di Fabrizio Montanari
Con il volontario esilio di Prampolini a Milano, a partire dal 1926 si formò una piccola colonia di esuli reggiani e non, impegnata a lenire i disagi logistici, economici e sanitari ai quali Camillo andò progressivamente incontro fino al suo decesso avvenuto nel 1930.
Oltre alla sorella Lia e alla figlia Pierina con le quali condivideva la casa, a Milano c’erano Giovanni Zibordi, Amilcare Storchi e Nino Mazzoni, che si avvalse dell’attività di contabile di Camillo nel suo negozio di antiquariato. Da qualche tempo lavorava con loro anche il profugo socialista reggiolese Fernando Parenti. Turati stesso, prima di riparare in Francia, si era recato più volte a trovarlo per assicurarsi del suo stato di salute ogni giorno più precario.
Il gruppo milanese comprendeva anche Paride Albertini, ex sindaco socialista di Reggiolo, e Alberto Anceschi, che lo aiutarono a trovare un modesto alloggio in affitto all’estrema periferia della città, vicino a Porta Ticinese.
Sfogliando con attenzione la sua copiosa corrispondenza veniamo a conoscenza di alcune lettere inviate all’amica Dimma Fantesini, ex segretaria alla Camera del Lavoro di Reggio, in una delle quali confidava il suo spaesamento nella metropoli lombarda e la nostalgia di Reggio, tanto da confessarle: “…Quanto più rimango qui tanto più divento reggiano”.
A Reggio erano rimasti, almeno momentaneamente, altri cari compagni di tante battaglie come Lari, Bonaccioli, Simonini, Prandi, Bellelli e l’amico carissimo Bellentani.
Quest’ultimo in particolare rappresentò un interlocutore importante per Prampolini. A lui Camillo confidò i suoi stati d’animo, le sue nostalgie, il desiderio di riprendere l’attività politica, nonché la consapevolezza d’essere ormai ininfluente e inutile.
Francesco Bellentani nacque a Reggio Emilia il 18-09-1898 e si iscrisse alla FGSI all’età di appena 14 anni, in occasione dello svolgimento del Congresso nazionale del partito del 1912. Affascinato dalla figura di Camillo Prampolini aderì subito alla frazione riformista, frequentando con passione la redazione de La Giustizia.
Nel 1917 subentrò a Riccardo Rinaldi alla segreteria della Federazione giovanile provinciale. Nel 1922 aderì convintamente al PSU di Matteotti, diventandone un dirigente provinciale. Sempre presente alle riunioni delle forze aventiniane che si svolgevano nella sede del partito in via De Amicis, rappresentò un punto di riferimento insostituibile per i compagni che, dopo il delitto Matteotti, ancora speravano nel crollo del fascismo.
Diventato redattore, affiancò Prampolini fino alla chiusura definitiva dell’edizione settimanale del giornale, avvenuta nel dicembre 1925.
Eletto consigliere comunale nel 1920, visse in prima linea la nascita e l’affermarsi del fascismo con tutto il suo corredo di violenze e illegalità. Sorvegliato dalla polizia e più volte minacciato dai fascisti, nel 1926 si vide costretto a lasciare città per rifugiarsi a Genova, dove morirà il 31-10-1984.
A Genova svolse attività giornalistica a Il Lavoro e presso altre testate locali. A lui Prampolini, che ne apprezzava la dirittura morale e l’affidabilità, indirizzò diverse lettere il cui contenuto spaziava dalle confidenze personali circa il suo stato d’animo rassegnato e malinconico, a valutazioni politiche del momento, alla richiesta di notizie sulla sorte toccata ai compagni rimasti a Reggio. In particolare si ricordano due lettere significative.
La prima del 29 gennaio 1927 testimonia il suo pessimo stato d’animo e la sensazione della scarsa considerazione dimostrata dai fascisti verso la sua persona anche a seguito dell’attentato Zamboni a Mussolini dell’ottobre 1926. “…non ebbi disturbi di sorta, non fui nemmeno piantonato come la volta precedente…Si vede che anche il littorio si è persuaso di non dover assolutamente nulla da temere da me. Vecchio albero sradicato dal suolo dove nacque e trapiantato in altra terra lontana, io ormai non posso dar frutti e non esisto che per morire…”. In realtà Prampolini continuò a rappresentare una preoccupazione per la polizia, che continuò a vigilarlo fino alla fine dei suoi giorni e perfino condizionando lo svolgimento del suo funerale.
Nella seconda lettera del 5 novembre del 1929 Camillo aggiornò l’amico Francesco sull’aggravarsi della malattia, sull’inefficacia dei diversi interventi operatori subiti, dimostrandosi consapevole della imminente fine, che infatti giunse il 30 luglio 1930.
A Genova Bellentani, oltre alla sua attività giornalistica, lavorò presso una impresa come modesto impiegato amministrativo, senza subire particolari fastidi da parte dei fascisti.
A guerra terminata rimase iscritto al PSI fino al 1947, quando aderì al PSLI di Saragat e Simonini. Venne eletto segretario della sezione socialdemocratica di Sampierdarena e nominato nella Direzione provinciale del PSDI ligure. Per tutta la vita considerò suo dovere tramandare alle nuove generazioni gli insegnamenti politici e umani ricevuti da Camillo Prampolini, non trascurando anche gli aspetti più intimi e privati dell’uomo.
La sua preziosa testimonianza è affidata ai tanti articoli e saggi pubblicati negli anni sessanta e settanta da La Giustizia, dall’Avanti! e da diverse riviste storiche, tra le quali Ricerche storiche, rivista di Istoreco e L’Almanacco dell’Istituto storico socialista “P. Marani” di Reggio Emilia.

