di Carmine De Pascale @gen.depascale
C’è un’immagine che resterà impressa: Donald Trump che, nel giorno del suo compleanno, annuncia al mondo di aver ottenuto ciò che molti presidenti prima di lui avevano inseguito senza successo. Una pace. O almeno qualcosa che le somiglia. Un annuncio arrivato al termine di una giornata che definire convulsa è un eufemismo: Israele aveva appena colpito Beirut, l’Iran minacciava una ritorsione “imminente” e il Pakistan – mediatore inatteso – dichiarava che l’accordo tra Washington e Teheran sarebbe stato firmato il 19 giugno in Svizzera.
È in questo paradosso – una tregua che nasce dal rumore delle sirene – che si colloca il nuovo memorandum USA‑Iran. Un documento che promette di riaprire lo Stretto di Hormuz, di congelare la guerra e di avviare un negoziato sul nucleare. Ma che, allo stesso tempo, rivela tutte le fragilità di un equilibrio costruito sul filo del rasoio. Di seguito i punti chiave dell’accordo.
- La riapertura dello Stretto di Hormuz. È il cuore dell’intesa. Trump annuncia che lo Stretto riaprirà “venerdì”, in concomitanza con la firma, per consentire le operazioni di sminamento e far ripartire il flusso globale del petrolio. “Il petrolio tornerà a fluire liberamente, a beneficio della regione e del mondo”, scrive il presidente americano su Truth.
La riapertura di Hormuz non è un dettaglio tecnico: è la valvola che regola il 20% del petrolio mondiale. Ogni nave che riparte è un pezzo di economia globale che ricomincia a respirare.
- Sessanta giorni per il dossier nucleare. Il viceministro iraniano per gli Affari Internazionali Gharibabadi conferma che i negoziati proseguiranno per 60 giorni e si concentreranno sulla revoca delle sanzioni e sulla diluizione dell’uranio arricchito. Trump, con il suo stile diretto, minimizza la questione della “polvere nucleare”: “Ce ne occuperemo più avanti. Non c’è fretta”. Dietro questa frase c’è la consapevolezza che il nodo vero – la capacità dell’Iran di avvicinarsi alla soglia nucleare – è solo rimandato.
- Lo sblocco degli asset iraniani e la fine del blocco navale USA. Teheran accetterà di procedere solo dopo lo scongelamento dei beni, la fine del blocco e la conclusione formale della guerra. Trump, dal canto suo, annuncia il ritiro immediato del blocco navale e invita le navi del mondo a “accendere i motori”.
Il cessate il fuoco totale, compreso il Libano. Il premier pakistano Sharif conferma che entrambe le parti hanno dichiarato la cessazione “immediata e permanente” delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano. È un passaggio cruciale: senza la fine delle ostilità in Libano, nessun accordo sarebbe stato possibile.
Una pace che nasce già ferita
La reazione iraniana è trionfalistica: lo Stato Maggiore parla di “nemici umiliati” e di una “volontà divina” imposta agli Stati Uniti e a Israele. Non è linguaggio da diplomazia: è propaganda di guerra.
Israele, dal canto suo, è furioso. Funzionari citati dai media parlano di un memorandum che “mette in pericolo gli interessi del Paese” e accusano Washington di aver ceduto alle condizioni di Teheran.
Trump, irritato per l’attacco israeliano a Beirut che ha rischiato di far saltare la firma, parlando al sito di notizie politiche Axios, libera la sua rabbia: “Perché ha dovuto fare un fottuto attacco? Non ha nessun cazzo di giudizio”. Sono parole che raccontano una frattura tra due alleati storici. E una pace che nasce già sotto tiro.
Per l’Italia, questa tregua non è un fatto lontano. La riapertura di Hormuz significa stabilità energetica: il crollo immediato del petrolio – WTI -4,8%, Brent -3,9% – è un sollievo per famiglie e imprese, in un Paese che ha pagato caro l’inflazione energetica.
Sul piano geopolitico, Roma respira: una guerra regionale avrebbe travolto il Mediterraneo allargato, mettendo sotto pressione le missioni italiane in Libano e Iraq e aumentando il rischio di instabilità alle porte di casa.
Ma l’Italia sa anche che questa pace è un ponte sospeso: se crolla, l’onda d’urto arriva fino a noi.
Bruxelles accoglie l’accordo con favore, ma senza illusioni. L’Unione dipende dalle rotte energetiche del Golfo e teme che un nuovo conflitto possa far esplodere i prezzi e alimentare tensioni sociali interne. Al tempo stesso, osserva con preoccupazione la distanza crescente tra Washington e Israele e la centralità assunta dal Pakistan come mediatore.
È un mondo che cambia e, come spesso accade, l’Europa rischia di restare spettatrice.
In tale quadro, si intravedono tre possibili scenari futuri.
1. La pace regge. Gli Stati Uniti e l’Iran trovano un equilibrio pragmatico. Hormuz resta aperto, il nucleare viene gestito, Israele si adegua. È lo scenario più ottimistico, ma anche il meno probabile. 2. La pace si incrina. Basta un missile lanciato da una milizia, un raid non autorizzato, una dichiarazione incendiaria. È lo scenario più realistico.
3. La pace diventa un nuovo campo di battaglia. Washington e Teheran usano l’accordo per guadagnare tempo, riorganizzarsi, ridefinire le proprie sfere di influenza. La tregua diventa un preludio a un conflitto più grande.
In ogni caso, si tratta di una pace che riguarda tutti perché non è solo geopolitica. È la benzina che paghiamo, la stabilità dei mercati, la sicurezza delle rotte commerciali, la credibilità delle democrazie occidentali. È la dimostrazione che la pace, oggi, non è mai un punto di arrivo: è un equilibrio instabile, un respiro trattenuto, un filo che può spezzarsi da un momento all’altro.
Eppure, anche così, vale la pena provarci. Perché ogni giorno senza guerra è un giorno guadagnato. E perché, in un mondo che corre verso nuove fratture, anche una pace imperfetta può essere un miracolo.

