua letteraria italiana, come attestato dalla linguistica storica più autorevole, da Migliorini a De Mauro [5].
Nel campo del diritto, la Sicilia conosce precocemente il costituzionalismo moderno. La Costituzione del 1812, elaborata dal Parlamento siciliano, introduce limiti al potere monarchico e principi di separazione dei poteri quando gran parte dell’Europa è ancora prigioniera dell’assolutismo [3]. Altro che arretratezza.
Questo non è folklore identitario: è storia accertata.
Eppure, nonostante questo patrimonio, la Sicilia viene raccontata come terra di inerzia. come un luogo strutturalmente marginale, pigro, poco incline al lavoro. Una rappresentazione che si dissolve appena si osservano i flussi migratori. Tra il 1876 e il 1915 oltre quattro milioni di siciliani lasciarono l’Isola [6]. Non per scelta edonistica, ma per necessità. Andarono a lavorare nelle miniere del Belgio, nei cantieri ferroviari tedeschi, nelle fabbriche del Nord Italia, nei porti americani, nelle campagne argentine. Portarono lavoro, competenze, sacrificio. I siciliani, ovunque siano arrivati emigrando, hanno arricchito le nazioni che hanno sfruttato le loro capacità e il loro lavoro.
La dinamica non è cambiata. Secondo ISTAT, dal 2000 a oggi il Mezzogiorno ha perso oltre due milioni di residenti, in gran parte giovani qualificati; la Sicilia è tra le regioni più colpite [7]. I rapporti SVIMEZ documentano una continua emorragia di laureati, medici, ingegneri, ricercatori [8]. Una volta emigrati, questi giovani lavorano e producono senza che nessuno metta in dubbio la loro etica professionale. Il problema, evidentemente, non è la “voglia di lavorare”, ma l’assenza di condizioni strutturali adeguate.
I nomi, poi, rendono superfluo ogni stupore e si tratta di nomi altisonanti. Solo per fare qualche esempio (che altrimenti la lista sarebbe lunghissima): Luigi Pirandello e Salvatore Quasimodo, premi Nobel per la Letteratura. Emilio Segrè, palermitano, Nobel per la Fisica. Ettore Majorana, tra i più grandi fisici teorici del Novecento. Stanislao Cannizzaro, padre della chimica moderna; nella letteratura, Leonardo Sciascia, Giovanni Verga, Giuseppe Tomasi di Lampdusa, Andrea Camilleri; nel mondo della musica Vincenzo Bellini, Alessandro Scarlatti, l’iconico Franco Battiato, il jazzista Giuseppe Milici, l’eclettico trombettista Roy Paci; Antonello Da Messina, Renato Guttuso, Pietro Novelli, Pippo Rizzo, Salvatore Fiume, Vito D’Anna; in politica Francesco Crispi, Gaetano Martino (fu l’artefice della “Risoluzione di Messina”: la conferenza si concluse con la sua risoluzione, che indicò la via per i futuri Trattati di Roma (1957), istitutivi della CEE e dell’EURATOM), Andrea Finocchiaro Aprile, Antonio Canepa; Francesco Paolo Fulci, diplomatico di Messina, noto per il suo ruolo di Rappresentante Permanente d’Italia alle Nazioni Unite, Carlo Formosa, ambasciatore italiano, oggi in carica in Ucraina; Mario Barbagallo, Maurizio Averna, Antonio Craxì, Antonio Russo e Calogero Caruso, ricercatori di fama mondiale in Medicina Interna, Gastroenterologia, Oncologia e Immunologia, spesso riconosciuti tra i migliori al mondo secondo classifiche internazionali (come il “World’s Top 2% Scientists”); Enrico Cuccia, Giovanni Siciliano, esperto di regolamentazione dei mercati finanziari e studioso presso CONSOB e Banca d’Italia e Rosario Lentini, storico dell’economia. Tutti nati e cresciuti in quella che qualcuno, con sorprendente leggerezza, definisce “periferia del mondo”. Da non dimenticare che, nel presente, decine di scienziati siciliani dirigono team internazionali nei maggiori centri di ricerca del mondo: dal CERN alle università americane, dai poli biotecnologici tedeschi a quelli francesi.
La Sicilia non manca di talento. Manca di politiche capaci di trattenerlo.
Qui il discorso diventa inevitabilmente costituzionale. La Sicilia è Regione a Statuto speciale ai sensi dell’art. 116 della Costituzione. Uno Statuto che prevede autonomia finanziaria, legislativa, fiscale. Uno Statuto che la Corte costituzionale ha più volte riconosciuto come fonte di prerogative rafforzate [7]. Eppure, nei fatti, lo Statuto è stato sistematicamente disatteso, interpretato al ribasso, svuotato. Non per fatalità, ma per scelte politiche precise, nazionali e regionali.
E allora la domanda che disturba più dei luoghi comuni: perché il popolo siciliano non è quotidianamente in piazza? Perché non esplode una protesta permanente? Le risposte sono complesse: emigrazione selettiva dei più giovani, clientelismo che sostituisce i diritti con i favori, una stanchezza storica che non è rassegnazione, ma esaurimento dopo secoli di spoliazioni.
A questo punto il discorso non può che diventare istituzionale. La Sicilia è Regione a Statuto speciale ai sensi dell’art. 116 della Costituzione [9]. Uno Statuto che prevede autonomia finanziaria e legislativa e che, nei fatti, è stato sistematicamente disatteso quando non depoteziato [10]. Se oggi la Sicilia è una regione economicamente fragile, non lo è per arretratezza culturale o antropologica, ma per scelte storiche e politiche precise, a partire dall’Unità d’Italia.
Prima dell’invasione piemontese, il Regno delle Due Sicilie possedeva circa 440 milioni di lire-oro, la gran parte delle riserve auree di tutti gli Stati italiani messi insieme [11]. Dopo l’Unità, quelle risorse furono trasferite al Nord e il Sud impoverito. La resistenza meridionale venne repressa con violenza. Migliaia di persone furono incarcerate, deportate, uccise. La fortezza di Fenestrelle, con le sue vasche di calce viva, è un luogo reale, non è una metafora letteraria, ma un luogo reale e documentato [12].
In quel vuoto di Stato nacque la mafia, non come tratto identitario, ma come patologia storica di un territorio conquistato e abbandonato [13]. Continuare a identificare la Sicilia con la mafia significa ignorarne le cause e colpevolizzarne le vittime.
È per questo che raccontare il talento siciliano come un’eccezione non è una leggerezza stilistica, ma un errore culturale. Le parole costruiscono immaginari, e gli immaginari, nel tempo, giustificano le disuguaglianze.
La Sicilia non è l’estrema periferia del mondo. È una terra centrale che continua a pagare il prezzo di essere raccontata da chi non la conosce abbastanza.
E se una vittoria continua a sembrare un miracolo, il problema non è la Sicilia.
È lo sguardo con cui la si osserva.
Riferimenti bibliografici
Barone, G., L’isola-mondo. Breve storia della Sicilia, Laterza
Netz, R., The Works of Archimedes, Cambridge University Press
Reale, G., Storia della filosofia antica, Bompiani
Abulafia, D., Federico II. Un imperatore medievale, Einaudi
De Mauro, T., Storia linguistica dell’Italia unita, Laterza
ISTAT, L’emigrazione italiana 1876-1915
ISTAT, Migrazioni interne e internazionali, rapporti annuali
SVIMEZ, Rapporto sull’economia del Mezzogiorno, varie edizioni
Costituzione della Repubblica Italiana, art. 116
Statuto della Regione Siciliana, R.D.Lgs. 15 maggio 1946, n. 455
Nitti, F.S., Nord e Sud, Laterza
Aprile, P., Terroni, Piemme
Lupo, S., Storia della mafia, Donzelli
Canfora, L., La democrazia. Storia di un’ideologia, Laterza
Romano, S., Storia costituzionale italiana, Il Mulino
Corte Costituzionale, sentt. nn. 38/1957; 102/2008; 155/2015
Bevilacqua, P., Breve storia dell’Italia meridionale, Donzelli
Barone, G., L’isola-mondo. Breve storia della Sicilia, Laterza
Mack Smith, D., Storia della Sicilia medievale e moderna, Laterza
Galasso, G., Il Mezzogiorno nella storia d’Italia, Laterza

