La rottura del fronte e la sconfitta disastrosa di Caporetto del novembre 1917, approfondì anche la frattura interna al PSI fra riformisti e rivoluzionari. Si aprì una dura polemica sul nodo politico della “resistenza” o della “passività” del partito e dell’insieme del proletariato di fronte alla gravissima crisi bellica dell’Italia.
Turati e Treves firmarono un articolo su Critica Sociale del1-15 novembre 1917 nel quale chiesero al proletariato di essere solidare con lo spirito di resistenza che si levava dal paese.
Turati fece di più. Pose la sua firma anche sotto il manifesto dell’Università Popolare di Milano che invitava gli operai ad attivarsi e a cooperare per la difesa dell’Italia.
Egli infatti non sentiva e non comprendeva, a differenza degli intransigenti, la contrapposizione fra classe e nazione. Gli intransigenti Serrati e Lazzari invece consideravano le convinzioni dei riformisti come concetti borghesi. Bisognava piuttosto contrastare in ogni modo l’adesione degli operai alla guerra voluta dalla borghesia.
Per Turati Caporetto aveva segnato l’inizio di una nuova fase: la guerra da offensiva si era trasformata in difensiva; gli austro-tedeschi occupavano diverse regioni; l’iniziativa politica pacifista che fino a pochi mesi prima aveva trovato il suo culmine ed era stata riassunta nella famosa frase di Treves: “un altro inverno non più in trincea”, stava passando ai nazionalisti e al governo con la loro sempre più rigida politica interna a danno dei lavoratori. Si stava rischiando la ripresa economica e civile postbellica.
Turati si rese conto che estraniare il proletariato dallo sforzo del paese, poteva significare il suo isolamento politico, che in prospettiva avrebbe reso molto più difficile la collaborazione con gli altri partiti, rendendo ancora più difficile il superamento dei problemi economici e politici posti dal conflitto.
Lo stesso segretario della CGL Rinaldo Rigola, intervenendo a una assemblea della sua organizzazione, espresse la convinzione che “…quando il nemico calpesta il nostro suolo abbiamo un solo dovere: quello di resistergli. Questo dovere lo devono sentire i socialisti contrari alla guerra, prima ancora di tutti gli altri, poiché purtroppo, chi ne va di mezzo durante le invasioni militari, sono le popolazioni proletarie in primo luogo”. Anche Prampolini nel suo discorso alla camera del 14 novembre 1917, pronunciato a nome del gruppo socialista per respingere le accuse rivolte al partito d’ aver boicottato con il suo pacifismo la guerra e aver così favorito la sconfitta, riprese e sostenne le argomentazioni di Turati e di Rigola.
Il dibattito che si sviluppò nel partito trovò nell’Avanti! la sua tribuna. In realtà quella discussione nascondeva il confronto su un tema più generale: la necessità o la capacità di collaborare con gli altri partiti presenti in Parlamento per avviare o completare quelle riforme che avrebbero configurato la nuova Italia.
Quel confronto si protrasse fino al congresso del settembre 1918. Ben presto dal livello teorico, la questione assunse un aspetto pratico. Quando il presidente del Consiglio, V.E. Orlando, invitò Turati, Treves, Graziadei, Zanardi e la CGIL a far parte della commissione per lo studio dei provvedimenti da adottare e migliorare nel dopoguerra, la frattura interna al partito si acuì.
Per gli intransigenti Turati e tutti coloro che la pensavano come lui avevano assunto come propri i valori della borghesia, mettendosi ai margini del partito e per questo erano degni di espulsione.
Turati si disse invece convinto che la borghesia sarebbe uscita indebolita dalla guerra e sarebbe stata costretta a concedere quelle riforme di cui necessitava il proletariato, mantenendo la lotta politica nell’alveo della democrazia. Per ottenere tutto questo però era necessario sfruttare tutte le alleanze parlamentari possibili.
La rottura di Turati e compagni con la direzione massimalista era a quel punto un fatto compiuto e la scissione virtualmente scontata.
Ma non fu così. Al congresso di Roma tutta l’attenzione fu rivolta sull’attività degli organi di partito e non ci fu il tempo necessario per discutere l’ipotesi riformista di collaborazione con le forze politiche disponibili alla soluzione dei problemi del dopoguerra.
Accettando di non approfondire il chiarimento, i riformisti di Turati si illusero di poter neutralizzare o comunque smussare con il tempo le posizioni massimaliste a loro favore. Anche quella però si rivelò una illusione. Terminata la guerra il sorgere di posizioni rivoluzionarie estreme come quella di Bordiga, ispirata dall’esperienza dei soviet russi, attrasse molti massimalisti, dando vita alla frazione comunista.
Giunti a quel punto per Turati il tema non era più l’unità del partito, ma quello della sua stessa esistenza.
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Fabrizio Montanari
Autore. Fabrizio Montanari è nato a Reggio Emilia nel 1951 e ha svolto per molti anni attività lavorativa come Dirigente cooperativo. Socialista autonomista, è stato dirigente provinciale del PSI reggiano e regionale, segretario provinciale (1975) e membro della segreteria nazionale della FGSI (1976-77). Giornalista pubblicista, collabora a diverse riviste storiche (Ricerche Storiche, L’Almanacco socialista, Reggio Storia), e ai giornali 24Emilia e La Giustizia. È inoltre autore di diversi libri e saggi storici sul movimento socialista e libertario italiano.

