Giovanni Rinaldi è stato un sindacalista, un politico e un amministratore di valore. La sua vita è stata connotata da una intransigente coerenza politica nel socialismo riformista, vissuta alla luce di un alto senso morale, che ne fecero un esempio per tutti.
Nacque a Reggio Emilia nel 1890. Suo padre Domenico era il presidente della Cooperativa Birocciai e uno dei primi cooperatori reggiani. Giovanni, presa la licenza elementare, fu subito avviato al lavoro come commesso presso un negozio di stoffe, gestito da una fervente socialista.
Non potendo fare diversamente per ragioni economiche, coltivò la sua passione per gli studi da autodidatta, finendo per collaborare con lo pseudonimo di Javert ai giornali della FIGS Le Giovani Guardie e L’Avanguardia di Roma. Animatore del locale circolo giovanile, si distinse presto per l’oratoria e per le sue convinzioni antimilitariste.
Nel 1912 entrò nella Camera del Lavoro, diventando presto segretario del sindacato muratori. Nel 1913 fu a capo del più grande sciopero edile del reggiano, che tanto fece parlare e che rappresentò il volano di tante conquiste contrattuali della categoria. Contrario sia alla guerra di Libia (1911) che alla Prima guerra mondiale (1915-18), si dedicò all’attività sindacale, nell’intento anche d’alleviare le sofferenze delle famiglie più povere.
Nel 1918 strappò al padronato la storica conquista delle otto ore di lavoro giornaliero e il contratto collettivo di categoria, siglato ufficialmente nel marzo del 1919. Altra sua importante realizzazione fu la costituzione della Cassa provinciale edile di previdenza e di resistenza.
Impegnato nel sindacato e nel partito, a riprova della stima riscossa dai lavoratori e dai compagni, nel 1920, venne eletto consigliere provinciale. Durante il periodo fascista, pur essendo bisognoso di guadagnare per sostenere la sua numerosa famiglia composta da ben 7 persone (lui, il padre e la madre, la moglie e tre figli), rifiutò le offerte di lavoro che gli vennero avanzate dai sindacati fascisti. Come altri socialisti, tra questi Simonini, Bellelli e Storchi, tentò la strada del commercio come rappresentante per diverse officine meccaniche.
Terminata anche quell’attività nel 1928, si barcamenò svolgendo piccoli lavori saltuari, grazie all’aiuto di amici ed ex compagni di partito, tra i quali Marzi, Donelli e Nebbiante. Durante la guerra si rifugiò a Cadelbosco Sopra, comune a una decina di Km da Reggio, in attesa di riprendere l’attività politica con il crollo del fascismo. Diverse volte fu notato sostare presso la libreria Prandi per rivedere amici ed ex compagni di partito, dimostrando immutata fede nel socialismo riformista di stampo prampoliniano.
Nel 1943, con G. Prandi, Bellelli, Lari, Bonaccioli e altri partecipò ai due incontri clandestini di Barco, che si rivelarono fondamentali per la rinascita del Partito socialista. A liberazione avvenuta venne nominato, con sindaco Cesare Campioli, vicesindaco della città, riprendendo così la lunga serie di amministratori socialisti della città.
Il destino purtroppo fu particolarmente ingrato con lui, portandolo alla morte a soli 65 anni. Era il 17 luglio 1945. Un infarto lo colse, infatti, al Circolo “Zibordi” dove stava svolgendo una relazione sul “Comune socialista”.
Ai suoi funerali, come testimoniò Reggio Democratica del 20 luglio, parteciparono migliaia di persone, oltre al sindaco e tutta la giunta comunale con il gonfalone della città listato a lutto.
Così Simonini, nel corso di un suo intervento ad una assemblea di partito, ricordò la figura del compagno e amico Giovanni Rinaldi: “Egli apparteneva alla schiera dei galantuomini ai quali si è appellato Ferruccio Parri”.
Il sindaco Cesare Campioli, stando sempre alla cronaca di Reggio Democratica lo dipinse come “l’uomo che mai aveva piegato di fronte alla reazione e che sempre aveva mantenuto fede alla propria idea”.

