Oggi 1° settembre è il primo anniversario dell’entrata in vigore del cosiddetto “supporto per la formazione e il lavoro”, introdotto dal governo per incentivare l’occupazione di una parte degli ex percettori del vecchio reddito di cittadinanza.
Eppure sappiamo ancora poco, o nulla, su come stanno funzionando davvero le cose. Non abbiamo informazioni complete, pubblicamente disponibili, sui risultati raggiunti finora da questo meccanismo. Problema identico a quanto accadde per il reddito di cittadinanza.
Pochi giorni fa l’Istat ha stimato che le sole modifiche introdotte a sostituzione del reddito di cittadinanza non hanno avuto alcun impatto nella riduzione della povertà.
Eppure nella conferenza stampa del 9 luglio scorso la ministra Calderone ha dichiarato: “le misure che hanno sostituito il reddito di cittadinanza con due percorsi differenti stanno funzionando anche bene“.
Come vedremo di seguito, però, mancano del tutto i numeri per affermarlo. A onor del vero, in uno sprazzo di sincerità non certo propagandistica, la ministra ha pure aggiunto che “il supporto per la formazione e il lavoro ha un tiraggio inferiore rispetto a quelle che erano le previsioni“. Tradotto: sia la spesa per la misura introdotta che la platea di beneficiari sono meno di quanto previsto dal governo.
Il “decreto lavoro” fu convertito in legge a luglio 2023, creando due nuove misure in sostituzione del reddito di cittadinanza. La prima è l’assegno di inclusione, richiedibile dalle famiglie con almeno un minorenne, o una persona di almeno 60 anni di età, oppure un disabile. Per accedervi bisogna rispettare una serie di requisiti, tra cui essere residente in Italia da almeno cinque anni e avere un ISEE non superiore ai 9.360 euro.
La seconda misura è il supporto per la formazione e il lavoro, con l’obiettivo di “favorire l’attivazione nel mondo del lavoro delle persone a rischio di esclusione sociale e lavorativa“. È diventata operativa il 1° settembre 2023 e possono richiederla i componenti delle famiglie con età tra i 18 e i 59 anni, il cui ISEE non supera i 6.000 euro annui e che non hanno i requisiti per ottenere l’assegno di inclusione.
Secondo il governo, rientrano in questa categoria gli ex percettori del reddito di cittadinanza che sono “occupabili”, cioè che possono cercare e trovare un lavoro. Una categoria molto varia: per esempio, sono ricompresi oltre il 70% degli ex percettori del reddito di cittadinanza che non possono accedere all’assegno di inclusione, e che hanno solo la terza media.
In concreto, il “supporto” consiste in un assegno mensile di 350 euro, erogato dall’Inps, incassabile al massimo per 12 mesi. Chi vuole riceverlo deve richiederlo tramite il Sistema informativo per l’inclusione sociale lavorativa (Siisl), impegnandosi a presentarsi poi all’apposita convocazione. Qui il richiedente deve sottoscrivere il cosiddetto “patto di servizio personalizzato”, che indica almeno tre agenzie per il lavoro che dovranno aiutarlo a trovare lavoro, nonché i percorsi di formazione da seguire. Appena trovato lavoro, cessa l’erogazione dell’assegno mensile.
Quanti hanno beneficiato di questo supporto finora? Gli unici dati pubblicamente disponibili sono stati resi noti per la prima volta dall’Inps lo scorso 9 luglio: dal 1° settembre 2023 al 30 giugno 2024 i beneficiari sono stati 96.161 e in media ogni beneficiario ha ricevuto 3,7 assegni mensili. La maggiore concentrazione di beneficiari è a Sud (78%). La Campania è la regione con più sussidiati, il 28% sul totale. Seguono la Sicilia (18%) la Puglia e la Calabria. Quasi il 57% dei beneficiari era composto da donne.
Da queste statistiche è però impossibile capire quanti beneficiari abbiano di fatto trovato lavoro grazie ai centri per l’impiego e grazie ai famosi navigator, istituiti in passato.
Ricordiamo che il passaggio dal reddito di cittadinanza all’assegno di inclusione e al supporto per la formazione e il lavoro ha già comportato dei risparmi per le casse dello Stato, quantificabili in circa 2 miliardi di euro risparmiati. Cosa se ne è fatto di questo risparmio? Scuola e sanità di certo non ne hanno beneficiato, e l’autunno si presenta denso di cassa integrazione generale. Staremo a vedere.


5 commenti
La verità fa male ad un governo bugiardo fa ancora più male a chi ha bisogno e le norme approvate non hanno trovato l’ efficacia magnificata dal centrodestra
Brava Lucia.
Grazie, egregio Crema.
Se i dati che leggiamo in questi giorni non sono a loro volta una bufala (il che sembrerebbe abbastanza inverosimile), pare esser salito il tasso di occupazione e diminuito nel contempo quello di disoccupazione, il che, al di là delle rispettive percentuali, potrebbe forse indicare una confortante tendenza, ma i dati, anche questi come del resto altri, sono verosimilmente soggetti a poter essere valutati ed interpretati secondo l’orientamenti politico-ideologico di ciascuno di noi.
Paolo Bolognesi 01.09.2024
Egregio Bolognesi, il tema è circoscritto. Il titolo parimenti. Qui non si tratta di ideologia ma di statistica, e analisi reale dei fatti. Di ideologia ne parla lei allargando il campo di analisi, e non è mai stata questa la volontà dell’autrice.
Nessuna riga nell’articolo accenna al tasso di occupazione. Può rileggere, se le è sfuggito qualcosa. Se invece attacca a spada tratta per partito preso, in questi caso proprio il SUO, buon divertimento.
Non posso naturalmente escludere di aver frainteso il senso di questo articolo, ma mi sentirei di fare la seguente considerazione, stando quantomeno all’idea che mi sono fatto, ovviamente del tutto opinabile: è senz’altro legittimo esprimere riserve o insoddisfazione riguardo all’azione di governo ma credo altrettanto lecito far presente che vi sono dati di cui andrebbe tenuto conto, relativamente all’andamento di occupazione e disoccupazione (io potrei anche parlare per “partito preso”, ma i dati che abbiamo appreso in proposito un qualche significato dovrebbero pur averlo).
Paolo Bolognesi 02.09.2024