di Vicky Amendolia (della Segreteria nazionale di Socialdemocrazia SD)
C’è un errore di fondo che continua a infestare il dibattito sulla giustizia italiana: l’idea che la giurisdizione possa essere amministrata come una grande azienda, secondo criteri di produttività, accorpamento, riduzione dei costi, compressione della presenza territoriale. È una vecchia illusione tecnocratica: si immagina che, concentrando uffici, uomini e competenze in pochi grandi poli, il sistema diventi più efficiente. In realtà, diventa soltanto più distante, più opaco e più lento.
Mentre il Governo riconosce di fatto la necessità di ripristinare presìdi soppressi (si veda il ddl C.2646, depositato il 3 ottobre 2025, ancora in esame parlamentare, che prevede il ripristino di una serie di tribunali tra cui quello di Lipari) adesso è tornata a circolare con forza l’idea di una nuova “razionalizzazione” della geografia giudiziaria. E qui si colloca il punto più discutibile e forse più grave, dell’intero dibattito: la proposta dell’ANM di sopprimere gli uffici con meno di 30 giudici e 10 pubblici ministeri. Sulla carta sembra un criterio neutro, quasi matematico. In realtà è un criterio che confonde la Giustizia con una tabella di rendimento e, tra altro, ignora del tutto la struttura concreta del Paese, fatta di aree interne, territori montani, zone periferiche, isole maggiori e minori. Non a caso, è stato calcolato che, ove si applicasse quel criterio in modo meccanico, finirebbero nel mirino decine e decine di sedi giudiziarie, fino a lambire una quota impressionante di riduzione del sistema.
Colpisce, in questa postura dell’ANM, un vero e proprio rovesciamento culturale. Dall’associazionismo giudiziario ci si attenderebbe la difesa della giurisdizione come presidio diffuso di legalità; ci si trova, invece, davanti a un ragionamento che sembra scritto con la riduttiva visione matematica del ragioniere. Non più la giustizia come servizio essenziale dello Stato, ma la giustizia come rete da sfoltire. Non più il cittadino, ma la soglia numerica. Non più il territorio, ma il diagramma.
Ed è qui che la posizione dell’ANM diventa difficilmente difendibile perché inciampa in una contraddizione evidente: è singolare che proprio chi, da anni, denuncia scoperture di organico, insufficienza di personale, affanno degli uffici, sovraccarico delle cancellerie e difficoltà strutturali del sistema, proponga poi come rimedio la chiusura dei presìdi più esposti: anziché pretendere più risorse, più organizzazione, più investimenti, propone di ridurre la presenza della giustizia sul territorio.
Una giustizia lontana è una giustizia diseguale. Non è uno slogan. È la descrizione concreta di ciò che accade quando il cittadino deve percorrere decine o centinaia di chilometri per un’udienza; quando l’avvocato è costretto a moltiplicare tempi morti, costi e difficoltà organizzative; quando un territorio interno, montano, insulare o periferico perde il proprio presidio giudiziario e viene assorbito dentro un centro più grande, ma non per questo più efficiente, anzi il contrario. In tutti questi casi non si produce soltanto un disagio logistico: si produce una riduzione effettiva della tutela dei diritti. Lo Stato si rende meno accessibile, meno visibile, meno credibile. E dove arretra la presenza dello Stato, cresce quasi inevitabilmente la percezione di abbandono.
A chi continua a parlare con leggerezza di ulteriori accorpamenti bisognerebbe ricordare, innanzitutto, che non si parte affatto da una giustizia ridondante. La riforma del 2012 ha già inciso in profondità sulla rete giudiziaria. La stessa ANM ricordava che quella revisione comportò la soppressione di 31 tribunali, 220 sezioni distaccate di tribunale e 667 uffici del giudice di pace. Le Camere Penali hanno poi osservato che tali soppressioni abbiano comportato anche una forte riduzione del personale effettivamente in servizio rispetto alla pianta organica a discapito della funzionalità. Dunque, chi oggi invoca un’ulteriore razionalizzazione non interviene su un sistema pletorico: interviene su una rete già amputata e già impoverita nei suoi punti di contatto più immediati con i cittadini, nonché nel rendimento organizzativo e ciò ha già prodotto enormi discrasie: per esempio, è diventata allucinante prassi ordinaria che i giudici emanino ordinanze, immediatamente dopo il deposito di ricorsi in tema di lavoro e perfino previdenziali, in cui si legge che “sebbene la causa si pronta per la decisione (perché fondata solo su prove documentali), a causa del carico di lavoro di quell’ufficio, si rinvia al…” (in genere non meno di un anno dopo).
Il Movimento Forense, nella nota del 31 marzo 2026, ha indicato con chiarezza che il vero collo di bottiglia non è la mera distribuzione territoriale delle sedi, ma il personale amministrativo insufficiente, la digitalizzazione disomogenea e la cattiva organizzazione dei carichi di lavoro, avvertendo che nuovi interventi sulla geografia giudiziaria rischiano di comprimere l’accesso alla giustizia soprattutto nelle aree periferiche, con ricadute dirette su cittadini e imprese. Nella stessa direzione si muove l’Organismo Congressuale Forense, che da tempo insiste sul fatto che la giustizia di prossimità non può essere sacrificata e che, prima di chiudere, bisogna mettere gli uffici in condizione di funzionare davvero. È difficile non vedere, in queste prese di posizione, il punto più serio dell’intero dibattito: il malfunzionamento della giustizia non si corregge sopprimendo la sua presenza territoriale, ma investendo in persone, mezzi, organizzazione, edilizia giudiziaria, strumenti informatici, modelli gestionali.
La Sicilia, sotto questo profilo, rappresenta un banco di prova persino più eloquente del resto d’Italia. E non perché il problema sia soltanto siciliano, ma perché qui si vede meglio. Qui la geografia non è un dettaglio. È sostanza. È distanza. È difficoltà di collegamenti. È frammentazione territoriale. È insularità nell’insularità. Quando si discute astrattamente di soppressione o concentrazione degli uffici giudiziari, in Sicilia non si toccano semplicemente delle sedi: si incide sulla concreta possibilità di un cittadino di accedere al giudice senza essere costretto a trasformare ogni udienza in una piccola spedizione logistica.
Le stesse istituzioni preposte lo dicono con chiarezza. Nella relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2026, il distretto di Palermo richiama la peculiare configurazione geografica del distretto, la rilevante distanza degli uffici giudiziari che lo compongono e le vie di collegamento non agevoli. Non è una frase di colore: è il riconoscimento ufficiale che in un territorio come la Sicilia il tema della prossimità giudiziaria non è ideologico, ma strutturale. In altre parole: se già gli uffici esistenti soffrono per la distanza reciproca e per i collegamenti difficili, immaginare ulteriori arretramenti significa aggravare scientificamente il problema.
Il caso di Lipari è, sotto questo profilo, emblematico. Non a caso il ddl governativo ne prevede il ripristino come sezione distaccata del tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto. E non è un capriccio localistico: è il riconoscimento del fatto che le Eolie, per ragioni evidenti, non possono essere pensate con la stessa leggerezza amministrativa con cui si ridisegna una mappa su un tavolo ministeriale romano. Già in passato, in atti parlamentari, si segnalava che il tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto doveva garantire udienze anche a Lipari con dislocamento quotidiano dei pochi magistrati disponibili, cioè con un aggravio organizzativo che mostrava quanto il tema fosse serio e non simbolico. Se un’area insulare necessita di un presidio dedicato, non è perché rivendica un privilegio, ma perché la distanza, in questi casi, diventa diseguaglianza.
Queste carenze d’organico e criticità organizzative sono perfettamente descritte senza infingimenti dalle stesse relazioni giudiziarie. Nel distretto di Catania, la relazione 2026 segnala che presso il solo ufficio del giudice di pace di Catania erano in servizio 24-25 giudici a fronte di 54 previsti; e parla, inoltre, di criticità nella gestione degli uffici subcircondariali. Nel distretto messinese, la relazione 2026 evidenzia che molti uffici lamentano l’inadeguatezza delle piante organiche rispetto alle sopravvenienze e definisce addirittura clamorosa l’inadeguatezza dell’organico della Procura presso il Tribunale per i minorenni. Nel distretto di Caltanissetta, ancora nel 2026, si parla di grave carenza di organico e di esiguità del personale amministrativo nel Tribunale per i minori. E a Messina la stessa relazione segnala che diversi strumenti informatici e applicativi presentano ancora molte manchevolezze, sino a definire il sistema SICID Minori non idoneo a gestire adeguatamente le peculiarità del procedimento minorile.
Che cosa significa tutto questo, se lo si mette in fila con rigore? E’ ulteriore conferma che il vero problema del nostro mondo giudiziario non è la presenza territoriale degli uffici, ma la mancanza di personale, di strutture adeguate, di strumenti affidabili, di organizzazione coerente. Ed è precisamente ciò che sostiene anche il Movimento Forense che, nella nota del 31 marzo 2026, ha indicato come problemi centrali il personale amministrativo insufficiente, la digitalizzazione disomogenea e la cattiva organizzazione dei carichi di lavoro, avvertendo che nuovi interventi sulla geografia giudiziaria comprimerebbero l’accesso alla giustizia soprattutto nelle aree periferiche. L’Organismo Congressuale Forense insiste da tempo sul fatto che la giustizia di prossimità non può essere sacrificata e che, prima di chiudere, bisogna mettere gli uffici in condizione di funzionare davvero.
Il ragionamento, però, vale per tutta l’Italia. La Sicilia, semmai, rende soltanto più visibile una verità nazionale. Il decentramento non è una nostalgia amministrativa. È una forma di razionalità. È il modo più serio per tenere insieme efficienza e uguaglianza. Strutture diffuse, ben organizzate e ben dotate, sono più governabili di enormi concentrazioni territoriali; sono più trasparenti; sono più accessibili; sono più aderenti ai bisogni reali delle comunità. Soprattutto, sono più rispettose di un principio elementare: che il cittadino non deve essere costretto a misurare la forza dei propri diritti sulla base della distanza chilometrica dal giudice.
La verità, quindi, è assai meno sofisticata di quanto certa retorica ministeriale o certa disinvoltura associativa vorrebbero far credere. Ridurre ancora i tribunali periferici non sarebbe una riforma, ma la confessione di impotenza di uno Stato che, non sapendo correggere organici, edilizia giudiziaria, digitalizzazione e organizzazione, sceglie la scorciatoia del ritiro territoriale. Non si taglia il malfunzionamento tagliando la presenza. Si taglia soltanto il diritto del cittadino ad avere una giustizia raggiungibile, visibile, concreta. E in Sicilia questo taglio avrebbe un effetto ancora più duro, perché colpirebbe una regione in cui la distanza pesa di più, il collegamento costa di più, e l’assenza dello Stato si avverte prima e più dolorosamente che altrove.
Quando la giustizia diventa un problema di logistica, i diritti finiscono in giacenza.
Quando diventa un problema di distanza, l’uguaglianza si incrina.
E quando lo Stato risparmia sulla giurisdizione, finisce quasi sempre per pagare molto di più in illegalità, sfiducia e abbandono dei territori.
Non si rafforza la Repubblica arretrandola.

