La riforma è stata votata al Senato e, dopo la probabile approvazione alla Camera, la autonomia differenziata avrà fatto i suoi passi verso la sua adozione definitiva.
La Lega esulta e sventola la bandiera della Serenissima. L’auspicio dei padani è che l’ok definitivo arrivi prima delle europee.
La protesta delle opposizioni è nel segno del tricolore e dell’Inno di Mameli.
Il casus belli prende le mosse dai livelli essenziali di prestazioni, conosciuti come Lep, (che in base alla Costituzione tutelano i “diritti civili e sociali” di cittadine e cittadini). Sono uno dei punti più contestati della proposta, perché secondo il disegno di legge, che dà al governo un anno di tempo per decidere sui Lep, le regioni potranno formulare un’intesa anche senza il decreto del presidente del Consiglio (che dovrebbe stabilirne l’entità dei finanziamenti) distribuendo così le risorse in base alla spesa storica delle regioni nell’ambito specifico in cui si chiede l’autonomia.
Ed è chiaro che chi più ha speso più riceve ma segue anche che chi è più ricco più riceverà, perché solo chi aveva bilanci grassi poteva spendere di più.
Da tale spunto prendono le mosse le critiche all’intero impianto legislativo che spacca l’Italia quantomeno in due tronconi.
Lo spiega bene in un’intervista, pubblicata oggi su La Repubblica, l’ex presidente della Consulta Ugo De Siervo il quale parla del provvedimento come di “una riforma parziale e impugnabile davanti alla Corte, in cui a perdere saranno solo gli italiani”.
Per De Siervo, “è una riforma solo parziale, che amplia la possibilità di estendere i poteri di alcune Regioni, ma senza modificare le altre norme costituzionali che già esistono”. E fa un esempio concreto, “se dò più poteri a una Regione in materia di sanità”, afferma l’ex presidente, “questa dovrebbe poter adottare una sua legge in quel settore. Ma se la adotta modifica tutta la legislazione nazionale, a meno di frantumare l’intero sistema regionale italiano”.
E alla domanda se questo violi l’attuale assetto costituzionale unitario, risponde: “Sì, voglio dire proprio questo. Perché da una modifica in apparenza solo amministrativa ne derivano delle conseguenze anche sull’intera legislazione nazionale. Ma questo non è né previsto, né disciplinato dall’articolo 117 della Costituzione, che ovviamente è già in vigore”.
Insomma quella dell’autonomia differenziata è una riforma che, al di là delle solite goliardate fatte di sventolii di bandierine da una parte e dell’altra, rischia di incidere pesantemente sulle differenze sociali economiche e geografiche del paese acuendo le distanze invece di ridurle, inasprendo le fratture invece di comporle, allontanando il nord dal sud invece di eguagliarli.
Auguri.

