“In questi tempi di alta specializzazione sono ben pochi coloro che hanno una comprensione così profonda di due diversi campi della conoscenza da non rendersi ridicoli in almeno uno dei due”. Era il 1963 e un divertito (e divertente) Richard Feynman così parlava all’uditorio dell’Università di Washington. Due anni dopo gli sarebbe stato conferito il Premio Nobel per la fisica.
In tre giorni di conferenza, in piena Guerra Fredda, Feynman trattò di scienza, etica e morale, senza tirarsi indietro nell’affrontare anche questioni puramente politiche, rivelando anzi doti innate in molti altri campi dottrinali: dalla storia alla filosofia, dalla sociologia all’economia.
La lezione di Feynman sembra oggi lucidamente contemporanea, tanto da poter sentirlo arringare le platee nei consessi del diritto internazionale con alcune delle sue più acute osservazioni: “Quello che io vorrei in molti campi è una spietata onestà, per esempio in politica, e penso che solo allora saremo tutti più liberi – diceva il fisico – e con la parola onestà non intendo semplicemente una persona che non mente, ma intendo uno che chiarisce l’intera situazione, che fornisce tutte le informazioni necessarie perché qualunque essere pensante possa farsi un’idea e decidere con la propria testa”.
Sarebbe curioso riportare questa nota sulla scrivania di Mister Putin o di Mister Netanyahu.
E a quelli che sembrano avere una risposta a tutte le domande, specialmente a quelle più scottanti sulla guerra in Ucraina o in Medio Oriente, sarebbe forse opportuno citare ancora un passo della lectio magistralis del ’63, per cui: “Ammettere di non sapere e mantenere sempre l’atteggiamento di chi non sa quale direzione prendere è necessario: ci dà modo di variare, di riflettere, di scoprire cose nuove e di avanzare nella conoscenza di noi stessi, per riuscire a fare quello che veramente vogliamo anche quando non sappiamo cosa vogliamo”.
Che uno scienziato applichi gli insegnamenti di Socrate alle crisi internazionali è da una parte confortante, dall’altra allarmante, considerando il grado di saccenza cui si spingono oggi alcuni dei più esimi commentatori dello scenario bellico attuale. Perché, seguendo il ragionamento di Feynman: “Tutta la conoscenza è incerta. Gli scienziati sono abituati a convivere con il dubbio e l’incertezza. Questo tipo di esperienza è preziosa, e a mio modo lo è anche al di là della scienza. Nell’affrontare una nuova situazione bisogna lasciare aperta la porta sull’ignoto, ammettere la possibilità di non sapere esattamente come stanno le cose; in caso contrario potremmo non riuscire a trovare le soluzioni”.
Un bagno di umiltà, quindi. Un’immersione nella saggezza piena di uomini (gli scienziati) capaci di cercare la regola superando decine e centinaia di errori. Perché solo sbagliando si trova la strada per migliorarsi, e solo nel confronto costante c’è la speranza di giungere ad un equilibrio.
Tutto ciò, dice Feynman, senza mai perdere la libertà: “Spero che le generazioni future vivranno nella libertà: libertà di dubitare, di sviluppare nuove idee, di continuare nell’avventura di scoprire nuovi modi di fare le cose, di risolvere i problemi”.
E senza cessare di prestare la massima attenzione alla realtà degli eventi: “Io credo che il potere di fare sia comunque importante: il risultato può essere buono o cattivo, dipende da come viene usato. Ma il potere in sé è un valore”. Concretezza, dunque, che qui rima con saggezza.
Riscoprire l’umiltà della condizione umana, e dell’imperfezione universale in cui viviamo, potrebbe garantirci la Pace?

