di Maurizio Ballistreri
E’ di tutta evidenza che la dialettica democratica nel nostro Paese sia sempre più ristretta, a tal punto che pochi uomini e donne decidono la politica italiana. Ed è questo uno degli aspetti che segnano la politica nella Seconda Repubblica, quale conseguenza di sistemi elettorali che ostacolano il pluralismo e la ricchezza delle diverse culture politiche, partiti di plastica, classi dirigenti in senso lato, reclutate attraverso il leaderismo centralistico. Qualcuno, per nobilitare questa cifra della politica italica, potrebbe scomodare le analisi sull’elitismo, come quelle di Gaetano Mosca, che nel suo celebre saggio “Che cosa è la mafia”, scritto all’inizio del ‘900, quasi con poteri divinatori metteva in guardia contro i rischi di degenerazione tirannica: “poiché ogni classe politica tende a degenerare in oligarchia e minoranza organizzata, che persegue suoi interessi separati soffocando la vita civile, segnata da corruzione e favoritismi”. Quanta attualità nelle analisi del grande scienziato siciliano della politica!
Ma, in verità, di elitario c’è ben poco nella politica italica, segnata piuttosto dalla “capocrazia”, come dimostra l’analisi dell’organizzazione interna dei maggiori partiti, con Fratelli d’Italia che ha una sola “donna al comando”, il Movimento 5 Stelle, mix di autocrazia e digitalizzazione; Forza Italia partito-azienda e, quindi, dello scomparso proprietario per definizione; la Lega con uno statuto che attribuisce “ogni e qualsivoglia attività” al segretario federale; il Pd nel quale il segretario è anche (a prescindere, avrebbe detto il principe de Curtis, in arte Totò!) candidato alla premiership e così anche i cartelli elettorali minori spacciati per forze politiche, tutti paradigmi di una politica “liquida” nella cosiddetta “Seconda Repubblica” basata su partiti “personali”.
Si dirà che Max Weber teorizzava che i leader politici affermati hanno “l’autorità carismatica”, un “potere legittimato sulla base delle eccezionali qualità personali di un capo o la dimostrazione di straordinario acume e successo, che ispirano lealtà ed obbedienza tra i seguaci”, così come è avvenuto in Italia nel secondo dopoguerra, con personalità politiche come De Gasperi, Nenni, Togliatti, Saragat, La Malfa, Parri, Einaudi e poi Fanfani, Moro, Andreotti, Malagodi e, nella destra neofascista, Almirante, sino a Craxi, Berlinguer e Spadolini, e sindacali quali Di Vittorio, Lama, Benvenuto, Trentin, Carniti, solo per citare esponenti di una classe autenticamente dirigente, nella temperie ideologica della Prima Repubblica, ma certamente espressiva di una politica valoriale e di salda formazione culturale.
Ma nella politica italiana non si intravedono queste qualità, anzi, al contrario, domina l’autoreferenzialità e per la classe politica italiana vale tutt’oggi l’invettiva di Cicerone: “fino a quando, dunque, Catilina, abuserai della nostra pazienza?”. E in questa drammatica involuzione della democrazia in Italia, la riforma costituzionale del cosiddetto “premierato”, costituisce una sorta di approdo ad una “democratura” strisciante.
Si tratta di un disegno con una chiara matrice ideologica, che concepisce la democrazia come incoronazione e che vuole il potere concentrato in un’unica mano, con pochi limiti. Con qualche malignità, se nei precedenti tentativi di riforma si discuteva, con qualche sgrammaticatura, di sistemi inglesi, francesi, tedeschi o spagnoli, ora il modello di riferimento sembra rintracciarsi sul Danubio, sponda Orban!
E nei confronti di tale disegno, che ha al proprio interno il virus devastante dell’involuzione autoritaria, coperto dalla cortina fumogena dei vaghi richiami democratici, è necessaria una forte mobilitazione politica e sociale, magari nel nome di uno degli eroi dell’antifascismo, Giacomo Matteotti, di cui quest’anno ricorre il centenario del martirio operato dagli scherani del duce.


1 commento
Semplice: sono alla ricerca del nuovo “duce”.