di Vicky Amendolia
La guerra non è mai giustificabile. Questa verità, tanto semplice quanto radicale, dovrebbe tornare a essere il principio regolatore delle scelte politiche e diplomatiche. Se non la si rimette al centro, non si scivolerà soltanto in una spirale di distruzione senza ritorno: si sarà già ammesso che l’umanità sia priva di valori etici e viva permanentemente nella precarietà, barattando ogni giorno la sicurezza con la minaccia di un’apocalisse annunciata.
Ogni volta che l’uomo si affida alle armi, tradisce la ragione e non mi interessa essere definita “naïf” o “sognatrice”. Preferisco esserlo piuttosto che accettare l’idea che la violenza sia una necessità.
Non esistono ragioni che possano giustificare la distruzione di un villaggio, la morte di un bambino, la cancellazione di una vita civile. Non esistono “colpe collettive” da espiare a suon di bombe. Non esistono popoli che meritino di essere annientati. E tuttavia, ogni volta che esplode un conflitto, si alza la voce di chi pretende di possedere la verità e di combattere dalla “parte giusta”.
Per esperienza diretta, so bene cosa significhi esporsi su questi temi. Scrivendo articoli sui conflitti contemporanei, ho sempre cercato di essere obiettiva e di spiegare le ragioni dell’una e dell’altra parte, con l’unico scopo di denunciare le stragi dei civili, la follia della violenza, l’assurdità della guerra. Ma il risultato è stato, incredibilmente, quello di venire attaccata contemporaneamente dai sostenitori dell’una e dell’altra fazione: pro-Ucraina o pro-Russia, pro-Israele o pro-Palestina. Tutti convinti di incarnare la giustizia, tutti pronti a delegittimare chiunque non si allinei con il pensiero della propria fazione, quasi fosse un torneo internazionale di calcio, solo che la guerra, la morte, la violenza non sono un gioco.
Non si tratta di moralismo, né di utopia disincarnata. È la più elementare ragione pratica: davanti alla distruzione massiva delle vite umane e alla possibilità — oggi concreta — dell’annientamento collettivo, non vi è alcun calcolo strategico che tenga. Chi minimizza, chi riduce questo ragionamento a ingenuità, mente sapendo di mentire. Le immagini dei mercati bombardati a Kharkiv, dei quartieri rasi al suolo a Gaza, dei bambini sotterrati vivi sotto le macerie, non sono numeri da rapporto ONU: sono la testimonianza che la guerra fallisce sempre e fallisce su chiunque la subisca, ma anche sullo pseudo-vincitore.
Eppure, nel discorso pubblico, continua a circolare l’idea che esistano guerre “inevitabili” o, peggio, guerre “giuste”. Ma quale giustizia può giustificare lo sterminio di innocenti? Ogni volta che si ricorre alle armi, si tradisce la ragione. Ogni volta che un governo sceglie di bombardare una città, cancellare un villaggio, deportare un popolo, non difende la civiltà: la nega. La storia non stabilisce che la guerra sia destino. Mostra, piuttosto, che la guerra sia sempre il risultato di decisioni politiche, figlie di errori di calcolo, omissioni diplomatiche, provocazioni reciproche, egoismi meschini e interessi che nulla hanno a che fare con la protezione delle popolazioni.
Norberto Bobbio ci ha ricordato che la guerra non è un fatto necessario, ma solo possibile¹. E questo è il punto: molte guerre non sono scoppiate perché sono state evitate. La crisi dei missili di Cuba del 1962, che ci portò sull’orlo dell’apocalisse nucleare, fu disinnescata da un negoziato diretto². Camp David, nel 1979, mise fine a trent’anni di conflitti tra Egitto e Israele³. Nel 1989, la caduta del Muro di Berlino avvenne senza spargimento di sangue, aprendo la strada a una nuova stagione europea⁴. L’Accordo del Venerdì Santo in Irlanda del Nord nel 1998 pose fine a decenni di sangue settario⁵. Mandela e De Klerk, negli anni Novanta, trasformarono la rabbia dell’apartheid in un processo di riconciliazione nazionale⁶.
La lista potrebbe continuare. Pochi ricordano che nel 1953 la guerra di Corea si concluse con un armistizio⁷, che negli anni Novanta i Balcani, pur dopo massacri tremendi, non si trasformarono in una nuova guerra mondiale perché si scelse — tardivamente ma si scelse — la via negoziale⁸. Nel 2015, con l’accordo sul nucleare iraniano, si aprì uno spiraglio di cooperazione che avrebbe potuto disinnescare tensioni decennali⁹. Non sono stati miracoli: sono stati frutti di politica. La lezione è chiara: la guerra non è destino. È scelta. E se è scelta, può essere evitata.
Questi esempi, e molti altri, dimostrano che non vi è fatalità nella guerra: vi sono scelte, vi sono uomini e donne che hanno deciso di imboccare la via più difficile, quella della pace. Per questo rivendico con forza la mia posizione. Non è equidistanza tra i fronti: non significa mettere sullo stesso piano aggressori e aggrediti. Significa prendere le distanze radicali dalla guerra stessa, rifiutare la logica delle armi come strumento politico, denunciare sempre e comunque i massacri di innocenti.
Perché allora, nel XXI secolo, dopo due guerre mondiali, dopo Auschwitz, dopo Hiroshima e Nagasaki¹⁰, dopo decenni di “guerre limitate” che hanno devastato continenti interi, continuiamo a chiamare “politica estera” ciò che è solo barbarie armata? Perché ci ostiniamo a credere che la deterrenza, l’equilibrio del terrore, la logica della “distruzione reciproca assicurata” siano strumenti di stabilità? È un’assurdità elevata a sistema. Non è pace, è precarietà cronica: basta un errore di calcolo, un algoritmo impazzito, un ufficiale nervoso, e il pianeta può saltare in aria in pochi minuti. Questa non è sicurezza, è un gioco d’azzardo planetario.
Sul piano teorico e pratico questo è un non-senso politico e morale: la sicurezza non può fondarsi sulla capacità di annientare l’altro e, nello stesso istante, sopportare la propria scomparsa. Studi e analisi recenti mostrano come la trasformazione tecnologica (IA, ipervelocità dei sistemi, vulnerabilità cibernetiche) stia erodendo gli spazi di controllo della deterrenza classica, aumentando il rischio di escalation incontrollata¹¹.
È qui che le linee di pensiero politico e morale richiamate da Kant, Bobbio, Gandhi, Capitini, Tolstoj, Arendt e Simone Weil diventano strumenti concreti di giudizio¹²¹³¹⁴¹⁵¹⁶¹⁷. Kant, nel suo progetto Per la pace perpetua, non proponeva un ideale romantico ma una necessità normativa: istituzioni, diritti e procedure che trasformino i rapporti internazionali da campo di guerra a spazio di legge e tutela reciproca. Bobbio ricordava che la guerra non è necessità naturale ma scelta e che le vie della pace — disarmo, riforma delle istituzioni internazionali, esclusione della guerra come strumento — sono difficili ma imprescindibili. Gandhi e Capitini insegnano che la nonviolenza è pratica attiva, strategia politica che può alterare rapporti di forza senza ridurre le persone a enunciati tattici; Tolstoj e Simone Weil ricordano la dimensione morale radicale: la violenza svilisce e disumanizza, è atto che risponde con morte a problemi che richiedono vita, dialogo, giustizia. Hannah Arendt mette in chiaro che la violenza non crea potere duraturo: potere legittimo nasce dal consenso e dall’azione condivisa, non dall’imposizione armata. Tutte queste lezioni convergono su un punto politico non negoziabile: la pace non è un obiettivo laterale, è condizione di possibilità della politica stessa.
La politica internazionale, dunque, ha davanti un bivio non retorico ma materiale: continuare a considerare la guerra come uno strumento residuale — con tutte le sue «giustificazioni» retoriche — o costruire dispositivi politici che rendano la guerra impensabile, non solo moralmente ma operativamente. Questo richiede riforme complesse: limiti efficaci all’uso della forza, meccanismi di prevenzione credibili, una rinnovata architettura della sicurezza collettiva che non sia mero spettro di equilibrio nucleare, ma sistema di garanzie e sanzioni che tuteli i diritti e punisca le trasgressioni. Richiede altresì un cambio di metodo: la prevenzione non può essere subordinata al massimo profitto geopolitico o alla strategia di breve termine; deve essere imperativo pubblico e obbligo delle istituzioni che oggi si dimostrano spesso inette o ciniche.
Il presente, però, mostra uno spettacolo desolante. In Ucraina, centinaia di migliaia di morti e feriti non hanno avvicinato di un passo la soluzione politica, ma hanno seminato odio che brucerà per generazioni. In Palestina, milioni di persone sopravvivono in condizioni disumane, mentre la comunità internazionale si rivela impotente e ipocrita, paralizzata da veti e complicità. La NATO e la Russia giocano a scacchi con vite umane. Israele e Hamas alimentano un ciclo infinito di vendetta. E intanto, chi dovrebbe mediare si limita a dichiarazioni di circostanza. Questa non è realpolitik: è resa morale.
Dietro questi fallimenti c’è l’argomento più sporco: la pretesa necessità della “parità armata”. Come se la pace nascesse dal bilanciamento degli arsenali anziché dal diritto. È un’illusione che ci ha già portato sull’orlo del baratro più volte e che oggi è ancora più pericolosa: l’intelligenza artificiale, le armi ipersoniche, la cyber-guerra riducono drasticamente il margine di controllo umano. Continuare su questa strada significa affidare il destino del pianeta al caso.
L’umanità è a un bivio netto. O si costruiscono istituzioni che rendano la guerra impensabile non solo moralmente ma operativamente, oppure si accetta che prima o poi un errore o un calcolo cinico cancellerà intere civiltà. Non si tratta di sognare un’utopia pacifista, ma di fare politica sul serio. Bisogna riformare le Nazioni Unite, vincolare il diritto internazionale, investire nella prevenzione dei conflitti invece che negli arsenali, creare meccanismi di protezione dei civili e punizione dei responsabili. Bisogna sostituire all’equilibrio del terrore un equilibrio del diritto.
Non basta condannare con fermezza l’ennesima carneficina né convocare conferenze che finiscono in passerelle mediatiche. Bisogna fare della pace la ragion di Stato. La storia ci ha già mostrato che è possibile: Altiero Spinelli e i federalisti europei, reduci dal carcere fascista, capirono che l’unica risposta alla barbarie del Novecento era un’Europa unita fondata sulla pace¹⁸. Papa Giovanni XXIII, con l’enciclica Pacem in terris (1963), seppe dire a un mondo in piena Guerra fredda che la pace era il compito supremo della politica¹⁹. Papa Francesco denunciò senza esitazioni la follia della guerra e la menzogna dell’equilibrio armato²⁰. Eppure i governi continuano a investire più in armi che in scuole, più in missili che in ospedali.
So bene che queste vie sono difficili, che chi le invoca viene deriso come utopista. Ma l’alternativa non è tra una pace perfetta e un conflitto inevitabile. È tra pace relativa e annientamento totale. Meglio un mondo imperfetto ma vivo che un deserto perfettamente ordinato da testate nucleari. Non c’è destino che condanni l’uomo alla guerra, se non quello che egli stesso si infligge scegliendo di non percorrere le vie della pace.
Per questo la mia voce resterà ferma, anche se criticata, derisa o attaccata da chi si schiera rigidamente da una parte o dall’altra: la guerra non è mai giustificabile. La pace, con tutte le sue difficoltà, è l’unica scelta di civiltà. Tutto il resto è barbarie, complicità, crimine contro il futuro.
Bibliografia
- Norberto Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace, Il Mulino, 1979.
- Graham Allison, Essence of Decision: Explaining the Cuban Missile Crisis, HarperCollins, 1971.
- William B. Quandt, Camp David: Peacemaking and Politics, Brookings, 1986.
- Timothy Garton Ash, The Magic Lantern: The Revolution of ’89 Witnessed in Warsaw, Budapest, Berlin, and Prague, Vintage, 1993.
- Marianne Elliott, The Long Road to Peace in Northern Ireland, Liverpool University Press, 2007.
- Nelson Mandela, Long Walk to Freedom, Little, Brown and Company, 1994.
- Bruce Cumings, The Korean War: A History, Modern Library, 2010.
- Sabrina P. Ramet, Balkan Babel: The Disintegration of Yugoslavia from the Death of Tito to the Fall of Milosevic, Westview, 2002.
- Trita Parsi, Losing an Enemy: Obama, Iran, and the Triumph of Diplomacy, Yale University Press, 2017.
- Richard Rhodes, The Making of the Atomic Bomb, Simon & Schuster, 1986.
- Paul Bracken, The Second Nuclear Age: Strategy, Danger, and the New Power Politics, St. Martin’s Press, 2012.
- Immanuel Kant, Zum ewigen Frieden (Per la pace perpetua), 1795.
- Norberto Bobbio, Il futuro della democrazia, Einaudi, 1984.
- Mahatma Gandhi, The Essential Writings, Oxford University Press, 2008.
- Aldo Capitini, Le tecniche della nonviolenza, Libreria Feltrinelli, 1967.
- Lev Tolstoj, Il regno di Dio è in voi, Feltrinelli, 1991 (ed. orig. 1894).
- Simone Weil, La prima radice, Gallimard, 1949.
- Altiero Spinelli, Il Manifesto di Ventotene, 1941.
- Papa Giovanni XXIII, Pacem in terris, 1963.
- Papa Francesco, Fratelli tutti, 2020.

