In occasione delle elezioni politiche del 26 ottobre e del 2 novembre 1913, l’Italia visse una vera e propria rivoluzione elettorale. Per la prima volta il diritto al voto, pur restando esclusivamente maschile, fu esteso anche agli analfabeti che avessero fatto il servizio militare o compiuto trent’anni. In quel modo gli elettori sarebbero triplicati.
Accanto all’allagamento della base elettorale, Giolitti propose di inserire un’altra novità: una indennità parlamentare pari a seimila lire all’anno per tutti i deputati che non godessero stipendi o pensioni a carico dello Stato.
Pur essendo sempre stato contrario a quest’ultima riforma, Giolitti si disse convinto che era arrivato il momento di favorire la presenza in Parlamento di deputati espressione di ogni classe sociale.
La riforma venne giudicata in vari modi. I socialisti si dissero favorevoli, anche se ancora una volta le donne venivano escluse dall’esercitare il loro diritto di voto, come sostenuto da sempre da Anna Kuliscioff. Rappresentava comunque un passo in avanti importante rispetto al passato. Altri sostennero che la mossa dello scaltro e opportunista Giolitti in realtà mirasse a guadagnare il sostegno socialista al nuovo governo.
Oggi diremmo che Giolitti era convinto di poter contenere e governare con una “Svolta a sinistra” i socialisti. Per fare questo riteneva necessario coinvolgerli e responsabilizzarli nel governo del Paese.
Quelle considerazioni però caddero in breve tempo, visto che i socialisti rifiutarono l’invito di Giolitti e non entrarono nel governo. Non c’erano le condizioni esterne e interne al partito per consentire senza strappi laceranti l’ingresso nel governo. Lo scontro politico consumatosi nel parlamento e nelle piazze sulla guerra di Libia era troppo recente e la guida massimalista del partito, con Mussolini direttore dell’Avanti!, non l’avrebbe mai consentito. Gli stessi seguaci di Bissolati, i social-riformisti, per il momento, si tennero fuori.
È molto probabile che Giolitti si fosse deciso a quella riforma elettorale anche perché convinto che l’Italia potesse crescere economicamente e socialmente più facilmente con la non ostilità precostituita dell’opposizione, da sempre favorevole alla partecipazione di tutti coloro che contribuivano alla vita pubblica.
Per Giolitti si trattava in sostanza di un doveroso e inevitabile adattamento alla mutata realtà sociale dell’Italia.
L’esperto Primo ministro era convinto che valesse la pena muoversi in quella direzione anche se i consensi della sinistra sarebbero quasi certamente aumentati. Tuttavia la tensione sociale e la minaccia del socialismo rivoluzionario spinsero il governo ad orientarsi verso i moderati e i conservatori per garantire comunque al governo una maggioranza e poter governare.
Da questa valutazione politica si arrivò al “Patto Gentiloni”, una intesa che, in caso del rifiuto socialista o di una loro grande avanzata elettorale, avrebbe garantito a Giolitti l’appoggio dei cattolici, che in cambio ottennero di allontanare la legge sul divorzio, proteggere le scuole confessionali, garantire alle attività economiche-sociali dei cattolici il medesimo trattamento che lo Stato riservava a quelle dei laici.
L’operazione prese il nome dal conte Vincenzo Ottorino Gentiloni, presidente dal 1909 dell’Unione elettorale cattolica. Apparteneva all’ala moderata, che esprimeva l’esigenza dei cattolici di partecipare alle elezioni anche senza una propria specifica organizzazione, ma senza deflettere dalla linea tenuta fino a quel momento. Per agevolare questa operazione il non expedit fu sospeso in 330 collegi. Iniziò di conseguenza la ricerca di liberali disponibili, una volta eletti, a sostenere le ragioni dei cattolici. Si trattò in sostanza di una vera e propria azione trasformista condotta su vasta scala.
Nelle elezioni del 1913, svolte con il sistema del collegio uninominale a doppio turno, gli elettori furono 5.100.615, pari al 60% degli aventi diritto, segnando un notevole aumento dei partecipanti al voto.
L’operazione trasformista andò in porto. La maggioranza liberale ottenne 304 deputati, molti dei quali eletti con il voto decisivo dei cattolici, i cattolici che presentarono candidati propri 20, i nazionalisti 6. La sinistra, cioè socialisti, socialisti riformisti, radicali e repubblicani ebbero complessivamente 169 deputati, rispetto ai 115 della Camera precedente.
Giolitti apparve dunque uscire dalla competizione elettorale ancora una volta da vincitore. La partita però non era finita. Tutto, infatti, cambiò alle elezioni del 1919 quando i soli socialisti divennero 184 grazie al sistema proporzionale. Da quel momento però la democrazia liberale entrò definitivamente in crisi e si sfaldò, aprendo purtroppo le porte al fascismo.
Le divisioni della sinistra, nascita del PCd’I nel 1921 ed espulsione dei riformisti nel 1922, vanificarono, infatti, lo straordinario successo elettorale ottenuto dai socialisti, contribuendo ad aprire la strada al fascismo. Del voto alle donne tutti si dimenticarono fine alla riconquista della libertà.
- Associazione socialista liberale
- Cose di provincia
- Dai teatri e altro
- Dal mondo
- Economia e Lavoro
- Il Mondo è Bello perché è Avariato
- Giustizia
- Il Corriere della Pera
- In evidenza
- Istituzioni e territorio
- L’editoriale
- L’occhiodelbue
- Non menare il can che dorme
- Parliamo di noi
- Pillole di cultura
- Politica
- Politique d’abord
- Prampoliniana
- Prima pagina
- Redazione
- Route El Fawari
- Sanita
- Sport in pillole
- Storia socialista
- Suffrangetta
Fabrizio Montanari
Autore. Fabrizio Montanari è nato a Reggio Emilia nel 1951 e ha svolto per molti anni attività lavorativa come Dirigente cooperativo. Socialista autonomista, è stato dirigente provinciale del PSI reggiano e regionale, segretario provinciale (1975) e membro della segreteria nazionale della FGSI (1976-77). Giornalista pubblicista, collabora a diverse riviste storiche (Ricerche Storiche, L’Almanacco socialista, Reggio Storia), e ai giornali 24Emilia e La Giustizia. È inoltre autore di diversi libri e saggi storici sul movimento socialista e libertario italiano.

