La piccola Ursula Hirschmann nacque a fine estate, in una Berlino che nel 1913 si preparava alla prima guerra mondiale. La sua era una famiglia ebraica della classe media: il padre Carl era chirurgo di origini prussiane, la madre discendeva da una famiglia di banchieri di Francoforte. Primogenita, Ursula ha due fratelli: Otto Albert, che sarebbe diventato un illustre economista e politologo, ed Eva Estelle.
Con sua madre ebbe un rapporto conflittuale. Scrisse a riguardo:
“Non l’ho amata, e per quanto risalga indietro con la memoria, trovo il mio sforzo di essere diversa da lei, e più tardi di proteggere la mia vita, nel mio essere diversa da lei. Se non faccio attenzione, morirò come lei, selvaggiamente, senza rendermene conto, innamorata della vita malgrado tutte le paure, impreparata”.
Studentessa di economia, dopo il Trattato di Versailles nel 1932 Ursula si unì all’organizzazione giovanile del partito socialdemocratico che si opponeva all’avanzata del nazismo.
Si laureò poi alla Ca’ Foscari nel 1939 in Lingua e letteratura tedesca.
Giovanissima si impegna attivamente insieme al fratello nel cosiddetto “Fronte di Ferro“, l’alleanza fra la SPD e i gruppi socialisti e democratici, fino a dover lasciare Berlino alla volta di Parigi, in una esperienza totalizzante condivisa con tanti altri esuli come lei.
Furono mesi segnati da incontri significativi e importanti, come quello con Renzo Giua, scappato dall’Italia dopo il carcere per attività antifascista. Inquieto e naif, Giua insegna a Ursula la critica e l’arguzia, l’atteggiamento dissacrante nei confronti dei fuoriusciti e di una militanza troppo rigida e severa.

Negli anni parigini, rivede Eugenio Colorni, il giovane filosofo ebreo conosciuto a Berlino nel 1932. Nasce prima l’amicizia e poi affetto e amore. Si sposeranno. Avranno tre figlie: Silvia, Renata, Eva, tutte nate in circostanze precarie e difficoltose.
Con Eugenio Colorni, in Italia Ursula fu parte attiva del movimento clandestino di opposizione al fascismo.
Quando Colorni fu arrestato e confinato sull’isola di Ventotene, Hirschmann decise di seguirlo ottenendo uno speciale visto dalle autorità.
Qui la coppia conobbe Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, che nel 1941 scrissero il Manifesto di Ventotene “per un’Europa libera e unita”, il punto d’inizio del federalismo europeo.
Scritto di nascosto su cartine di
sigarette, era al contempo una dichiarazione politica e un modello
per la federazione democratica d’Europa. Il manifesto invitava a una rottura con il passato dell’Europa per formare un nuovo
sistema politico attraverso la ristrutturazione della politica e una profonda riforma sociale.
Quando fuggì da Ventotene, Ursula riuscì a portare con sé il testo del Manifesto e contribuì alla sua stesura, traduzione e diffusione nel continente. Fu ampiamente letto da tutti coloro che combattevano nella resistenza italiana contro i nazisti.

Dopo Ventotene, Hirschmann si stabilì a Milano, dove nel 1943 partecipò alla fondazione del Movimento federalista europeo. Nel 1944 Colorni fu ucciso a Roma per mano fascista, ad opera della banda Koch pochi giorni dopo la liberazione della città. Ursula riparò in Svizzera e partecipò all’organizzazione del primo congresso federalista internazionale, che si tenne poi a Parigi nel 1945. Qui svolse molte attività federaliste e conobbe Albert Camus, Emmanuel Mounier e George Orwell. Ursula si definirà poi una déracinée, una donna senza patria, che non ha nulla da perdere se non le proprie catene, e pertanto l’Europa non può che essere la propria casa e il proprio progetto.
Negli anni, dopo l’incontro a Ventotene, Ursula riconobbe un sentimento rimosso per un certo tempo nei confronti di Altiero Spinelli: questo sentimento fu accettato e riconosciuto in tutta la sua forza e passione. Si ritroveranno dopo la tragica morte di Colorni. Dalla profonda, intensa e duratura storia con Spinelli nasceranno altre tre figlie: Diana, Barbara e Sara.
L’impegno politico di Hirshmann non si concluse al termine della Seconda guerra mondiale. Nel 1975 fondò a Bruxelles l’associazione Femmes pour l’Europe in un originale percorso di riflessione che afferma il ruolo delle donne nel processo europeo, fatto di emancipazione e consapevolezza, capace di portare (come scrive) “una dimensione umana secondo il nostro modo di pensare”.
Nel 1987 si iscrive al Partito radicale, sempre con la sua nota consapevolezza critica e originale. Una capacità che l’ha accompagnata per tutta la vita, fatta di passione e impegno instancabile. Così scriveva: “Soffro o sono felice secondo le costellazioni e ai colpi della vita rispondo con uno sviluppo nuovo, ma cerco di ovattarli per sentire meno il male. Sono così”.
Ursula Hirschmann ha saputo insegnare alle sue sei figlie e alle tante donne che ha incontrato nel corso della sua esistenza il coraggio di essere libere, e con formidabile intelligenza le accompagnato in molti dei loro percorsi. Ha saputo affrontare le difficoltà che la vita le ha posto, riconoscendo le sue fragilità, le sue potenzialità, ma anche la capacità di adattarsi e riformulare l’esistenza col passare del tempo. Riconoscendo i tanti sensi di colpa rispetto alle figlie, che spesso ha dovuto abbandonare per percorrere l’impegno politico e intellettuale, Ursula non si è mai tirata indietro.
È riuscita in un tentativo faticoso di coniugare tutte le identità, oppure scegliendo dolorosamente alcune di esse. Un’esistenza serrata, che si è snodata in sconfinamenti, in superamenti di confini e di barriere reali e esistenziali, e fondata sulla scelta di praticare l’amore, che salva.
Come lei stessa affermava: ”Noi possiamo soltanto amare. Non per bontà, non per senso religioso, ma perché è l’unico modo di restare nella realtà”.
Ursula Hirschmann è considerata uno dei pilastri fondativi dell’Europa odierna, grazie al suo impegno originario nella resistenza contro il nazismo e il fascismo. È riuscita a immaginare un’Europa unita, con un parlamento e un governo democraticamente eletti. Si è sempre definita una “senza patria”, né tedesca, né italiana, né ebrea, ma solo europea.


