Olocausto, shoah, è la grande tragedia della storia che viene ricordata il 27 gennaio.
Sono i termini con cui, nell’accezione comune, viene indicato lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti anche se hanno etimologie e significati diversi.
Il primo, utilizzato prevalentemente nel quarantennio immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale, trova la sua etimologia nel greco antico ( òλόκαυστος, composto da öλος tutto e καίω brucio). Con questo lemma si evoca, sotto il profilo storico, il rituale diffuso tra diversi popoli dell’antichità, tra cui greci, i romani ma anche gli ebrei, che prevedeva il sacrificio di un animale che veniva completamente bruciato senza che poi venisse consumato dalla comunità. Il termine olocausto però se è vero che evoca il concetto di sacrificio mediante l’incenerimento restituisce anche un messaggio fuorviante e potenzialmente offensivo nei confronti delle vittime del dramma ebraico.
La parola shoah, derivante dalla lingua ebraica ( שואה ) e utilizzata nella Bibbia con il significato di catastrofe, disastro e distruzione, è certamente più appropriata e oggi definisce sicuramente meglio il progetto di sterminio messo in atto dai nazisti.
Semantica a parte la giornata di oggi, dedicata al ricordo degli orrori compiuti contro gli ebrei nella Germania nazista, perderebbe la sua potenza evocativa se si fermasse a quel drammatico (quasi) decennio e dimenticasse il cammino della storia.
Perderebbe il suo senso più profondo se si fingesse di ignorare che, oltre ai lager tedeschi, sono esistiti i gulag della Russia stalinista e i laogai della Cina maoista, cupe mura di sacrificio all’interno delle quali anche lì sono state mietute milioni e milioni di vittime che tra l’altro non hanno una loro giornata della memoria.
Sarebbe sbagliato ritagliare una sorta di copyright del dolore limitando il pensiero solo al popolo ebraico anche se la giornata di oggi nasce essenzialmente per evocare la loro tragedia.
Il dolore per i morti, che è un valore della pietas universale, diventa un dovere, altrettanto universale, quando questo dolore è rivolto verso milioni di vittime uccise dalle intolleranze, dalle repressioni e dai totalitarismi, perché i morti sono tutti uguali, anche se sono diversi gli orribili altari sui quali sono stati sacrificati.
E poi ci sono le tragedie dell’era contemporanea e come sempre non si può non stare con Mattarella.
Il Presidente, il migliore assieme a Pertini che abbia conosciuto, commentando la giornata di oggi, ha sottolineato “il pregiudizio che ricalca antichi stereotipi antiebraici, potenziato dai social-media” ma ha anche accostato “l’angoscia per gli ostaggi nelle mani crudeli di Hamas” a quella per le vittime nella Striscia (oltre 26 mila, dato ufficializzato proprio dall’intelligence israeliana) e ha posto due temi.
Una reazione, quella israeliana, così “drammatica per i civili” rischia “di far sorgere nuove leve di odio” e “coloro che hanno sofferto il turpe tentativo di cancellare il proprio popolo sanno che non si può negare a un altro popolo il diritto a uno Stato “.
Da queste colonne mi sono già espresso sulla questione della guerra a Gaza, ma le luminose parole di Mattarella, pronunciate proprio sui temi che questa giornata evoca, impone un richiamo di certi concetti.
Le confusioni, nella storia, sono pericolose e quindi così come non bisogna identificare il popolo palestinese con la organizzazione criminale e terroristica di Hamas, non bisogna confondere l’azione criminale di Netanjahu e di parte del suo governo con il popolo israeliano.
Non è una guerra tra palestinesi e israeliani, ma tra Hamas e la destra integralista israeliana. Purtroppo le conseguenze si sono abbattute sui due popoli.
Ma, se all’inizio del conflitto i più si affannavano a santificare il diritto israeliano alla reazione, oggi, che si tocca con mano la spietatezza di quella reazione e il cinico e crudele “sparare nel mucchio”, si comprende, dopo aver appreso che Netaniahu sapeva tutto in ampio anticipo (e forse non aspettava altro), dopo aver avuto notizie delle risse nelle sedute di governo tra falchi e moderati, dopo aver ascoltato le parole dirette del premier israeliano che rifiuta il concetto dei “due Stati”, che la strategia era ed è di evacuare Gaza e cancellare il popolo palestinese.
E siccome la parola pace si coniuga solo con la cancellazione delle prepotenze, delle violenze e delle repressioni, si comprende che oggi, in questa giornata di memoria per la tragedia ebraica di 70 anni fa, in nome di quei valori e di quello spirito, contro l’odio, l’intolleranza e il razzismo, c’è ancora qualcuno di cui il mondo deve liberarsi.
E in medio-oriente oltre ad Hamas quel qualcuno è Netanjahu.

