“La sapienza è figliola della sperienza”, diceva Leonardo Da Vinci aggiungendo che “l’esperienza è il solo insegnante in cui possiamo confidare”.
Et voilà, abbiamo la formula alchemica per la politica del futuro.
E già futuro, perché…se si vuole interpretare la politica in modo serio non v’è altra maniera che non quella di proiettarla verso il futuro o, se volete, “alle prossime generazioni”, come disse De Gasperi.
E, giusto per tornare all’esperienza, cosa più dell’ultima elezione referendaria è il banco scolastico migliore per capire cosa c’è e cosa manca nell’aula grigia della politica italiana.
Una campagna elettorale in cui se ne sono date di santa ragione su un tema che, se fosse stato scevro delle esasperazioni estremistiche (e dell’effetto assordante delle urla e degli insulti), forse avrebbe avuto esiti diversi.
Invece, dalle accuse (Meloni) che chi aveva “devastato Torino” votava no alla assimilazione (Schlein) di chi votava sì alle squadracce fasciste di Casa Pound; dall’invito a votare sì per liberarci dal “plotone di esecuzione della magistratura” all’accusa che chi votava sì era “delinquente, mafioso, massone”, di volgarità e cazzate ne son state dette a bizzeffe.
Al centro di questa guerra delle parole si è mossa un’area moderata che si è sforzata, invano, di ragionare sui contenuti e sulle finalità della riforma, sul concetto di giusto processo e giudice terzo, sulla necessità che accusa e difesa apparissero, e fossero, parti uguali agli occhi del giudice.
Concetti e pensieri profondi che ahimé sono rimasti soffocati dalle esasperazioni del confronto bipolare.
Alla fine sapete tutti com’è andata a finire.
È ovvio che quel che è successo un paio di mesi fa non è una novità rispetto a quel che succede da anni.
Due poli che si odiano e che conoscono solo la logica della contrapposizione scegliendo e facendo non quello in cui credono ma il contrario di quel che dicono e fanno gli avversari.
Due poli che ormai conoscono solo gli estremismi e gli integralismi di chi la tolleranza non l’ha mai saputa perché non l’ha mai imparata.
La tolleranza è la pentola che cucina il dibattito, il confronto, la dialettica.
La politica senza dialettica è solo rissa.
E su questo piano destra e sinistra pari sono perché sono la stessa faccia che riflette lo specchio.
L’una speculare all’altra.
Se questa è la realtà dei fatti, rebus sic stantibus, dobbiamo convenire e accettare che ormai il confine della politica si è spostato.
È cambiato l’asse del confronto.
Oggi la linea di demarcazione non è più tra i due poli.
La linea scriminante si pone tra chi interpreta la politica come logica di contrapposizione, di sfida, di duello, di assassinio delle idee, e chi pensa che, su ogni tema, ci si debba accostare con un approccio riflessivo, con un approfondimento dei temi e con delle scelte nel merito e non per contrapporsi all’avversario.
Oggi il confine non è più tra destra e sinistra ma tra l’estremismo, l’integralismo e il radicalismo da un lato e il pensiero moderato dall’altro.
Una linea di separazione che obbliga a essere conseguenziali anche nella fase elettorale.
Errano quelli che pensano di costruire un’area moderata e riformista nel Campo Largo.
Non avranno spazio.
La presenza di alleati scomodi, PD e 5Stelle, più forti organizzativamente ed elettoralmente, inquinerà e cancellerà le voci riformiste dell’alleanza.
Sarà un’alleanza senza dialogo.
E poi non saranno riconosciuti dagli elettori e non ci sarà il recupero dei voti moderati che oggi si mescolano con il grande esercito degli astenuti.
Stesso discorso vale per chi siede tra le frotte di Forza Italia e vorrebbe fare e sentire solo discorsi liberali e democratici.
Per tutti Simone Leoni il segretario nazionale dei giovani azzurri.
Il dovere è rinunciare, in nome di un progetto più ampio e lontano, alle ambizioni elettorali, al comodo ma sterile principio di fare mucchio per eleggere.
I mucchi non hanno mai fatto il bene della politica.
Moderati da una parte e gli estremisti dall’altra.
Pensate al recente scambio di parole tra il Papa e Trump. Cosa altro è stato se non un confronto tra un metodo prepotente, arrogante e aggressivo e la posizione del Pontefice che sfugge la rissa ma rssta ferma, tranquilla sui grandi valori della cristianità ma anche della umanità.
Forse è un ragionamento ancora tutto da digerire, ma alla lunga sarà questo quello che prevarrà
E poi c’è anche chi fa della politica una passione cullata nel sogno che non rinuncerà a interpretare da subito quello che è ancora sulla misteriosa linea dell’orizzonte: offrire agli italiani forti segnali di una identità moderata.
“Lanciare il cuore oltre l’ostacolo”, dicono in molti, quei tanti che devono sudare sette camicie per eleggere e farsi eleggere.
Ma non può e non deve essere l’unico motivo della strategia politica.
Chi ha a cuore la vita del paese, il destino dei giovani, la crescita del benessere sociale, uno stato che funzioni nella libertà e nella democrazia non ha “cuori da lanciare”.
Chi vuole che la politica torni ad essere la maestra del paese e degli italiani con coraggio deve guardare oltre e non solo al domani o al dopodomani, ma lontano molto lontano.
Non deve guardare solo alle prossime elezioni ma deve mirare all’obiettivo di ridare al paese un sano equilibrio democratico.
Deve proporsi come moderato, con degli alleati moderati e in uno schieramento moderato e fa niente se non saranno subito messe di voti.
Con il lavoro lo diventeranno.
Chi ama questo paese e crede nella politica del confronto non deve lanciare cuori.
Deve fare lo sforzo di “lanciare la mente oltre il futuro”.
E i riformisti, quelli veri, stanno qui in mezzo.
In Camerun durante la messa il Papa ha detto: ““Nessuno dev’essere lasciato solo ad affrontare le avversità della vita.”
Compagne e compagni socialisti e riformisti vi ricorda qualcosa?


1 commento
“Compagne e compagni socialisti e riformisti, vi ricorda qualcosa?”
È in questa domanda, solo apparentemente laterale, che si raccoglie il senso più profondo dell’articolo di Massimo Carugno. Il richiamo alle parole di Papa Leone non è un ornamento finale, ma un ritorno all’origine: l’idea che la politica, prima ancora che scontro, sia responsabilità verso chi resta indietro.
Carugno compie un’operazione tutt’altro che scontata: sottrae il dibattito alla sterile geometria dei poli e lo ricolloca su una linea più esigente, quella che separa la rissa dal pensiero, l’urlo dalla misura, l’appartenenza dall’identità. In questo spostamento c’è una verità che inquieta, perché obbliga ciascuno – soprattutto chi si dice riformista – a interrogarsi non su dove sta, ma su cosa è rimasto.
È un invito sobrio, ma fermo: non a rincorrere gli schieramenti, ma a ritrovare una coerenza. Perché la politica, quando dimentica di non lasciare indietro nessuno, smarrisce se stessa. E quando lo ricorda, torna ad avere un senso.