di Vicky Amendolia
Il problema non è la scollatura di Matilde Siracusano. È la scollatura della politica.
Quella della sottosegretaria è stata prodotta dall’intelligenza artificiale. L’altra, assai più difficile da ricoprire, sembra invece il risultato di una politica che ha scoperto quanto sia redditizio sostituire le idee con le provocazioni, il confronto con lo sberleffo e gli argomenti con ciò che garantisce qualche migliaio di visualizzazioni in più.
Roberto Vannacci ha pubblicato sui propri social, durante la campagna per le elezioni suppletive di Reggio Calabria, un’immagine nella quale Matilde Siracusano appariva con una scollatura che nella fotografia originale non esisteva. La maglietta bianca indossata sotto la giacca era scomparsa e l’intelligenza artificiale aveva provveduto al resto.
Va precisato, perché la precisione distingue la critica dalla propaganda, che non risulta sia stato Vannacci a creare materialmente quell’immagine. Proveniva da un blog calabrese. Ma è stato lui a sceglierla, rilanciarla e utilizzarla sul proprio profilo all’interno di un messaggio di propaganda politica. E chi fa politica — ma il principio vale, naturalmente, per chiunque — risponde non soltanto di ciò che crea, ma anche di ciò che sceglie consapevolmente di utilizzare e diffondere. Non è soltanto una considerazione di carattere etico. Anche sul piano penalistico, quando una norma attribuisce autonoma rilevanza alla pubblicazione o alla diffusione di un contenuto illecito, il fatto di non esserne l’autore materiale non costituisce di per sé un’esimente: creazione e successiva diffusione sono condotte distinte e ciascuna va valutata secondo i propri presupposti. È precisamente per questo che, nel caso concreto, stabilire chi abbia materialmente manipolato l’immagine non esaurisce affatto la questione giuridica.
Siracusano ha reagito annunciando di rivolgersi ai propri legali. E vale forse la pena ricordare chi sia la donna che qualcuno ha pensato di trasformare in una scollatura: laureata in Scienze politiche, con un master in Affari politici italiani alla LUISS School of Government, una precedente esperienza professionale nel settore privato e nel giornalismo e una lunga frequentazione delle istituzioni parlamentari, è deputata alla seconda legislatura ed è dal 2022 sottosegretaria di Stato ai Rapporti con il Parlamento. Un curriculum sul quale si può dissentire politicamente quanto si vuole; un po’ più difficile, evidentemente, confrontarsi con esso cancellando una maglietta con un software. Antonio Tajani ha definito l’episodio «volgare e inaccettabile». Le critiche sono arrivate da maggioranza e opposizione e persino dai vertici delle istituzioni.
Si potrebbe liquidare tutto come l’ennesima caduta di stile di una politica che di cadute di stile vive ormai quotidianamente. Sarebbe però un errore, perché questa vicenda contiene qualcosa di più serio della provocazione di un singolo esponente politico. Contiene un metodo.
Vannacci ha sostenuto che nell’immagine non si vedesse nulla di particolarmente offensivo e che la polemica avesse finito per regalargli pubblicità. Ed è forse questa la parte politicamente più interessante dell’intera storia, perché descrive perfettamente uno dei meccanismi della comunicazione politica contemporanea: provocare, attendere l’indignazione, moltiplicarne l’eco attraverso i social e infine trasformare la quantità di attenzione ricevuta nella rappresentazione di un successo. L’indignazione dell’avversario diventa carburante. La protesta diventa pubblicità. La critica diventa un moltiplicatore del messaggio. È il vecchio circo della propaganda, soltanto che adesso al posto degli imbonitori ci sono gli algoritmi.
Con l’intelligenza artificiale, però, si è superato un altro confine. Perché non si tratta più soltanto di manipolare una frase, estrapolare una dichiarazione dal suo contesto o costruire una caricatura. Oggi si può intervenire sul corpo di una persona, sulla sua voce, sui suoi gesti. Si può mostrarla mentre dice ciò che non ha mai detto o mentre appare come non è mai apparsa. E in questo caso il corpo manipolato è quello di una donna.
Non occorre trasformare la vicenda in una disputa ideologica sul sessismo per capire la differenza. Sarebbe difficile immaginare, in una normale contesa politica, che per delegittimare un sottosegretario uomo qualcuno sentisse la necessità di modificargli digitalmente la camicia per mostrarne una parte maggiore del torace. Qui invece il corpo femminile torna a essere strumento della contesa. Non per quello che la donna sceglie liberamente di mostrare, ma per quello che qualcun altro decide artificialmente di farle mostrare. Ed è questa la differenza fondamentale.
La libertà consiste anche nel diritto di una donna a vestirsi come vuole: con una scollatura profonda, senza scollatura o persino — se lo desidera — senza quella famosa gonna che sembra suscitare tanta attenzione nella nostra classe politica. Ma proprio per questo nessuno dovrebbe poter decidere al posto suo quale corpo mostrare al pubblico.
Il legislatore italiano, del resto, ha già avvertito il problema. L’articolo 612-quater del codice penale disciplina la diffusione illecita di contenuti generati o alterati con sistemi di intelligenza artificiale, quando ricorrano tutti i presupposti previsti dalla norma. Se essi ricorrano nel caso Siracusano non compete a un giornale stabilirlo: esistono magistrati e tribunali proprio perché il diritto non si amministra attraverso i post di Facebook. Ma prima ancora del confine penale ne esiste uno politico e culturale.
Ed è qui che la cronologia diventa curiosamente eloquente. Tre giorni prima dell’immagine di Siracusano, parlando di gonne corte e gonne lunghe, Vannacci aveva dichiarato di preferire una donna «senza gonna». Era una battuta, ha spiegato. Legittimo considerarla tale. Tre giorni dopo, sul suo profilo compare per finalità politiche l’immagine artificialmente modificata di una donna alla quale qualcuno ha pensato di togliere digitalmente un pezzo di abbigliamento. Sono due episodi distinti. Non occorre attribuire intenzioni né costruire processi alle intenzioni. Basta metterli uno accanto all’altro e lasciare al lettore il privilegio, ormai quasi rivoluzionario, di pensare con la propria testa.
Rimane però una domanda più ampia. Possibile che la politica italiana, davanti alle trasformazioni economiche, alle guerre, alla crisi industriale, ai salari, alla sanità, alla scuola, alla giustizia e a un’Europa che cerca faticosamente il proprio posto nel nuovo disordine mondiale, debba trovare il modo di discutere per giorni della profondità artificiale della scollatura di una sottosegretaria?
Forse sì, se questo è il livello al quale accettiamo che venga condotto il confronto pubblico. Perché il degrado della politica non comincia quando qualcuno pronuncia una parola volgare. Comincia quando la volgarità diventa una strategia e l’attenzione che produce viene scambiata per consenso.
L’intelligenza artificiale, in fondo, ha una buona attenuante: esegue ciò che le viene chiesto. È quando manca quella naturale che cominciano i problemi.

