di Edoardo Crisafulli
L’universo social mediatico è tossico: va sanificato. Leggetevi l’avvincente saggio del Nobel per la Pace Maria Ressa, Come resistere a un dittatore. Maria Ressa, rischiando il carcere, li ha affrontati i bulli, i prepotenti, i cattivi avvinghiati al potere. Ha subito forme di violenza virtualmente reali inaudite, solo perché contestava un leader politico poco amante della democrazia e dei diritti civili. Vi sono varie pillole di saggezza in quel suo libro autobiografico, fra cui: 1) “la violenza in rete è uguale alla violenza nella vita reale”. 2) “l’autorità può darci la libertà di esprimere la parte peggiore di noi”. 3) “E’ semplicemente logico che senza fatti non ci possono essere legge né democrazia”. È giunta l’ora di chiamare le cose con il loro nome: la distruzione sistematica dei fatti – intendo quelli accertati e condivisibili al di là delle tifoserie politiche – è il segno più inquietante dei nostri tempi. Per catturare lo spirito di un secolo, il 21esimo, che ripudia financo il concetto minimalista, “debole”, di verità, è stata coniata l’espressione post-verità. Nietzsche è stato un profeta: se esplori la terra incognita “al di là del bene e del male”, ti aggrapperai a una sola ancora di salvezza, che è la rovina altrui: la tua volontà di potenza, di sopraffazione. Facebook, in questo senso, è l’applicazione tecnologia dello scetticismo nietzschiano: la verità è la sorella gemella della menzogna, la vita è una lotta fra prospettive diverse, ognuna vera e arbitraria al tempo stesso. C’è una differenza di non poco conto, però: il filosofo tedesco amava visceralmente la cultura, in particolare quella umanistica e ragionava senza ricavare alcun vantaggio per sé, anzi: impazzì. Facebook ha un solo un interesse: arricchire il suo proprietario mantenendone la posizione egemone in rete. Senonché la disgregazione dei fatti nudi e crudi ha propiziato una “insidiosa manipolazione di massa”. Il risultato, oltre all’arricchimento di Zuckerberg? L’instaurarsi di “autoritarismi digitali”. Insomma: siamo ostaggi di un Grande Fratello che ci concede la falsa libertà di azzannarci fra noi.
Sì, la lucida denuncia del mondo distopico contenuta nel romanzo 1984 è ancora attualissima. Non esiste più un consenso diffuso sui fatti accertabili empiricamente. Si pensi all’uso disinvolto del termine genocidio, che ormai include gli atti bellici più disparati, a seconda degli umori del momento e degli interessi politici di chi lancia l’accusa infamante. Così è avvenuto che Putin, senza pagar dazio, anzi: guadagnando consensi in Occidente, s’è inventato l’inesistente genocidio perpetrato dagli ucraini nel Donbass. La stessa manipolazione semantica investe la categoria crimini contro l’umanità, che è ben distinta dai crimini di guerra. L’obiettivo, vergognoso, è annullare la differenza sostanziale, sul piano politico ed etico, fra gli angloamericani che bombardavano le città tedesche nel 1943-45 e i nazisti che gassavano milioni di ebrei, zingari, omosessuali, oppositori, slavi subumani. Un tempo neppure tanto lontano, ci ricorda Maria Ressa, “eravamo d’accordo sui fatti”. Nessuno nega che vi fosse anche allora la stampa faziosa. Ma i giornalisti seri – che erano la maggioranza – non miravano a stravincere nelle discussioni, umiliando l’avversario; né rincorrevano bufale e menzogne come i bambini fanno con le farfalle. La popolarità di un Montanelli dipendeva dalla sua reputazione quale osservatore acuto, intelligente e onesto, oltreché penna geniale, non certo dalla sua capacità di scatenare zuffe mediatiche finalizzate all’autopromozione narcisistica. L’ideale, condiviso da quasi tutti i giornalisti, era quello di “creare una cittadinanza più informata, il buon fondamento necessario per il funzionamento della democrazia.” C’era, insomma, un’etica dell’informazione. Ebbene quella moralità lì, tipica di chi interroga la propria coscienza e rispetta i suoi lettori, è stata rottamata con violenza giacobina dai profeti della rivoluzione digitale.
Facebook vuole che si dividiamo faziosamente, e accanitamente, in amici per la pelle da un lato, e nemici irriducibili dall’altro. Quel social network deve incanalare a proprio vantaggio l’emotività, l’energia psichica instabile, umorale, il nuovo petrolio del mondo virtuale che gli umani hanno costruito. Per dir meglio: rabbia e odio sono fonti di un’energia rinnovabile, e inesauribile. “Le stesse piattaforme che oggi ci forniscono notizie sono contro i fatti e contro i giornalisti. Sono progettate per dividerci e radicalizzarci, perché se diffonde rabbia e odio Facebook guadagna di più.” Riconosciamolo, dunque: Facebook è falsamente democratica perché, pur dando voce a tutti, propaga algoritmi demenziali, tirannici, la cui unica finalità è arricchire i capitalisti delle aziende tecnologiche: “le informazioni che riceviamo sono direttamente determinate dalla sete di profitto delle aziende.” E non è finita qui! Accanto a coloro la cui ideologia e ragion d’essere è l’arricchimento frenetico, operano gruppi occulti che spargono le spore del male. A tal fine investono fiumi di denaro. Questi gruppi occulti creano reti a strascico di disinformazione, simili a giganteschi polpi che rilasciano macchie d’inchiostro nell’acqua limpida. I polpi, poveracci, si difendono dai predatori con l’unico strumento che gli ha donato madre natura, i gruppi occulti aggrediscono usando a fin di male uno strumento ben più sofisticato: il cervello, la coscienza. Le fake news o bufale spontanee dei leoni da tastiera solitari si squagliano come fiocchi di neve in mano. Queste sono l’equivalente dei piccoli reati. Il catrame che ti si appiccica addosso proviene da coloro – soggetti potenti: dittatori, capi terroristi ricchi ecc. – che manipolano l’opinione pubblica mediante campagne menzognere. Ecco che un nuovo genere di crimine organizzato, di stampo mafioso, sta infettando i gruppi di Facebook con ideologie estremiste, nichiliste, violente; le quali, a loro volta, alimentano teorie complottistiche e false da cima a fondo: la guerra dei NO VAX contro i vaccini (che in realtà salvano vite), il fondamentalismo religioso contro le liberaldemocrazie (che tutelano anche la libertà religiosa), l’antisemitismo (la bufala sulla lobby ebraico-massonica), l’inesistente colpo di Stato di Maidan a Kiev (= in verità: le proteste filo-europee, democratiche, di Euromaidan).
Basta una foto di un bimbo pelle e ossa a far scattare il meccanismo della rabbia, e poi si scopre che quella foto è stata taroccata, che il tal governo non è responsabile di nessun genocidio. Ma ormai il seme dell’odio è piantato in un terreno ben concimato: la mente psicolabile degli ‘amici’ di Facebook. E statene pur certi, il seme maligno produrrà i suoi frutti avvelenati. I regimi tirannici si sono avventati da subito, come avvoltoi, sugli ingenui cittadini delle democrazie liberali che navigano su Facebook. Quanta gente si è bevuta l’infida propaganda putiniana sull’inesistente complotto dei nazisti ucraini? Grazie a Facebook le dittature trovano – a costo zero – milioni di volenterosi aspiranti suicidi che, pur beneficiando delle libertà democratiche, propagano il veleno della menzogna.
Attenzione, però: anche il democratico Zucherberg è in grado di influenzare le elezioni politiche in tutti i paesi del mondo molto di più degli editori della vecchia stampa cartacea. Oggi che la politica è, essenzialmente, comunicazione su Internet, il Quarto Potere è costituto da chi ha posizioni monopolistiche nell’infosfera o ecosistema dei social media. Facebook non diventerà mai un simposio di filosofi. Ma è possibile potarne i rami spinosi. Se non regolamentiamo l’universo social mediatico in senso pluralistico, la libertà correrà rischi seri. Il tema è vitale per le democrazie liberali, smarrite in un ginepraio: percepiscono la minaccia, sì, ma tremano all’idea di difendersi negando l’articolo di fede su cui sono state erette: la sacralità della libertà di parola. Chi ha il diritto di regolamentare – senza imbavagliarla – l’informazione? I parlamenti sovrani, direi. E in base a quali criteri ragionevoli, condivisibili? Anzitutto la trasparenza, aggiungerei. Eh, già la mitica trasparenza, da molti invocata ipocritamente. Basta con la segretezza! Vanno proibiti sia i profili individuali falsi che i gruppi di pressione falsi (neppure la massoneria, in Italia, può essere segreta!), è essenziale che si conosca l’identità dei burattinai che finanziano questa o quella campagna di idee (come avviene negli USA con i finanziamenti alla politica). Se sapessimo in che modo i regimi cercano di influenzarci, la libertà di tutti ne uscirebbe rafforzata. Non sarà un’impresa facile, per dirla con Maria Ressa, erigere dal nulla “uno stato di diritto nel mondo virtuale”, con tanto di pesi, contrappesi e organi di controllo. Attrezziamoci subito a quella che sarà una delle grandi sfide del nostro secolo.

