di Carmine De Pascale @gen.depascale.
La guerra russo‑ucraina sta cambiando pelle. Non è più la stessa guerra che abbiamo imparato a conoscere nei
primi mesi dell’invasione, fatta di avanzate, ritirate, linee del fronte che si spostano come onde lente e prevedibili. Tra il 1° e il 4 agosto, una serie di attacchi attribuiti da Mosca all’Ucraina ha colpito luoghi che fino a ieri sembravano impermeabili al conflitto: un ristorante nel centro di Mosca, una spiaggia sul Mar Nero, infrastrutture industriali e logistiche, località della Crimea occupata. Ventuno civili uccisi, secondo le autorità russe. Nessuna rivendicazione da Kiev. Nessuna certezza sugli obiettivi. Solo una sensazione che attraversa la Russia come un brivido: la guerra non è più lontana, non è più confinata, non è più “altrove”.
La profondità strategica russa, per decenni considerata una sorta di corazza geografica, si incrina. L’idea che Mosca fosse troppo grande, troppo lontana, troppo protetta per essere colpita, si dissolve. L’attacco al ristorante – forse diretto contro il generale Aleksandr Chaiko, comandante delle Forze Aerospaziali russe – è un segnale: l’Ucraina non combatte più solo per difendere il proprio territorio, ma per dimostrare che può colpire il cuore dell’apparato militare russo. E può farlo con strumenti relativamente economici, adattabili, difficili da intercettare. I droni diventano il simbolo di una nuova fase del conflitto: una guerra che non si misura più in chilometri conquistati, ma in nervi scoperti.
Volodymyr Zelensky lo dice apertamente: “Alla Russia non rimarrà altra alternativa che la pace”. Ma la pace, oggi, è un miraggio che si allontana ogni volta che la tecnologia permette un nuovo colpo, un nuovo sabotaggio, una nuova dimostrazione di vulnerabilità. Kiev ha elaborato una strategia che potremmo definire “sanzioni di lungo raggio”: colpire raffinerie, centri logistici, infrastrutture energetiche, piattaforme commerciali come Wildberries, la “Amazon russa”. Non per distruggere la Russia, ma per renderle più costosa la guerra. Per farle capire che ogni giorno di conflitto ha un prezzo crescente, non solo al fronte ma anche nelle retrovie, nella vita quotidiana dei cittadini, nella percezione di sicurezza che si sgretola.
Questa strategia ha un vantaggio evidente: costa meno, in termini umani ed economici, rispetto a operazioni terrestri su larga scala. E obbliga Mosca a disperdere risorse nella difesa interna, indebolendo la capacità offensiva sul fronte ucraino. Ma ha anche un limite che pesa come una pietra: non avvicina il tavolo negoziale. Al contrario, contribuisce a irrigidire la postura russa e a intensificare gli attacchi contro le città ucraine. Ogni drone che sorvola il territorio russo diventa un pretesto per un missile che cade su Kiev, su Kharkiv, su Odessa. È una spirale che si alimenta da sola, una logica di ritorsione che non lascia spazio alla diplomazia.
Il fronte diplomatico, infatti, è immobile. Non per mancanza di tentativi, ma perché la guerra è entrata in una fase in cui nessuna delle due parti può vincere, ma entrambe credono di poter migliorare la propria posizione prima di negoziare. È la logica del “non ancora”: non ancora abbastanza pressione sulla Russia per costringerla a trattare; non ancora abbastanza vantaggi per l’Ucraina per accettare un compromesso; non ancora abbastanza fallimenti per convincere Mosca a rivedere gli obiettivi massimalisti dell’invasione. Il risultato è un conflitto che si autoalimenta, che si espande nella profondità dei territori, che diventa sempre più tecnologico e sempre meno territoriale.
La verità è che la guerra russo‑ucraina non si muove più lungo le mappe, ma lungo le nervature psicologiche delle società coinvolte. È una guerra che non cerca più la conquista, ma la resistenza. Una guerra che non punta più a cambiare i confini, ma a cambiare la percezione di sicurezza. Una guerra che rischia di durare indefinitamente, perché ogni nuova capacità tecnologica apre un nuovo fronte invisibile, e ogni nuovo fronte invisibile allontana la possibilità di un compromesso.
E allora la domanda che resta sospesa, inquietante, inevitabile, è questa: quante trasformazioni dovrà ancora attraversare questo conflitto prima che le parti riconoscano che la pace non è un’opzione, ma l’unica via di sopravvivenza? In questo momento, nessuno sembra pronto a rispondere. E la guerra, silenziosa e mutante, continua a camminare verso il futuro con la stessa ostinazione con cui, ogni notte, un drone attraversa il cielo.


1 commento
“le parti”? In che senso?
C’è una parte che subisce la guerra e in questi anni ha ripetutamente fatto appelli per trattative.
È molto facile andare su internet e trovare le dichiarazioni del presidente ucraino in quest’ senso. Appelli per un cessate il fuoco, per un dialogo, per congelare il conflitto in vari momenti.Così hanno fatto anche vari leader mondiali.
La risposta di Putin è stata la solita, bombe sull Ucraina, bombe sui civili.
Trump addirittura ha cercato di legare mani e gambe agli ucraini vietando i rifornimenti di armi, steso il tappeto rosso a Putin in Alaska, che vergogna. Quella sarebbe stata la pace dunque?
Ok, risultato? Più bombe russe sui civili.
E ancora parlate di “parti”? Andrà raccontata bene una buona volta questa invasione o no? La Russia non conosce la trattativa, non conosce il compromesso in questa invasione. Conosce l’ all-in.