di Carmine De Pascale @gen.depascale
C’è un’immagine che, più di ogni altra, descrive il momento geopolitico che stiamo vivendo: Pechino che, nel giro di pochi giorni, accoglie prima il presidente degli Stati Uniti e poi il leader della Russia. Due potenze in difficoltà, impegnate in guerre costose e senza sbocchi chiari, che si presentano alla porta di una Cina sempre più consapevole del proprio ruolo. E una Cina che, soprattutto, non ha alcuna intenzione di nasconderlo.
Negli ultimi anni la Cina ha lavorato con pazienza per costruire un’immagine di potenza “responsabile”: non si schiera apertamente, non rompe mai del tutto con nessuno, parla con tutti. Non condanna l’invasione russa dell’Ucraina, ma si propone come mediatrice; critica l’allargamento della NATO, ma mantiene aperti i canali con Washington; dialoga con l’Europa, mentre corteggia il Sud globale con la Belt and Road Initiative, i BRICS, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO). È una strategia di lungo periodo: presentarsi come il polo di stabilità in un mondo percepito come caotico.
La visita di Putin, in questo senso, è un tassello perfetto. La Russia arriva a Pechino in una condizione di dipendenza crescente: isolata dall’Occidente, sotto sanzioni, con un’economia che regge ma a prezzo di un legame sempre più stretto con il mercato cinese, che assorbe petrolio, gas, materie prime e offre in cambio tecnologia, componenti dual use, circuiti finanziari alternativi. Dietro la retorica dell’“amicizia senza limiti”, il rapporto è profondamente asimmetrico. Gli analisti lo dicono con chiarezza: la Russia è ormai “in tasca” alla Cina, e qualsiasi accordo strutturale – dall’energia alla tecnologia – si farà alle condizioni di Pechino. Putin arriva in Cina per dimostrare al mondo che non è isolato, che ha ancora un grande alleato, che l’asse sino-russo è intatto nonostante la visita di Trump. Ma, nel farlo, conferma anche quanto la Russia abbia bisogno della Cina più di quanto la Cina abbia bisogno della Russia.
Trump, dal canto suo, ha cercato di usare Pechino come palcoscenico per rilanciare la narrativa di una relazione “gestibile” tra le due maggiori economie del pianeta. Ha parlato di partnership, non di rivalità; ha evocato la necessità di una “stabilità strategica” tra Washington e Pechino. Ma sui dossier strutturali – Taiwan, guerra dei dazi, tecnologia, Medio Oriente – la sostanza non è cambiata. La visita ha gestito le tensioni, non le ha risolte. E questo è un dettaglio che a Mosca non sfugge: Putin arriva a Pechino con la certezza che la Cina non abbia concesso a Trump nulla di irreversibile.
Se guardiamo la sequenza delle visite con lo sguardo un po’ più largo, emerge un quadro interessante: la Cina sta gestendo un triangolo strategico in cui nessuno dei tre vertici – Washington, Mosca, Pechino – può permettersi di ignorare gli altri, ma solo uno ha margini reali di manovra. Gli Stati Uniti restano la potenza militare e tecnologica dominante, ma sono impegnati su più fronti: Ucraina, Medio Oriente, Indo-Pacifico. La Russia è logorata da una guerra lunga, costosa e senza una vera exit strategy. La Cina, pur con le sue fragilità interne – rallentamento economico, crisi immobiliare, invecchiamento demografico – è l’unica che riesce a presentarsi come interlocutore indispensabile per tutti.
Guardando avanti, quali scenari si aprono?
Il primo è quello di una stabilizzazione del triangolo: la Cina continua a tenere insieme, a modo suo, il rapporto con Washington e quello con Mosca. Con gli Stati Uniti cerca di evitare lo scontro frontale, soprattutto sul piano economico e tecnologico, consapevole che una rottura totale sarebbe devastante per entrambe le economie. Con la Russia consolida un legame strategico che le garantisce energia a prezzi competitivi, profondità geopolitica verso l’Eurasia e un partner disposto ad allinearsi alle sue priorità. In questo scenario, Pechino diventa il perno di un equilibrio instabile ma duraturo, in cui nessuno vince davvero, ma nessuno può fare a meno della Cina.
Il secondo scenario è quello di una polarizzazione più netta. Se la guerra in Ucraina dovesse irrigidirsi ulteriormente, se su Taiwan si aprisse una crisi più acuta, se l’Europa decidesse di allinearsi in modo più compatto alla strategia americana di contenimento, la pressione su Pechino aumenterebbe. A quel punto la Cina potrebbe essere costretta a scelte più chiare: o accettare un parziale riavvicinamento agli Stati Uniti, limitando il sostegno a Mosca, oppure abbracciare fino in fondo l’asse con la Russia, trasformando la “partnership senza limiti” in qualcosa di più simile a un blocco politico-militare. È uno scenario che oggi Pechino vuole evitare, ma che non si può escludere se la competizione con Washington dovesse degenerare.
Il terzo scenario riguarda il Sud globale. Qui la Cina e, in misura minore, la Russia stanno costruendo una narrativa alternativa: non più un mondo guidato dall’Occidente, ma un sistema in cui Asia, Africa, America Latina hanno voce, peso, strumenti propri. La retorica della “multipolarità” non è solo propaganda: si traduce in nuove istituzioni, nuovi formati (BRICS allargati, SCO, accordi energetici e finanziari in valute locali) che riducono la centralità del dollaro e delle istituzioni occidentali
In tutti questi scenari, una cosa resta costante: la centralità di Pechino. La sequenza Trump-Putin non è solo un fatto di protocollo. È un messaggio al mondo: se vuoi capire dove va il sistema internazionale, devi passare da qui.
Per l’Europa – e per un Paese come l’Italia – questa immagine dovrebbe essere un campanello d’allarme. Non perché la Cina sia “il nuovo centro del mondo” in senso assoluto, ma perché sta imparando a usare la propria posizione per massimizzare la propria influenza, mentre noi spesso reagiamo, più che agire. Mentre Trump e Putin volano a Pechino per cercare conferme, rassicurazioni o sponde, l’Europa discute ancora se considerare la Cina un partner, un concorrente o un rivale sistemico
Ecco perché la vera notizia di questi giorni non è tanto ciò che Trump e Putin otterranno – o non otterranno – dai loro colloqui con Xi Jinping. La vera notizia è che, nel grande disordine globale, la Cina è riuscita a imporsi come il tavolo a cui tutti, prima o poi, devono sedersi. Per Pechino, è un risultato che vale più di qualsiasi accordo firmato. Per il resto del mondo, è un promemoria: il baricentro del potere si sta spostando e ignorarlo non è più un’opzione.

