Umberto Costi – Segretario Nazionale di Socialdemocrazia SD
Il liberalismo è la base del costituzionalismo contemporaneo. Definirlo un’ideologia è impreciso, e anche riduttivo. È un metodo e allo stesso tempo una forma mentis che considera la diversità delle idee la massima espressione della democrazia. È, insomma, il perimetro entro il quale ogni partito che crede nella democrazia liberale deve perseguire il proprio fine. Per noi socialdemocratici di SD quel fine è il socialismo democratico.
Tuttavia, il liberalismo si può fare partito quando non ha spazio, quando è soffocato da teorie antilibertarie. È ciò che accade con la destra e la sinistra hegeliane: nemiche in tutto, finiscono per convergere su un’idea di Stato che, in tutte le sue declinazioni, tutto regola, tutto decide, tutto prevede. È il modello della società chiusa contro cui scrisse Karl Popper e che Giuseppe Saragat già negli anni Venti e Trenta chiamava statolatria, rimarcando con amarezza la mancanza, negli italiani, del «senso di libertà». Per Saragat la libertà dell’individuo era un valore assoluto e nemmeno la giustizia sociale poteva precederla, pena la deriva totalitaria.
Laico e socialista fino alla fine dei suoi giorni, nel 1988, Saragat non visse mai il socialismo democratico come un’adesione confessionale o dogmatica. Aveva piuttosto un senso religioso della vita, nel significato più alto e non confessionale del termine: la convinzione che nulla sia più sacro dell’uomo, poiché è l’essere umano ad avere in sé un valore assoluto che mai soggiace alla logica del consumismo e mai alla Reductio ad Unum!
Lo stesso sentimento, pur in un mondo lontanissimo da quello di Saragat, Dacia Maraini lo ha riconosciuto nel suo grande amico Pier Paolo Pasolini: un «senso religioso della vita» che metteva al centro l’individuo e la sua libertà, tanto da farne, più che un uomo di parte, un «solitario anarchico». Per entrambi la dignità umana non era barattabile per nessuna convenienza. Ed è proprio questa convinzione che da anni va erodendosi, con un’accelerazione che oggi rischia di farsi incontrollabile, anche per effetto di un progresso tecnologico che non siamo ancora pronti a governare.
Su questo terreno si muove il socialismo democratico: un riformismo libertario che non insegue il mito di Kallipolis, la città perfetta e immobile di Platone, ma vive del dubbio critico e non del cartesiano dubbio metodico. Ecco perché è fuori bersaglio l’accusa che ieri la sinistra massimalista scagliava contro Saragat, quella di essere scivolato nel liberalismo: un’etichetta che oggi, purtroppo, ci viene rivolta, identica, anche da alcuni compagni socialisti e che rivela una carenza culturale, quando non, più probabilmente, malafede politica. Chi ci muove questa accusa non coglie la distanza che ci separa persino dalla forma più temperata del liberismo, l’ordoliberismo di Walter Eucken e di Wilhelm Röpke, come ho avuto modo di ricordare nel recente convegno di Roma organizzato da Europeisti.eu. A differenza del liberismo classico di von Mises e von Hayek, gli ordoliberisti riconoscono che il mercato da solo può non garantire, in determinate condizioni di crisi, la coesione sociale, e assegnano allo Stato un ruolo seppur minimo. Saragat che quel pensiero conosceva a fondo, vi si oppose sempre in modo netto e non interpretabile. Il nostro terreno era e resta un altro. Da un lato il revisionismo etico di Eduard Bernstein che interpretava il socialismo come ideale morale e conquista graduale. Dall’altro l’economia mista di Keynes con lo Stato che corregge il mercato in nome del lavoro e dei diritti. Non liberalismo con un correttivo sociale, ma socialismo con la libertà come forma.
Da qui discende anche la risposta a un duro a morire equivoco del lessico politico italiano, che confonde i contenuti di una proposta con la sua collocazione geometrica. Un socialista democratico non ha un’identità di centro, e non potrà mai averla. Un conto è l’identità programmatica; un altro sono le alleanze, che si stringono per vincere e governare, dialogando anche con chi, rebus sic stantibus, si colloca fuori dai due poli, senza per questo smarrire la propria natura. Lo dimostra la storia stessa di Saragat, che governò con De Gasperi negli anni del centrismo e sostenne poi la stagione del centro-sinistra senza mai smettere di essere socialista come fece del resto il PSI. I partiti autenticamente centristi esistono, certamente , ma l’errore è usare la parola «centro» come categoria residuale per chiunque non si riconosca nei due blocchi.
Su Saragat pesa da decenni una “damnatio memoriae bianca”, quella che agisce per omissione e per silenzio e relega il pensiero dei grandi scomodi come lui negli scantinati bui della storia. È contro questa rimozione che la Fondazione a lui intitolata si sta battendo. Ma rimuovere Saragat significa anche negare lo spazio politico che egli rappresentava, ed è quello spazio che oggi rivendichiamo. Finché la sinistra resterà prigioniera del massimalismo e la destra si consegnerà agli estremismi fascistoidi, la nostra strada non potrà che essere alternativa a entrambe. Tuttavia se il maggiore partito della sinistra guarirà dal torcicollo che lo piega verso il populismo e la demagogia di altri , farà chiarezza sui grandi nodi della sicurezza, dell’Europa, del lavoro e dei diritti delle persone con disabilità, le posizioni si ridiscuteranno. Fino ad allora, con Saragat: la libertà come metodo, il socialismo come fine.

