Gli anni del dopoguerra sono stati difficilissimi per il popolo alle prese con l’aumento della disoccupazione, la miseria e la delusione di non veder riconosciute le tante promesse ricevute al momento dell’ingresso in guerra. Il ritorno dei reduci, degli invalidi e degli ammalati non fece che aggravare la situazione. L’entusiasmo per la fine della Prima guerra mondiale e per vittoria riportata si esaurì presto. I problemi di sempre riemersero con forza e tesero anzi ad aggravarsi.
Il conflitto aveva procurato grande sconvolgimento nella struttura socio-politica-economica italiana, dimostrando l’estrema fragilità del Paese. L’impreparazione, non solo militare, alla guerra emerse in tutta la sua drammaticità. Sonnino, consapevole delle pessime condizioni economiche in cui versava il Paese, aveva sperato in un conflitto molto più breve, meno dispendioso e più sostenibile per le casse dello Stato.
Purtroppo così non fu, tanto che nel volgere di 4 anni, le spese nel bilancio dello Stato passarono dai 2 miliardi e 500 milioni del 1914 ai 30 miliardi del 1918.
Il debito pubblico, nel 1920, raggiunse i 95 milioni, segnando una crescita oltre ogni più pessima previsione.
Vittime di questa situazione, oltre al prolrtariato, furono la piccola e media borghesia, i piccoli proprietari agrari e le professioni liberali. Mancava tutto. Il grano che doveva essere importato in quantità mai viste fino ad allora insieme a numerose materie prime per l’industria. Tutto ciò comportò un rincaro dei prezzi, specie dei generi alimentari, un significativo deprezzamento della Lira e un elevato tasso di disoccupazione. Scarseggiò perfino il pane il cui prezzo divenne proibitivo per molte famiglie. A tutto ciò si aggiunse l’aumento delle tasse, che contribuirono ulteriormente ad affamare la povera gente.
Ci si accorse rapidamente che la vittoria non aveva portato i benefici sperati, ma lutti, disoccupazione e miseria. Nel 1919 i contadini e i braccianti ormai esasperati, passarono alle vie di fatto. Occuparono le terre incolte dei grandi proprietari rimasti insensibili alla disperazione di gran parte della popolazione. I socialisti, anche per limitare lo spontaneismo delle lotte dei lavoratori agricoli, si impegnarono a fondo perché i proprietari occupassero tutta la mano d’opera disponibile. La parola d’ordine diventò “imposizione della mano d’opera”. I comuni più avveduti, come quello di Reggio Emilia e molti altri dell’Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte e Toscana, fecero ogni sforzo per incentivare i lavori pubblici e per estendere i servizi sociali alla popolazione.
Masse sempre più numerose di giovani disoccupati affollarono le città in cerca di una occupazione, i mutilati di guerra si sentirono traditi e capirono d’essere un peso troppo gravoso per l’economia delle loro famiglie. Contrariamente alle solenni promesse fatte all’inizio del conflitto, nessuno di quei giovani si sentiva tutelato, assistito a reinserirsi nella società.
Come conseguenza dell’immobilismo governativo e delle trattative deludenti delle potenze vincitrici in campo di riconoscimenti economici e territoriali, vedi Fiume e Dalmazia, si passò velocemente dal considerare la vittoria come una “vittoria mutilata” al grido quasi disperato “facciamo come in Russia”. Pur non conoscendo quasi nulla della lontana Russia, le sole parole rivoluzione, potere al popolo e consigli di fabbrica si dimostrarono sufficienti a esaltare gli animi.
La situazione politica d’altra parte era quanto mai confusa e incerta.
Il PSI bloccato in logoranti discussioni interne fra massimalisti e riformisti, non comprese, tranne l’ala riformista di Turati, Treves e Prampolini, quanto fosse necessario tranquillizzare e conquistare al socialismo la piccola borghesia, impoverita e spaventata, e farne la forza in grado di contenere e guidare la crisi post bellica. Il timore di perdere il consenso della classe operaia impedì però al partito di comprendere il timore degli industriali e dei grandi proprietari fondiari che videro nel bolscevismo, negli scioperi e nelle occupazioni delle terre e delle fabbriche un pericolo rivoluzionario incombente.
Fu ancora una volta Turati a cercare di imprimere al partito una svolta, sollevandolo dal rivoluzionarismo verbale, astratto e inconcludente. Non perse occasione, infatti, di ribadire e chiarire il suo appello a tutti i socialisti: “Dobbiamo preparare le coscienze- disse- all’avvento della società socialista, ma, al tempo stesso, bisogna operare per la graduale trasformazione della società”. Era l’ennesimo appello perché si abbandonasse la fallace e perdente convinzione del tutto e subito e si continuasse a lavorare uniti per la trasformazione graduale dell’Italia.
Ancora nel 1919, nonostante le divisioni interne, i socialisti riuscirono a eleggere 156 parlamentari, riportando un successo insperato. L’impossibilità o la non volontà, soprattutto da parte vaticana, di prefigurare un’intesa governativa fra socialisti e popolari, portò a un susseguirsi di governi e di primi ministri senza alcuna prospettiva.
Il risultato di questa politica cieca fu che fra il 1919 e il 1922, a dimostrazione dell’agonia del vecchio stato liberale, si avvicendarono ben 5 diversi ministeri. L’illusione del proletariato che la rivoluzione fosse a portata di mano non fece che aggiungere confusione alla confusione, scatenando la reazione sempre più violenta della classe padronale. L’occupazione delle fabbriche del “Biennio rosso” ne fu una chiara dimostrazione.
Il popolo aveva fretta, non poteva e non voleva attendere oltre. La convinzione che la rivoluzione fosse imminente, illuse le masse operaie. Il proletariato, in realtà, guardò al mito sovietico nella speranza di sbloccare la situazione e assicurarsi pace, pane e giustizia sociale. La vera novità però non fu l’avvento imminente della società socialista, ma la nascita, la crescita e l’affermarsi del fascismo.

