Nel centenario della morte di Anna Kuliscioff particolarmente significativa resta la testimonianza di Giovanni Zibordi, lo storico direttore de La Giustizia quotidiana, pubblicata dall’Avanti! il 1° gennaio 1926.
Si tratta di un ritratto che ne sottolinea gli aspetti umani dell’educatrice, della madre, della politica mossa da generosità, coraggio e abnegazione alla causa socialista. Intelligente, colta, determinata, seppe infondere speranza agli ultimi e timore agli avversari. Zibordi riassunse tutto ciò in una sola parola: Donna.
Le vicissitudini politiche, le battaglie nel partito per i diritti delle donne e il suffragio elettorale universale esteso anche alle donne, le riviste da lei fondate non sono qui toccate, se non in qualche considerazione generale.
Quello che interessa a Zibordi è invece far conoscere la ricca e poliedrica personalità di Anna, oltre ad alcuni aspetti della sua vita privata, che costituirono il substrato della donna politica.
La “Donna”
Vidi la prima volta Anna Kuliscioff in casa sua, or sono 25 anni, in una fuggevole visita a Milano. Sedeva al suo solito posto, all’angolo sinistro del divano verde. In piedi rossa e serena, la figlia giovinetta. Parecchia gente nello studio, o-come si diceva, non senza una punta di malignità da taluni- nel “salotto”. Io la salutai con molta reverenza, scambiai qualche parola e lasciai parlare gli altri. Poco dopo presi commiato. Poi vidi, sentii e anche ascoltai la Kuliscioff dei Congressi, oratrice nell’assemblea, ragionatrice logica, dura, persuasiva, critica, talora chirurgicamente spietata e tagliente; interlocutrice nelle adunanze serali di frazione, ascoltatissima e non di rado decisiva. E in quelle occasioni e in privato, quando a Roma, fino a pochi anni fa, ella vi passava con Turati lunghi periodi durante le maggiori lotte parlamentari, conobbi e ammirai la donna politica di senno, di preparazione, di acume, con doti politiche da vendere a molti uomini, soprattutto perché immune da impressionismo, da volubilità, da illusioni, dalle qualità o malattie che gli uomini sogliono volentieri attribuire alle donne come per dimenticarsi di esserne affetti essi stessi; e perché univa alla bussola di un alto intelletto e di una saldissima cultura marxista, l’altra bussola di un istinto che in certe nature privilegiate è come una facoltà nativa cui si aggiunge- subcosciente e inavvertita- la somma di lunghe, varie, meditate esperienze.
Imparai ad amarla e a comprenderla, sempre di più, profondamente diversa dalla Kuliscioff di maniera che gli interni avversari e qualche volta gli ammiratori di corta veduta e di mente ristretta avevano divulgata e s’eran fabbricata a loro immagine. Ma la Kuliscioff donna e donna socialista, potei ammirarla più intimamente, solo quando ebbi modo di frequentare la casa e di vederla nel suo luogo, da sola, o in piccola cerchia di intimi; con sua figlia, coi nipoti, amica, confortatrice, consigliera, madre, nonna; o con visitatori nuovi, modesti e timidi, o con le persone di servizio. Si, in quel salotto dove sfilavano giornalisti e deputati indigeni e stranieri, e signore intellettuali, e uomini politici e di Governo, non si conosceva a fondo Anna Kuliscioff se non si sentiva- o, se non si poneva mente a sentirla- parlare con la cameriera, o non si badava al come la cameriera parlava con lei. Chi mi comprende mi comprende, e per gli altri è inutile spiegare.
La donna politica che così di frequente è un uomo che ha sbagliato sesso: la rivoluzionaria convenzionale del romanzo o della cronaca- tanto peggio se russa-che la tradizione ci ha fatto conoscere, fanatica e spettinata, tutta assorbita nella “causa” e tutta disumanata dall’ardore di una fede cieca che si fa passione rabbiosa, era assolutamente il contrario di quella Donna che sommava in sé e inseriva naturalmente uno nell’altro tutti gli amori e tutti i doveri, l’eroismo della fede e dell’opera, la forza del combattimento infaticabile e la bontà infinita, la squisitezza del sentimento, la signorilità semplice, la grazia femminea, gli affetti tenerissimi di compagna e di madre, le cure assidue e il gusto finissimo di signora della casa.
Ella che mai parlava di sé, si apriva talvolta a discorrere dei suoi affetti materni, delle dolcezze che le venivano dalla figlia e dai nipoti: della figlia che aveva sposato, secondo il suo cuore un giovane degno di lei, di una famiglia e di un mondo lontanissimo da quello in cui militava la madre; e avea trovato la felicità nell’affetto reciproco e nella mutua bontà e rimasta vedova prestissimo, guidava con sollecito amore i cinque figli nelle vie del dovere e di ogni retto ideale di vita; dei nipoti che crescevano intorno buoni, semplici, operosi, consci del compito che spetta ai galantuomini, in qualunque strato sociale si nasca. La sorte –secondo gli spiriti banali- aveva fatto un gioco beffardo all’agitatrice socialista. Ma la solidarietà dei più fondamentali valori umani si incaricava di compore in taluni casi i contrasti. Vi sono le “”classi e le loro antitesi, e vi sono i “borghesi” e i sovversivi; ma accanto ad esse, o sotto di esse, o sopra di esse, vi è una divisione umana che pone da un lato le persone di bontà e di intelletto, e dall’altra i tristi e gli sciocchi.
Anna Kuliscioff si era preparata, con la sua opera di madre educatrice, la fortuna di poter trovarsi, in famiglia, con prima categoria, e di poter trascurare i commenti della seconda. E la rettitudine installata nell’animo della sua figlia le ritrovava in florida messe di consolazione e di tenerezza. In questo terreno di femminile bontà capace di ogni più sano e umano affetto, stavan certo le radici profonde del suo socialismo.
Sotto della studiosa marxista, della scrittrice dotta, della lottatrice politica, della partecipa appassionata delle vicende parlamentari e delle battaglie di Partito; sotto della donna consultrice e dominatrice e tattica e stratega di situazioni politiche o di Congressi, stava l’altra donna di un cuore aureo, di una sensibilità profonda, che giovinetta aveva abbracciato la causa degli oppressi perché umanamente sentiva e amava la gente povera, la sorte delle donne misere, dei bimbi derelitti, della umanità lacera e spregiata. Soltanto questo che è un sentimento comune alle persone di cuore, non s’era fermato alla filantropia, ma aveva germinato e giganteggiato in una lode inflessibile come quercia, in 53 anni di lotta troncata solo dalla morte. Il socialismo inteso come un pensiero costante, un interessamento accorato e tenace delle sorti della gente diseredata, come un desiderio vivo, immanente, immediato, del miglioramento dei proletari- pane, salute, intelletto, spirito- e della vittoria definitiva del Lavoro, era il fondo solido e robusto della sua personalità politica, ed era il fondo stesso della sua personalità umana. Mai avveniva di udirla evocare le alte audacie o il martirio del carcere; ma di aver vissuto fra gli operai, di essersi mescolata alla loro vita per conoscerli e aiutarli a redimersi, questo sì accennava talora, come alle origini stesse più pura della propria lode. La notizia, la conoscenza di un operaio che si rivela valente e saggio organizzatore, la interessava mille volte più di un gran successo parlamentare. La preoccupazione assidua del contatto con la gente del lavoro, prevaleva in lei su ogni questione politica.
Parlando di compagni, di giovani che si affacciavano promettenti alla vita, diceva: “bravo, sincero, colto; ma avrà mai visto un muratore o un bifolco da vicino?”. Qui era il segreto e la forza, qui la fonte inesauribile della sua virtù socialista: nell’umana virtù del suo cuore. La quale da sola non basta alla grande lotta politica; non è sufficiente, ma è necessaria. Necessaria a credere, ad operare, a volere, a combattere, perché a far sul serio tutte queste cose convien anzitutto “amare”.

