Molti uomini che, all’inizio del Novecento, con la loro opera disinteressata contribuirono a radicare l’idea socialista in terra reggiana, raramente sono stati ricordati, come avrebbero meritato, dalla storiografia ufficiale, quando invece furono determinanti in tante conquiste civili e sociali del proletariato. Molti erano loro stessi figli del popolo e conoscevano perfettamente le necessità che quotidianamente assillavano i più deboli. Formati alla scuola di Camillo Prampolini, elessero come scopo della loro vita il raggiungimento di una società più giusta, inclusiva e libera.
Uno di loro fu il reggiano Giacomo Lari. Nato da umile famiglia nel 1899, a solo quindici anni si iscrisse alla Federazione Giovanile socialista, sostenendo con fermezza le idee pacifiste e antimilitariste. Forte di quei convincimenti fu decisamente contrario all’ingresso dell’Italia nella Prima guerra mondiale. Ancora giovanissimo si dedicò all’attività sindacale, tanto da essere nominato nel 1919 responsabile della Federazione provinciale dei lavoratori della terra. Dal 1921 al 1922, ricoprì fu eletto Consigliere provinciale, carica dalla quale dovette dimettersi con l’avvento del fascismo. Da quel momento per mantenere sé stesso e la famiglia tentò la strada del commercio privato, gestendo un negozio specializzato nella vendita di colori e vernici nella centrale via Farini. Chi rifiutava, infatti, la tessera del fascio aveva davanti a sé solo due strade per sopravvivere e mantenere la famiglia. O emigrava in altre città, o tentava la via del lavoro autonomo, specie in ambito commerciale.
La “Bottega dei colori” divenne presto un ritrovo per molti antifascisti. Il caso volle che il negozio si trovasse nella stessa via e a pochi metri dalla Libreria del socialista Prandi e dalla storica sede della Camera del Lavoro. Lari sfruttò la sua attività per tenere i collegamenti con i socialisti dispersi in provincia di Reggio, diffondere materiale di propaganda e promuovere raccolte fondi per le famiglie bisognose degli esuli politici.
Lari fu presente agli incontri clandestini di Barco nel luglio 1943, tesi a riorganizzare il partito socialista reggiano, il cui gruppo promotore era solito riunirsi nel suo negozio.
Nella retrobottega del suo negozio si svolse anche uno dei primi incontri del CLN provinciale del quale, in rappresentanza dei socialisti, fece parte insieme ad Alberto Simonini. In uno dei primi incontri però i due esponenti socialisti stupirono tutti i presenti dicendosi contrari alla lotta armata nei confronti dei nazifascisti, preferendo continuare a opporsi solamente con la nonviolenza e l’utilizzo di mezzi legalitari, come appreso da Prampolini. Quella posizione si rivelò del tutto inadeguata dinnanzi alla mutata realtà e non compresa dai loro compagni.
Poiché la Direzione Nazionale del partito si era espressa in senso opposto, i due furono presto sostituiti da altri due compagni in seno al CLN.
Eppure Lari e soprattutto Simonini avrebbero dovuto ricordare le considerazioni sull’argomento espresse dal loro maestro in una lettera inviata da Milano nel 1925 proprio a Simonini. In tale lettera Prampolini svolse la seguente riflessione: “Il metodo legalitario ebbe sempre come presupposto l’esistenza della legalità, vale a dire la possibilità di diffondere e fare trionfare un’idea mediante la propaganda, l’associazione e il suffragio universale.
Dove questa possibilità manchi le vie della legalità (cioè la sovranità popolare) sono chiuse e le aspirazioni alle quali è negata, la libertà di vivere ed espandersi verranno fatalmente a sbocciare nelle vie dell’azione rivoltosa”.
Come aveva compreso e ammesso lo stesso Prampolini già otto anni prima, per riconquistare la libertà e la legalità democratica non restava altra strada che “l’azione rivoltosa”. Ogni altra strada si sarebbe rivelata del tutto inadeguata e fallimentare.
Nel dopoguerra Lari venne eletto nel Comitato Direttivo provinciale dello PSIUP e diresse con competenza l’Ufficio provinciale del Lavoro.
Nel 1947 aderì con Alberto Simonini al PSDI. Giacomo Lari morì a Reggio dopo lunga malattia il 29-06-1956. Aveva appena 57 anni.
Fabrizio Montanari

