di Leonardo Raito.
Sono passati ormai diciotto anni dal discorso del Lingotto nel quale Walter Veltroni, primo segretario nazionale dell’appena nato Partito Democratico lanciò la parola d’ordine della “vocazione maggioritaria”. Più che di uno slogan, si trattava di un’idea collegata alla situazione politica nazionale che sembrava ormai consolidata sulla scia di un bipolarismo tradizionale con un chiaro polo conservatore aggregato intorno a Berlusconi e un secondo polo poco coeso cui Veltroni cercò di instillare il collante di un moderno riformismo di stampo europeo destinato tuttavia a perdere subito colpi, prima con la caduta del governo Prodi, poi con una serie di insoddisfacenti risultati elettorali e tutta una pletora di cambiamenti di segretari che non favorirono la stabilità del giovane Pd. Tuttavia, già la genesi del nuovo partito era stata faticosa: mettere insieme, più che tradizioni culturali, gruppi dirigenti che avevano mantenuto una forte diffidenza reciproca, non era stato facile e le primarie aperte che erano state un avvio favorevole ed entusiastico di partecipazione popolare cominciavano a lasciare spazio a dubbi di varia natura, tanto da essere usate, nel corso della storia, vuoi come arma o vuoi come scudo, per difendere o legittimare scelte che, in termini di apertura, avevano poco da spartire con un concetto di partecipazione libera e aperta.
Ciò tuttavia, il tema della “vocazione maggioritaria” era piaciuto per un po’. Aveva dato la speranza di una forza vincente, aveva rappresentato il senso di una tenuta, di un progetto, del poter tradurre in governo concreto delle cose l’elaborazione politica delle basi e delle classi dirigenti, aver aperto una stagione nuova in cui il popolo della sinistra poteva ambire a guidare il paese, a dire la propria, a non essere relegato sempre nello scomodo ruolo di opposizione o minoranza nazionale, a osservare deluso i governi degli altri cercando magari di riempire le piazze per protestare e far sentire la propria voce laddove gruppi dirigenti consunti e talvolta deludenti a ogni livello, nazionale, locale, non riuscivano.
La “vocazione maggioritaria” ovviamente doveva fare i conti con i risultati elettorali, che videro il picco nella stagione dell’eretico Matteo Renzi. L’uomo che era andato oltre l’ortodossia di maniera, che aveva cercato di essere riformista davvero, che non era sceso (o non lo aveva fatto vedere) a compromessi con l’establishment, aveva saputo conquistare oltre il 40% dei consensi, un risultato che non si vedeva dai tempi della Democrazia Cristiana. Di lì, tuttavia, ebbe inizio una parabola discendente, magari legata a errori di percezione o a un delirio di onnipotenza che si ritorse contro il leader toscano, politicamente “ucciso” dal referendum costituzionale, con un partito che per sopravvivere ha dovuto cercare di barcamenarsi in un trasformismo stile Depretis, aggrappato con le unghie a qualche posto di governo o sottogoverno, più volte bastonato alle elezioni, incapace di rinnovare e rinnovarsi seriamente fino ad arrivare ai giorni nostri in cui di quella “vocazione” non è rimasto più nulla.
Elly Schlein ha proposto, e forse non c’era speranza altra, l’idea del campo largo alternativo alle destre che oggi confermano consenso e posizioni di potere. Ma per sperare nel campo largo ha dovuto smollare il proprio ruolo di leadership alle convenienze degli altri. Un partito sempre più svuotato di iscritti, di sedi, di voti, piegato a logiche di correnti e correntine, di leader e leaderini, con i territori appaltati a potentati o micro potentati guidati da cacicchi che controllano poche decine di tessere, sufficienti oggi per guidare il Pd nelle federazioni provinciali o addirittura regionali, si trova oggi nello scomodo ruolo di comprimario. Di sicuro non protagonista.
Il Pd odierno è un partito che ha scelto la subalternità strutturale. Tiene insieme i Cinque Stelle solo perché ha ceduto a Conte lo scettro per poter essere il prossimo candidato alla presidenza del consiglio. Cede collegi ai partiti più piccoli per preservare i loro leader. Segue la Cgil e la sua capacità di mobilitazione pur avversandosi parte dei propri iscritti più moderati o riformisti. Fatica a guardare alle formazioni di centro come ad alleati organici per tentare una rincorsa a quei voti moderati su cui, tradizionalmente, si è contato per vincere le elezioni. Insomma, non detta la linea ma se la fa dettare, cercando in modo pilatesco di dare oggi un colpo al cerchio e domani uno alla botte per sopravvivere in un sistema politico ormai non più bipolare e in cui fatica a barcamenarsi.
Non so se fosse una strada obbligata o se è stata l’ultima spiaggia per evitare diaspore, nuove dolorose scissioni, o pesanti emorragie di consensi. So invece per certo che del Pd delle origini, di quello che aveva alimentato sogni e speranze di una politica nuova è rimasta solo la polvere. Quella che Schlein e i suoi cercano di nascondere sotto un tappeto che ormai odora di stantio. E che forse ha esaurito il suo compito e la sua forza propulsiva per la politica italiana. Salvo reinventarsi, anche se non si vede oggi il fantasista capace, con un colpo di teatro, di far innamorare le folle.


1 commento
Il nome “americano” illuse Veltroni che alla vocazione ci sarebbero stati “i voti”.
Prese il 33% e Veltroni perse la vocazione.
Non è facile far emergere l’omogeneità, mescolato con l’acqua l’olio viene sempre a galla.