“LA DIPLOMAZIA DELL’ARROGANZA Potenze e Sistema internazionale nel XXI secolo”: un libro necessario che i leader delle potenze mondiali dovrebbero tenere sul comodino.
di Elena Fieni
Sono passate tre settimane dalle elezioni americane e Donald Trump è il nuovo e 47° Presidente degli USA.
Solo qualche giorno prima, Barack Obama, a Milwuakee, durante il suo comizio, aveva dichiarato convinto: “(…) Non abbiamo bisogno di altri quattro anni di arroganza, incompetenza e divisione di Donald Trump (…) L’America è migliore di così. L’America è pronta a voltare pagina”.
Subito dopo la vittoria del tycoon newyorkese, il quotidiano britannico The Herald è uscito con un articolo dal titolo: “I democratici possono incolpare la loro stessa supponenza e arroganza per il successo di Donald Trump”. (https://bit.ly/4eiRzsH).
L’arroganza è da troppo tempo uno stile dell’”arte della politica” attuale, il suo linguaggio prediletto, l’unico modo di comunicare con l’avversario. Per vincere le elezioni, ma ormai anche in qualsiasi dibattito televisivo, ci si concentra solo sull’attacco violento dell’avversario, spesso per mostrarlo come male assoluto, dimenticando le politiche, i programmi, i valori su cui dovrebbe fondarsi una proposta politica.
La qualità della politica è precipitata: lo è sul piano interno, ma lo è ancora di più sul piano internazionale, dove è sempre più chiaro che sono i gruppi di interesse economico finanziario, imperi che valgono più del PIL di un Paese intero, a dettare le regole del gioco.
Dall’arroganza che invade il mondo, dal nostro quotidiano alla politica, sembra non esserci via di scampo. Sarà per questo che quando Luigi Troiani, professore di Relazioni Internazionali e Storia e Politiche UE all’Angelicum di Roma, mi ha invitato all’ultima presentazione romana del suo libro, “La diplomazia dell’arroganza” (ed. Ornitorinco Editore), sono accorsa.
I temi trattati dal libro e gli autorevoli relatori hanno suscitato in me innumerevoli riflessioni, ma soprattutto contrastanti emozioni, ed è da queste ultime che nasce un articolo che, originariamente, avrei voluto fosse “solo” un’intervista e che mi sono sentita di tramutare in un vero invito alla lettura.
Quello di Troiani è, infatti, uno sguardo libero, a 360 gradi, sul mondo contemporaneo; un’analisi nata da mezzo secolo di studi, ricerche e di esperienza didattica, scritta in modo semplice e chiaro, che l’autore dedica ai suoi studenti, dotando, però, anche tutti noi di una bussola per orientarci nella complessità delle dinamiche politiche e socio-economiche che governano gli equilibri e squilibri delle relazioni fra i vari Paesi e realtà sovranazionali. Un saggio necessario, in questo momento storico, che si traduce in 1180 pagine di cui, confesso, la mia lettura è solo all’inizio, ma che, sin dalla presentazione, ha ispirato in me anche un’immagine, apparsa come la prima scena di un film.
- G20. L’isolatissima location è completamente blindata; lo spazio aereo chiuso; al personale, selezionato secondo criteri degni della CIA, è interdetta, per tutta la durata dell’evento, qualsiasi comunicazione con l’esterno. Dopo le chiacchiere della colazione, i leader dei vari Paesi vengono guidati verso la grande sala meeting. Sul tavolo, al posto di ognuno: la bandierina del Paese e il nome del suo rappresentante, una bottiglia d’acqua, una cartellina di lavoro e, accanto, un pacchetto regalo. Incuriositi, ma anche un po’ insospettiti, i Capi di Governo scartano il loro cadeau, scoprendo che si tratta de “La diplomazia dell’arroganza”. Tra il sorpreso e l’interdetto, ognuno guarda i colleghi, alla ricerca dell’artefice del dono. Ai presenti non ci vorrà molto per rendersi conto che non è tra loro, ma che si tratta di qualcuno di “esterno”.
Ora, se vi state chiedendo come il libro di Troiani sia arrivato nelle mani di quei signori, non ho risposta perché resta un mistero anche per chi scrive. Sull’ultima pagina, però, sotto l’ultimo paragrafo, vedo qualcosa, vergato a mano: “And… Remember, remember… the 9th of November!”.
No, non si tratta di un refuso di scrittura della data del neo-elezioni americane, e neppure di quel 5 novembre 1606, giorno della Congiura delle Polveri, che per i Britannici è oggi una festa nazionale in cui ricordare al popolo tutto ciò che non si deve fare: tradire la Corona e il Paese.
Il 9 novembre 1989, cui la dedica si riferisce, è l’epico giorno della caduta del muro di Berlino.
Se la filastrocca inglese del 5 novembre è un “monito al popolo”, quella del 9 novembre è, invece, un appassionato invito ai governanti delle potenze mondiali a ricordare la caduta di quel muro, a non tradire i loro “popoli”, rappresentati, oggi, da chi non appartiene a quell’“1% della popolazione a cui il campione mondiale della democrazia assegna, come fa notare Troiani, il 42% della ricchezza nazionale.
Nel capitolo intitolato “Geopolitica della povertà”, Troiani presenta e commenta una serie di dati devastanti sulla distribuzione della ricchezza mondiale, soprattutto dopo la crisi del 2008: “Come informa, con cadenza annuale, Oxfam, la polarizzazione della ricchezza in poche mani e il contestuale espandersi di diseguaglianza e povertà, hanno raggiunto livelli di preoccupante irrazionalità economica, sintetizzabile nel dato che attribuisce più della metà della ricchezza globale all’1% della popolazione mondiale”.
A 35 anni dal crollo dalla cortina di ferro, i muri ci sono ancora: quelli tangibili – come in Cisgiordania, in Irlanda del Nord (di cui nessuno mai parla) e tra Messico e Stati Uniti e purtroppo anche in Paesi dell’Ue in funzione anti-immigrazione. Nel ventesimo secolo l’Europa conosceva solo tre muri, tutti di difesa territoriale: a Berlino, Cipro e in Irlanda del Nord; oggi ne conta almeno 16, per oltre mille km, tutti in chiave anti-migranti. Ma, soprattutto, oggi ci sono i muri apparentemente invisibili, di natura economica e sociale, sia all’interno di uno stesso Paese che tra i vari Paesi. Di questi muri e delle più importanti e urgenti problematiche del mondo contemporaneo, Troiani ci restituisce una fotografia drammaticamente lucida ed esaustiva, schizzando il ritratto del volto che il mondo potrebbe avere tra qualche anno.
Troiani, infatti, apre il suo importante saggio così: “La tragica saga subumana portata in scena da Franklin J. Schaffner con Planet of the Apes più di mezzo secolo fa, è purtroppo ancora attuale. I saggi e scritti qui ordinati, offrono un contributo allo sviluppo del percorso che renda quel futuribile impossibile a realizzarsi. Evitarlo è nelle mani della specie umana. Potrà riuscirci, se sceglierà di pacificare i conflitti nella giustizia, e se la diplomazia rinuncerà all’arroganza che la sta caratterizzando in questa fase storica, fortunatamente, almeno sinora, solo fuori dalle istituzioni dell’Unione Europea”.
Ecco, quindi, che l’autore non vuole lasciarci a mani vuote, ma ci invita a prendere in considerazione dei modelli di “salvataggio” dell’umanismo etico e della civiltà liberal-riformista, risorse che, anche in questo momento, potrebbero aiutarci a contrastare le sfide globali tra super potenze che il presente ci pone davanti.
Il mio colloquio con il prof. Troiani inizia qui, da queste sfide, che tanto ci preoccupano.
– Professore, dai giornali e dai dibattiti televisivi emerge più che mai la mancanza e l’urgenza di una “azione di dialogo fra governi e diplomazie”, sui vari “fronti” aperti. Come lei ci ricorda “Gli Stati appaiono incapaci di sedersi al tavolo negoziale per fornire il nuovo assetto globale, e gli affari internazionali sono affidati alla spontaneità di ripetute crisi e manifestazioni di anarchia sistemica”.
Se, come lei scrive “nella cultura politica, interna e internazionale, la via del negoziato si è fortemente diffusa rispetto ad altre epoche” perché – come lei stesso riconosce – oggi “il negoziato non riesce a risolvere ogni controversia?”
Nel libro provo a rispondere alla domanda che, al punto in cui sembra stiano andando le cose, rischia di dover riguardare persino la sopravvivenza del mondo in cui siamo felicemente cresciuti. Cominciamo col dirci che la diplomazia è priva di autonomia, nel senso che risponde in via gerarchica alle direttive del governo, del ministro degli Affari Esteri. Un bravo diplomatico potrà dispiegare le capacità professionali (se ne ha) insaporendo la pietanza delle istruzioni politiche ricevute, potrà anche provare a spiegare ai superiori politici che certe cose andrebbero fatte e altre non, ma alla fine resterà strumento di una politica a lui superiore e nella quale non necessariamente dovrà identificarsi. Quando io definisco “arrogante” l’attuale diplomazia, ovviamente non ce l’ho con i “diplomatici”, ma con chi elabora la diplomazia in sede politica. Nelle attuali condizioni storiche, il negoziato non parte o si arena, perché abbiamo un ceto politico che ha scelto di competere per la supremazia.
Ma il negoziato resta indispensabile, se vogliamo evitare i cocci. Il termine negoziato deriva dal latino nec otium, niente ozio. Per dire che la diplomazia per la pace e la cooperazione è l’esatto contrario dei muscoli e dell’arroganza di governanti alla quale assistiamo da una quindicina d’anni. Occorre sedersi a un tavolo, deporre pistole e coltelli, darsi del tempo lungo di confronto, e lavorare, lavorare, lavorare, senza lasciarsi intimidire dai prepotenti e dimenticando le pressioni del quotidiano.
La politica è fatta essenzialmente di due cose: idee e visione del mondo (spesso ridotte a ideologie ibernate e suprematiste), e interessi (spesso illegittimi). “Merda e sangue” la definiva Rino Formica. Il negoziato parte dall’accettazione dell’altro con cui occorre fare i conti, non c’è scelta. Accettare anche senza condividere, anche se l’altro è non solo avversario ma nemico. Ma con chi la diplomazia dovrebbe trattare se non con il nemico? Con chi si fa la pace, con gli amici?
– All’inizio del suo libro, lei parla di “naufragio degli Stati come li abbiamo conosciuti sino alla vigilia della cosiddetta globalizzazione” e ci fa notare come si stia costruendo un “multilateralismo mutilato”. L’immagine del naufragio è tanto efficace quanto terribile… e Multilateralismo Mutilato pure, anche se più complesso. Potrebbe spiegare qui brevemente cosa intende?
La tesi che espongo è che gli Stati siano nati nella storia perché si è ritenuto che potessero servire gli esseri umani (trasformati in cittadini) e garantire loro servizi e prerogative che altrimenti non avrebbero goduto a cominciare dalla sicurezza. Il più delle volte il processo avvenne per imposizione violenta di un condottiero che si tramutò in principe. In altre si ebbe la via democratica, dal basso verso l’alto. Se gli Stati si riducono a percussori dei cittadini con imposte e tasse ingiuste, se fanno guerre insensate e stragi evitabili ricattando il mondo con la minaccia nucleare, tradiscono la loro ragion d’essere e si mettono in condizione di regredire sino a rischiare di scomparire in un buco nero della storia. Gli Stati, scrivo, stanno scegliendo la “solitarietà” contro la “solidarietà“, la competizione arrogante per la supremazia, che rafforza le ambizioni dei potenti contro i bisogni e gli interessi autentici della gente. Quel tipo di Stato è come un naufrago perso nel mare di virgiliana memoria. Quegli Stati non possono cancellare il multilateralismo, come ad esempio quello delle esistenti organizzazioni internazionali, ma lo ostacolano, lo umiliano, lo mutilano appunto, procedendo imperterriti nel loro percorso di arroganza autoreferenziale.
– Nel suo ultimo viaggio in Lussemburgo, il Papa – uno dei pochi capi di Stato a tentare azioni diplomatiche – ha sottolineato l’esigenza di “onorevoli compromessi” e rimarcato “i benefici della cooperazione tra le Nazioni a fronte delle nefaste conseguenze dell’indurimento delle posizioni e del perseguimento egoistico e miope o addirittura violento dei propri interessi” (https://bit.ly/3CCaIc9). Cosa intende, secondo lei, per onorevoli compromessi? Quale potrebbe essere oggi un onorevole compromesso per uno dei vari conflitti in essere?
I processi di pacificazione sono possibili solo se il negoziato consente di arrivare a rinunce possibili e accettabili per i contendenti. Le parti devono rinunciare ad avere tutto ciò che volevano ottenere confliggendo, e aderire ad un punto di equilibrio di pacificazione che appaia “win win” (o se si preferisce “loose loose”). Che il compromesso raggiunto sia onorevole è tutt’altra questione. Appartengo a chi mai riterrà onorevole una pace disgiunta dalla giustizia, ma come scrivo nel libro abbiamo bisogno di un idealismo che sappia confrontarsi con il bisogno di realismo che il sistema internazionale chiede ai suoi attori.
– Nel capitolo: “La Guerra come fattore obsoleto di relazioni internazionali”, lei si interroga sui concetti di pace ingiusta e guerra giusta, domandosi a chi appartenga, oggi, l’autorità di stabilire cosa sia giusto o ingiusto e se la guerra giusta possa risolvere, soprattutto oggi, il problema dell’ingiustizia…Lascio proseguire lei, professore.
Le guerre contemporanee documentano regolarmente l’incapacità di approdare agli obiettivi prefissi da chi le scatena. Sono guerre non dichiarate, che non terminano con un vincitore e un vinto, pronte a ricominciare alla prima occasione. Così la Corea, il Medio Oriente, le “operazioni speciali” avviate dalla Russia nei Paesi di vicinanza, la guerra degli islam politici contro i loro popoli, e così via. Sono guerre infarcite di menzogna, con un costo strabiliante in termini umani e ambientali. La proporzione tra costi e risultati rende le guerre obsolete, fuori moda. Pagano molto più i negoziati, nel nostro tempo, che le guerre.
Per le ragioni che ho esposto, le scelte populiste e nazionaliste degli ultimi decenni hanno impedito che il sistema internazionale si dotasse di un’Alta Autorità politica giuridica e morale condivisa. Domina una sorta di anarchia che, soprattutto ad oriente, è continuamente tentata di scatenare aggressioni e conflitti. Se non si torna al multilateralismo e all’abbandono delle pretese di egemonia, ingiustizia e arroganza la faranno da padrone.
– Il 9 novembre, rivedendo le immagini della caduta del muro, con cui la mia generazione è cresciuta, pensavo a come 40 anni fa nessuno avrebbe mai immaginato che sarebbe arrivato quel 9 novembre che ha cambiato il volto dell’Occidente post bellico. Se durante la guerra fredda, una telefonata tra John Kennedy e Nikita Krusciov aveva evitato la guerra nucleare; con Ronald Reagan e Mikhail Gorbachev la cortina di ferro si era, finalmente, sgretolata e ben oltre le nostre aspettative. Era accaduto grazie al loro lavoro, all’ascolto reciproco, alla volontà di trovare un punto d’incontro. Professore, cosa manca, oggi, alle relazioni internazionali, di tutto ciò che condusse al 9 novembre 1989? Guardando all’attuale scenario internazionale, cosa potrebbero attingere i potenti di oggi dal percorso diplomatico che portò alla fine della Guerra Fredda?
Manca la fiducia fra gli Stati, quella che alla caduta del muro di Berlino e del comunismo in Europa si era sprigionata potentissima, generando la promettente stagione del dopo comunismo. In quel periodo la Russia post-sovietica partecipò da partner “benvoluto” agli incontri multilaterali degli organismi sui quali fino a pochi anni prima lanciava strali propagandistici e minacce, e arrivò a proporsi come membro della Nato. Sappiamo come è finita: le brutali e subdole aggressioni russe dentro e fuori dello spazio ex sovietico sono continue e apparentemente inarrestabili. L’Ue e la Gran Bretagna sono addirittura sotto la minaccia nucleare del Cremlino. L’attuale leadership russa è guidata da un signore che Churchill avrebbe definito un gangster. In un Gabinetto di guerra, il grande capo della resistenza al nazismo disse di Hitler, che voleva processato e giustiziato per i suoi crimini: “Deve morire come un gangster”. Sono parole che calzano a pennello su Vladimir Putin. I bulli si fermano solo davanti a chi sentono più forte, sugli altri non smetteranno mai di infierire. Invece gli europei si stanno comportando da due decenni, sempre citando Churchill, come “chi nutre un coccodrillo nella speranza che lo mangi per ultimo.“
La “diplomazia dell’arroganza” internazionale sceglie, sempre più spesso, di affidare ruoli decisivi, nei processi di mediazione a leader di democrazie illiberali. Possibile che le democrazie liberali non riescano più a mettere a terra delle vere azioni diplomatiche? Secondo lei, oggi, dopo l’elezione di Trump, l’Italia, al centro del Mediterraneo, potrebbe essere vista come mediatore nel conflitto in Medio Oriente?
L’Italia potrà fare ben poco se non sistema il suo debito pubblico, e non colloca suoi leader politici nei filoni di alleanze che nel passato le hanno consentito ruoli di rilievo: così fu con Andreotti e altri democristiani, grazie ai rapporti diuturni nell’Internazionale Democristiana; così per Craxi, grazie ai rapporti diuturni con l’Internazionale Socialista. Oggi sono solo due i politici italiani in grado di entrare e uscire dai salotti buoni della politica internazionale: Prodi (che però non fa più da anni politica attiva) e Tajani, che però non dispone sul piano interno di un cospicuo pacchetto di voti. Il Primo Ministro è agli inizi, e comunque, per contare nei fori internazionali, dovrebbe prima abbandonare le cattive compagnie alle quali si è abituata nei decenni precedenti all’esperienza di governo. C’è un terzo politico che potrebbe, in questa fase, produrre anche più di Prodi e Tajani, Mario Draghi, ma il gioco democratico lo ha espulso dall’agone politico. L’allenatore che vuole vincere la competizione, non lascia nello spogliatoio Maradona.
Non abbiamo il denaro per fare politica internazionale, non abbiamo le aderenze politiche per farci ascoltare. Mi pare che l’unico modo di contare sia quello di giocare in modo dignitoso e senza schiamazzi dentro le strutture multilaterali Ue e Nato.
– Vorrei riflettere con lei su questo suo passaggio: “E’ legittimo chiedersi di fronte al rinnovarsi di catastrofi umanitarie (…) perché gli Stati non abbiano saputo portare a compimento, dopo un secolo di sperimentazione, i modelli di pacificazione suggeriti dalle due maggiori teorie elaborate per la pacificazione universale. Eppure ambedue erano state proclamate utili e percorribili”: quali sono i modelli di pacificazione e perché secondo lei non riusciamo ad applicarli?
L’idealismo spiegò che per evitare le guerre occorreva dotarsi di organizzazioni internazionali che togliessero agli Stati i poteri e mezzi che li rendevano capaci di scatenare di continuo guerre e stragi di massa. Il realismo, a sua volta, fondò nel reciproco deterrente armato, l’incapacità degli Stati a farsi la guerra.
In quanto alle organizzazioni internazionali vediamo come, alle Nazioni Unite, l’insufficiente rappresentatività e il potere di veto del Consiglio di Sicurezza impediscano azioni e risultati; e come nell’Ue non si riesca a fare ciò che proprio Mario Draghi ha indicato in un recente rapporto come indispensabile alla sopravvivenza. In ambedue i casi il nazionalismo impedisce a questi, come ad altri patti intergovernativi multilaterali, di realizzare ciò che statuti e trattati hanno previsto in termini di pacificazione e benessere.
Passando al realismo, Putin costringe l’intero mondo al riarmo e alla ripresa della corsa agli armamenti, così da scoraggiare le sue invasate minacce. Come negli anni venti del XX secolo, nei nostri anni venti i dittatori fanno sentire il fiato sul collo delle democrazie, aggrediscono e intimidiscono. Se un idealismo pacifico ma non minchione avesse guidato il multilateralismo delle democrazie negli anni novanta dello scorso secolo, queste non avrebbero attivamente contribuito a smantellare le difese dell’Ucraina e non saremmo nella situazione in cui ci troviamo.
– Nella sua analisi sulla globalizzazione lei spiega come all’inizio, il modello abbia diffuso benessere in molti Paesi dell’Asia e dell’Africa, e abbia contribuito fortemente alla liberazione dalle restrizioni socio-economiche della parte centro orientale dell’Europa con l’uscita dal comunismo. Che cosa non ha funzionato, quindi, da un certo punto in poi?
La globalizzazione ha all’attivo risultati innegabili, come l’uscita di Cina e India dalla povertà secolare, l’aprirsi al commercio e agli investimenti di decine di nazioni africane e asiatiche, ma ha anche comportato tutta una serie di negatività che evidenzio nel mio libro, ad esempio aver facilitato la nefasta azione di populismi e nazionalismi, e creato lo spazio per la bulimia di speculatori e affaristi. Adam Smith, e poi Schumpeter, in modo e in contesti diversi, hanno parlato di “animal spirits of capitalism”. Immaginare, come ha fatto la cultura economica e politica anglosassone, che bastasse affidarsi al mercato, senza dotare il mondo di meccanismi pubblici condivisi di vigilanza e controllo, così come di regole condivise (fisco, diritti del lavoro, welfare, finanza, paradisi fiscali, etc etc.) in particolare rispetto al nascente (all’epoca) mondo cyber, è stato un errore che sta portando all’arretramento della globalizzazione, alla ripresa delle povertà e delle sperequazioni socio-economiche ingiuste interne e internazionali, al ritorno di fenomeni letali come il protezionismo e le guerre commerciali. Con Trump all’orizzonte le cose potranno andare anche peggio.
– Per concludere… Proviamo a tornare alla scena immaginaria del G20, di cui sopra. Se lei avesse la possibilità di presentare il suo libro ai partecipanti e, alla fine, loro le chiedessero un consiglio su come portare la pace in Russia e Medio Oriente, lei cosa direbbe?
Che non ho consigli da dare a chi spero ne sappia più di me, viste le responsabilità che ha ricercato. Se insistessero, consiglierei di fare come i cardinali nel conclave di Viterbo del 1270, forzandoli a restare chiusi alle Nazioni Unite, finché non presentino ai popoli la road map per uscire dalla nostra guerra dei trent’anni.
Fuor di battutismo, ho idea che non saranno mai governanti dittatori o fanatici a darci libertà, pace e prosperità. Bisogna sbarazzarsene. Spetta ai loro popoli farlo, a meno che quei dittatori e fanatici non siano così stupidi da aggredire chi ha capacità sufficienti per liberare il mondo dalla loro sanguinaria presenza. Hitler e Mussolini lo fecero e sappiamo come finì.

