È stata una vera e propria lectio magistralis quella che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha tenuto in occasione del suo intervento alla cerimonia per lo scambio di auguri di fine anno con i Rappresentanti delle Istituzioni, delle Forze Politiche e della Società Civile.
Siamo al Quirinale nello splendore del Salone dei Corazzieri e assieme al Presidente ci sono il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, i Presidenti di Camera e Senato Fontana e La Russa, il Presidente della Corte Costituzionale Barbera.
In platea circa duecento rappresentanti di tutte le altre istituzioni più rilevanti del paese.
Un lungo discorso quello del Capo dello Stato, che qui potrete leggere per intero, in cui ha toccato vari temi.
Un chiaro riferimento alla autorevolezza della istituzioni che è figlia della autorevolezza del popolo è stato fatto nel passaggio in cui ha esordito con queste parole: “Sovente parliamo della stabilità come di un fattore determinante del patrimonio di credibilità e di buona reputazione di un Paese. E come si è detto la stabilità è alimentata da istituzioni efficienti. Da istituzioni in grado di assumere decisioni tempestive. Dal consenso dei cittadini. Da una società civile che sa impegnarsi e crescere, perché sa che la coesione si nutre di lavoro ed è incoraggiante registrare segnali positivi nell’andamento dell’occupazione. Ma ci sono, prima ancora, fattori che non dobbiamo sottovalutare: valori comuni e condivisi, cultura, sentimenti popolari che ci fanno riconoscere come un unico popolo, legato da un comune destino. Questo patrimonio “immateriale” è prezioso per quella unità morale che è presupposto per una convivenza ordinata, per una Repubblica forte, per un Paese stabile e di prestigio nel mondo”.
“Queste doti,” ha poi aggiunto, “sono emerse in tante circostanze. Di fronte alle emergenze. In occasione di catastrofi che feriscono il Paese. O negli anni bui del terrorismo. O, recentemente, quando abbiamo dato prova di straordinaria solidarietà nel combattere la pandemia. Come un fiume carsico questo patrimonio, costituito dalla nostra unità morale, si manifesta nei momenti più difficili della nostra storia.”
Ma la autorevolezza delle istituzioni è minata senza il loro rispetto da parte di chi le rappresenta: “Va poi rammentato un punto fondamentale: il rispetto delle istituzioni nei confronti di chi ne ricopre il ruolo. Così come coloro che rivestono responsabilità istituzionali, a cominciare dal Presidente della Repubblica, sono tenuti a esercitarle sapendo che le istituzioni sono di tutti. Che il servizio che si svolge è a garanzia della dignità di ognuno, a prescindere dall’appartenenza politica.”
E il rispetto verso le proprie istituzioni impone anche quello per le altre.
“Perché la Repubblica”, ha detto il Presidente, vive di “quel senso del dovere che richiede a tutti coloro che operano in ogni istituzione, di rispettare i limiti del proprio ruolo. Senza invasioni di campo, senza sovrapposizioni, senza contrapposizioni”.
Infine il monito alla disaffezione della gente: “Leggo con queste lenti il crescente e preoccupante fenomeno dell’astensionismo, registrato nelle tornate elettorali da diversi anni a questa parte. Una democrazia senza popolo sarebbe una democrazia di fantasmi. Una democrazia debole. E’ necessario operare per recuperare fiducia, adoperandosi prima di tutto, per ricostruire il rapporto tra persone e istituzioni”.
Dalla stabilità, che non è certo garantita da leggi, leggine e leggiastre di impostazione para-maggioritaria ma dalla autorevolezza delle istituzioni, al rispetto da parte di chi le rappresenta, senza invasioni di campo in altri profili istituzionali, per riconquistare l’affetto e l’attenzione dei cittadini sempre più lontani dal paese, sono stati i concetti che Mattarella ha mirabilmente espresso nel suo intervento durante la celebrazione.
È evidente l’allarme del Presidente per il degrado politico e istituzionale che il nostro paese sta vivendo.
È il male di una classe politica che sin dalle prime mosse si è mostrata inadeguata rispetto a quella che l’aveva preceduta nell’epoca vissuta dal paese prima del 1994.
Un’ epoca in cui le Istituzioni non erano uno strumento per esercitare il potere sul popolo ma erano il simbolo attraverso il quale chi le rappresentava meritava e guadgnava il rispetto dei cittadini.
E il senso profondo delle parole di Mattarella si sublima in quel passaggio in cui pone l’accento sul vero male che affligge questa stagione della nostra storia: ”Una democrazia senza popolo sarebbe una democrazia di fantasmi.”
Quanto sono illuminanti le parole del nostro Presidente, unico vero uomo delle istituzioni, che ha capito che la crescente indifferenza della gente sono la misura della debolezza della nostra democrazia.
L’Italia vive una grave crisi di rappresentanza il cui riflesso diretto è una grave crisi di rappresentatività.
Del resto non è difficile capire che se chi va al governo con il 25% dei voti si perde più della metà dei votanti ha meno del 12% del consenso dell’intero paese.
È questa la sfida verso il 2050, riconquistare l’attenzione della gente, che evidentemente però non può fare questa classe politica,
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Vice Direttore. Nato nel 1956, studi classici e poi laurea in giurisprudenza, oggi è avvocato nella sua città, patria di Ovidio e Capograssi: Sulmona. Da bambino, al seguito del padre ingegnere, ha vissuto, dall’età di 6 sino ai 12 anni, in Africa, tra Senegal, Congo, Ruanda, Burundi, rimanendo anche coinvolto nelle drammatiche vicende della rivolta del Kivu del 1967. Da pochissimi anni ha iniziato a cimentarsi nell’arte della letteratura e ha già pubblicato quattro romanzi: “La Foglia d’autunno”, “L’ombra dell’ultimo manto” "I leoni siamo noi" (a quattro mani con la giornalista Francesca Di Giuseppe) e "Virgilia". Quest'ultimo vincitore del premio letterario internazionale Ovidio edizione del 2024. Giornalista pubblicista è anche opinionista del Riformista, di Mondoperaio, del Nuovo Giornale Nazionale. Impegnato in politica è attualmente membro del movimento Socialista Liberale.


1 commento
Bisogna non lasciare solo il Presidente!!!