Jens‑Frederik Nielsen, classe 1991, nato a Nuuk da madre groenlandese e padre danese, cresciuto tra discriminazioni e un’identità sospesa che lo ha reso particolarmente sensibile al tema della sovranità, è oggi il Primo Ministro della Groenlandia e il leader più giovane che l’isola abbia mai espresso. Ex atleta della nazionale di badminton, laureato in scienze sociali, è un politico di destra moderata e indipendentista, prima alla guida del Partito Democratico e poi ministro dell’Industria e delle Risorse Minerarie, proprio il settore che oggi attira l’interesse di Donald Trump e dei suoi finanziatori. Le elezioni dell’anno scorso lo hanno portato alla guida di un governo di grande coalizione che tiene insieme due partiti di sinistra e un altro di destra, escludendo volutamente gli indipendentisti radicali di Naleraq, la formazione su cui la famiglia Trump puntava per accelerare un passaggio dell’isola sotto controllo americano.
È in questo quadro che si inserisce la sua posizione: Nielsen ha dichiarato con forza che la Groenlandia non passerà mai agli Stati Uniti, che non è in vendita e non vuole essere controllata da Washington, ma allo stesso tempo ha ribadito la necessità di ridurre la dipendenza economica dalla Danimarca, aprendo quindi alla possibilità di ascoltare le proposte americane purché non mettano in discussione la sovranità nazionale. Non è una contraddizione, ma la strategia di un leader che deve muoversi tra pressioni enormi: da un lato un presidente degli Stati Uniti che parla apertamente di “acquisire” la Groenlandia “in modo facile o difficile”, evocando persino l’uso della forza, e che considera l’isola una priorità strategica per impedire l’espansione di Russia e Cina nell’Artico; dall’altro una Danimarca che teme di perdere il controllo su un territorio ricchissimo di risorse minerarie, terre rare, potenziale energetico e soprattutto cruciale per la difesa americana grazie alla base di Thule, uno dei pilastri del sistema di allerta missilistico degli Stati Uniti.
Trump vuole la Groenlandia per tre ragioni: la prima è militare, perché l’Artico è diventato il nuovo fronte della competizione globale e Thule è indispensabile per la sicurezza americana; la seconda è economica, perché lo scioglimento dei ghiacci apre rotte commerciali e rende accessibili risorse che valgono miliardi; la terza è geopolitica, perché controllare la Groenlandia significa controllare l’Artico e impedire che Cina e Russia vi consolidino la loro presenza. Per questo la Casa Bianca ha valutato persino l’idea di offrire pagamenti diretti ai cittadini groenlandesi per convincerli a rompere con la Danimarca, una proposta definita “offensiva” dai leader locali.
In questo contesto Nielsen ha scelto la via più difficile ma più dignitosa: dire no alle fantasie di annessione, respingere ogni tentativo di comprare l’isola, denunciare la retorica americana che riduce la Groenlandia a un affare immobiliare, ma senza chiudere la porta al dialogo, perché sa che l’indipendenza non si proclama, si costruisce. E per costruirla servono investimenti, infrastrutture, sviluppo economico, tutto ciò che la Danimarca non ha mai garantito pienamente e che gli Stati Uniti potrebbero offrire, ma a un prezzo che la Groenlandia non è disposta a pagare.
È un equilibrio sottilissimo, quasi un funambolismo politico, che si riflette anche nella gestione del delicatissimo incontro di Washington alla Casa Bianca, di mercoledì 14 gennaio 2026, dove si sono incontrati il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, il ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen e la ministra groenlandese Vivian Motzfeldt. Nielsen ha scelto di non essere presente fisicamente, seguirà a distanza, consapevole che ogni parola può essere interpretata come un cedimento o una sfida, e che in questa fase è più prudente lasciare ai suoi rappresentanti il compito di misurare il terreno.
L’incontro si è ora concluso, e il silenzio è stato finalmente rotto: non c’è stato alcun accordo. Le delegazioni hanno lasciato la Casa Bianca senza una soluzione condivisa, confermando che le distanze restano profonde. Il ministro danese Lars Løkke Rasmussen ha definito il confronto “franco ma costruttivo”, mentre fonti americane hanno ribadito che il controllo statunitense della Groenlandia è considerato “vitale” per il nuovo sistema di difesa missilistico che Trump vuole installare nell’Artico. Danimarca e Groenlandia hanno risposto con fermezza: l’isola non è cedibile, non è negoziabile, non è in vendita.
Nessuna intesa, dunque, ma nemmeno una rottura formale. Le parti hanno deciso di creare un gruppo di lavoro ad alto livello per continuare a discutere del futuro dell’isola, un modo elegante per prendere tempo mentre le tensioni aumentano. La formula scelta da Copenaghen è stata chiara: “abbiamo concordato di non essere d’accordo”.
Nielsen, che ha seguito tutto a distanza, esce paradossalmente rafforzato da questo nulla di fatto: la sua linea – apertura al dialogo economico, chiusura totale su sovranità e controllo – è stata confermata nei fatti. E ora, dopo questo vertice senza esito, la sua fermezza appare ancora più centrale. Perché se Washington sperava in un cedimento, ha trovato invece un fronte compatto: Groenlandia e Danimarca hanno ribadito che la sovranità dell’isola non è materia di trattativa.
Il risultato è una tensione diplomatica che non si allenta, anzi si cristallizza. L’Artico resta un campo di battaglia geopolitico, e la Groenlandia il suo cuore conteso. E chi pensava che bastasse un vertice alla Casa Bianca per piegare un’isola di 56.000 abitanti, oggi scopre che la partita è appena cominciata, e che non sarà la Groenlandia a cedere per prima.
Angioletta Massimino

