La madre di tutte le riforme.
A me ‘ste parole pompose stanno cordialmente sulle scatole specie se usate come attributi a fatti o iniziative che meritano a pieno titolo desinenze come “icchio o icchia” .
E già perché quella messa in piedi dalla Meloni, per cambiare il cappotto al capo del governo, è una vera e propria riformicchia piuttosto che la “madre” di qualcosa.
A parte che utilizzare la parola “madre”, come attributo, è sempre pericoloso, specie nella lingua italiana, perché siccome non c’è madre senza figli, evoca la allocuzione “sei un figlio di…”, che da noi non è proprio il massimo, ma la prima volta che ho sentito pronunciare la parola “madre” di qualcosa era stato Saddam al primo giorno della “guerra del Golfo”.
Poi si ripetette la Severino, il peggior ministro della storia del paese, quando abrogò un numero impressionante di tribunali definendola la “madre delle riforme della giustizia”.
Insomma tutte robe da far accapponare la pelle.
Al dunque.
Il progetto del governo, ictu-oculi, lascia profilare una somma di contraddizioni.
Per esempio se il premier viene eletto che bisogno ha della fiducia.
Per esempio il ruolo del Presidente della Repubblica e il ventaglio dei suoi poteri.
Per esempio, e infine, quali diventerebbero i poteri del premier rispetto a quelli del parlamento non dimenticando che al primo spetta quello esecutivo e al secondo quello legislativo.
Poi ci sono cose ridicole come quella della sostituzione del premier con un parlamentare della stessa maggioranza.
Primo, perché che premierato sarebbe se, quando il capo del governo eletto cessa il suo incarico, non vai a rivotare.
Secondo perché non si vieta che un parlamentare cambi casacca.
Per ultimo c’è un vulnus abissale e cioè quello di non prevedere, al contempo, una legge elettorale.
E non sapere come verrà eletto questo benedetto premier, e come il parlamento, è una lacuna fondamentale perché dipende tutto da quello.
Il famoso 55% del premio di maggioranza, senza che si sappia sulla base di quali meccanismi elettorali avverrà, rende questa riformicchia un vaso vuoto, tanto vuoto che potrebbe fungere anche da pitale.
A me il presidenzialismo, o spinte presidenzialiste, non piacciono e non mi piacevano neanche quando le proponeva Craxi.
Non abbiamo né mentalità, né cultura, né la maturità etica per svolte presidenziali o maggioritarie.
I meccanismi dei pesi e contrappesi disegnati dalla costituente furono un lavoro di altissima ingegneria costituzionale da renderla una delle migliori del mondo.
E francamente far sfasciare il lavoro di gente come Calamandrei, Mortati o Silone, giusto per fare qualche nome a caso, da Urso, Salvini, Mantovano, Lollobrigida e Tajani, che a fatica declinano i congiuntivi mi viene la pelle d’oca.
Poi c’è un problema di metodo politico.
Una riforma di tal fatta, che stravolge funzioni e poteri di uno dei tre principali organi dello stato (quello esecutivo), non può essere il frutto del pensiero di una sola parte politica, ancorché di maggioranza e puranco ampia come quella che ci governa.
Non è un percorso democratico, non garantisce il ruolo e l’indirizzo delle opposizioni, non è pluralista.
È una furbata, una sveltina, una roba da autentici figli di p… e che rende, di conseguenza la madre (del figlio di…) quantomeno una pu…anata.
Il percorso corretto dovrebbe essere quello di una costituente o quantomeno di una commissione bicamerale ad hoc, possibilmente con maggior credibilità di quella naufragata con D’Alema, che sia plurale e rappresentativa.
Non che la cosa tranquillizzi perché in parlamento tutti ‘ste eccellenze culturali e intellettuali non si vedono e in verità sul fronte Conte-Schleiniano di fesserie se ne son sentite.
Una fra tutte che la riforma meloniana è “incostituzionale”.
Che significa?
È ovvio che qualunque modifica sostanziale che cambia le originarie regole costituzionali, solo perché le cambia, è “in”, in quanto va contro quella precedente che vuol cambiare.
Caso mai è “antidemocratica” o “liberticida” o è contro lo spirito pluralista e del contradittorio politico.
Questioni di semantica, direte voi, ma anche quella è importante, anzi fondamentale, perché una persona, quando parla, se non conosce il “σημα”, la radice, il significato più profondo delle parole che pronuncia, e di quel che dice, non può fare il deputato o il senatore.
Ma, digressioni di “σημασιολογία” a parte, più che riforme di quel che esiste sarebbe stato apprezzabile leggere di ripristini di storture fatte, e con tanti danni davvero al funzionamento democratico del paese.
Almeno due.
La abolizione dei nominati attraverso la reintroduzione del voto di preferenza.
La abolizione della riduzione dei parlamentari e il ripristino del loro numero originario.
Queste son le cose che esalterebbero una democrazia avanzata e non questi “premierati” da capo-condomino o peggio ancora da capo-palazzina.
Roba da strapazzo.
Fumo negli occhi, roba da “facite ammujna”, prese per i fondelli…
Appunto, roba da figlia di…
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Vice Direttore. Nato nel 1956, studi classici e poi laurea in giurisprudenza, oggi è avvocato nella sua città, patria di Ovidio e Capograssi: Sulmona. Da bambino, al seguito del padre ingegnere, ha vissuto, dall’età di 6 sino ai 12 anni, in Africa, tra Senegal, Congo, Ruanda, Burundi, rimanendo anche coinvolto nelle drammatiche vicende della rivolta del Kivu del 1967. Da pochissimi anni ha iniziato a cimentarsi nell’arte della letteratura e ha già pubblicato quattro romanzi: “La Foglia d’autunno”, “L’ombra dell’ultimo manto” "I leoni siamo noi" (a quattro mani con la giornalista Francesca Di Giuseppe) e "Virgilia". Quest'ultimo vincitore del premio letterario internazionale Ovidio edizione del 2024. Giornalista pubblicista è anche opinionista del Riformista, di Mondoperaio, del Nuovo Giornale Nazionale. Impegnato in politica è attualmente membro del movimento Socialista Liberale.

