Viene chiamato comunemente “Il Colle”.
È il più alto dei sette colli di Roma e all’epoca non era quello del potere lasciando questo privilegio al non distante Palatino. Il suo nome deriva dal Dio Sabino Quirino.
Da Numa Pompilio, per quasi tutta la durata della monarchia, fu una enclave proprio dei Sabini.
Dal 1583 è diventato sede di Papi, di Re e dal 1946 della Presidenza della Repubblica.
È tornato prepotentemente e prematuramente di moda qualche ora fa a seguito di una battuta di Giorgia Meloni la quale ha auspicato di “rompere il tabù di avere un Presidente della Repubblica non di centro sinistra”.
Tutti hanno pensato che volesse dire “di centrodestra” e in effetti questo intendeva.
E questo è già un primo errore del mainstream corrente in Italia.
Uno o è di destra o è di sinistra. Discorso chiuso, Non ci sono e non possono esserci alternative.
Posizione intermedie di sinistra riformista (o se vi fosse di destra moderata e liberale) non sono consentite.
Il tutto grazie a quei criminali (nel senso politico) che alimentano la dittatura del bipolarismo.
Ma il punto è un altro. Il problema è di quale destra parliamo.
Perché, a conferma della tesi Vannacci che fa distinguo rivendicando di essere la vera destra, questa parola può essere declinata in vari modi.
C’è la destra sovranista, c’è la destra nostalgica e neofascista, c’è la destra populista, quella conservatrice e infine c’è la destra liberale tutte più o meno presenti in Italia.
Il bipolarismo ovviamente crea la tendenza vergognosa di mettere insieme tutto questo caravanserraglio in nome del risultato elettorale
Esattamente come succede a sinistra dove mettono insieme l’integralismo della sinistra estrema, il populismo dei 5Stelle, e una sinistra moderata quale quella di Renzi.
Tornando a bomba il problema non è la provenienza politica in sé.
Il problema è la cultura politica che può stare dietro a quella pretesa.
Perché un conto è una destra liberale e costituzionale; un altro è una destra che usa il linguaggio della rispettabilità per sdoganare pulsioni autoritarie, nazionaliste e, nei casi peggiori, apertamente nostalgiche del fascismo.
Ed è qui che nasce il pericolo. Quando si insiste troppo sul superamento di un presunto monopolio della sinistra sulle istituzioni, il rischio è che il dibattito si sposti dalla qualità democratica del candidato alla sua semplice appartenenza di campo. In quel passaggio si abbassa la soglia di attenzione.
E quando la soglia si abbassa, entrano in gioco figure che non sarebbero mai passate come accettabili se giudicate per ciò che pensano davvero, non per l’etichetta politica che portano addosso.
Il Quirinale non è un premio di maggioranza. È il luogo simbolico in cui la Repubblica si guarda allo specchio. Per questo dovrebbe incarnare equilibrio, garanzia, distanza dalle tifoserie. Se invece diventa il terreno della rivincita ideologica, allora la destra rischia di confondere la legittima ambizione al potere con la conquista delle istituzioni di garanzia. E questa è una differenza enorme.
Il fascismo, oggi, non torna sempre con la camicia nera e il passo dell’oca. Più spesso torna come linguaggio ammiccante, come relativizzazione storica, come nostalgia travestita da ordine, come culto dell’uomo forte, come insofferenza per i contrappesi democratici. Ecco perché il tema va preso sul serio proprio perché il pericolo, quando arriva, non si presenta quasi mai dichiarando il proprio nome.
La verità è che una democrazia matura non teme una destra di governo. Teme semmai la destra che smette di essere democratica mentre si fa chiamare “normale”.
Se Meloni vuole davvero rompere un tabù, allora il vero banco di prova non è mettere la destra al Quirinale. È dimostrare che la destra italiana è finalmente capace di produrre figure istituzionali saldamente antifasciste, autorevoli, inoffensive per la Costituzione e impermeabili a ogni tentazione revanscista.
In assenza di questa garanzia, l’idea di un presidente della Repubblica “non di sinistra” smette di essere una semplice alternanza politica e diventa una domanda molto più inquietante: non chi rappresenta la destra, ma fin dove la destra è disposta a spingersi pur di occupare il cuore simbolico della Repubblica.


3 commenti
Il “rifascio” comprende anche il “ri-duce”.
E le stelle stanno a guardare?
Il sentir declinare la destra (sovranista, nostalgica e neofascista, populista, conservatrice, liberale), mi riporta con la memoria agli anni del dopo Tangentopli, quando sul partito del Cav. e il suo Governo correvano giudizi piuttosto duri (tra i quali ricordo termini assai poco benevoli come cesarismo e deriva autoritaria), e che continuarono anche dopo il suo celebre discorso di Onna del 25 Aprile 2009.
Giudizi abbastanza severi, o comunque affatto teneri, erano riservati pure a quanti ebbero allora a simpatizzare per il Cavaliere (e tra questi anche chi aveva appartenuto al vecchio PSI, e in Forza Italia vedeva l’unica alternativa ad una sinistra che sembrava non aver rivali), salvo il sentir oggi dire da taluni, e in chiave antimeloniana, che quella destra era probabilmente quella autenticamente liberale.
Posso naturalmente sbagliarmi, ma ho l’impressione che vi sia un versante politico dove molti non ammettono altre ragioni che non siano le proprie, e per i quali non v’è alcuna forma di destra legittimata a guidare il Paese, o ne riconoscono casomai la legittimità solo dopo parecchi anni, ossia in forte ritardo (a meno che la nostra democrazia non sia ancora matura al punto di non temere una destra di governo).
Paolo Bolognesi 30.06.2026
Oddio, in fondo Mussolini lo chiamò il re!
Berlusconi Tangentopoli?