

di Alessandro Palumbo
La storia della sinistra è sempre stata una storia tormentata, ricca di scissioni, di liti, di errori fatali, oscillante tra un riformismo pragmatico e un massimalismo rivoluzionario.
In particolare, la storia della sinistra italiana ha vissuto questa situazione di altalena che è stata causa di scelte fatali. Negli anni ‘20 del 900, col fascismo alle porte, la sinistra visse la scissione comunista nel 1921 e, nel 1922, l’espulsione dei riformisti. Ricordiamolo qui: Turati, Matteotti furono espulsi dal PSI, in particolare Matteotti fu pesantemente insultato e se oggi viene giustamente ricordato da tutti varrebbe anche la pena ricordare che furono i socialisti riformisti i più feroci avversari del fascismo in un periodo in cui comunisti e socialisti massimalisti erano più attendisti (pochi ricordano che più tardi Togliatti definì i fascisti “fratelli in camicia nera”).
Nel dopoguerra, il PCI diventò il maggior partito della sinistra, con un PSI su posizioni massimaliste, di fatto impedendo la possibilità di una alternanza e consegnando il Paese ad un trentennio democristiano.
La successiva distruzione di ogni realtà riformista nel periodo di Tangentopoli (PSI, PSDI, PR) ha lasciato spazio agli eredi del PCI e della sinistra cattolica, che ecumenicamente ritengono ora di rappresentare tutte le sensibilità di sinistra, chiudendo il periodo di contrapposizioni interne.
Ma è davvero così? C’è una data che ci dice che non è così.
Una data che ci racconta una sinistra italiana che ancora non fa i conti con la storia e che vivendo in una sorta di ambiguità non riesce ad essere una sinistra di stampo riformista europeo.
Parliamo dell’11 giugno, una data che ricorda la morte del leader comunista Enrico Berlinguer.
La sua memoria è tuttora venerata dalla dirigenza del PD, senza se e senza ma, come si usa dire.
Berlinguer fa parte di quella generazione di politici della prima repubblica che per statura si elevano una spanna sopra gli attuali politici e la sua fine tragica lo ha consegnato ad una memorialistica eroica, ma siamo sicuri che la sua politica, la sua cultura e la sua storia siano l’esempio su cui costruire un partito della sinistra europea?
Eppure l’11 giugno è anche la data di morte di un altro esponente della sinistra, che non gode però della stessa considerazione: l’11 giugno 1984 muore Berlinguer e l’11 giugno 1988 muore Giuseppe Saragat.
Il primo quasi santificato, tanto che la sua immagine campeggia sulla tessera del PD, l’altro dimenticato.
Eppure, se c’è un uomo di sinistra che dovrebbe essere un riferimento per la sinistra attuale dovrebbe essere proprio Giuseppe Saragat.
Berlinguer fu senza dubbio uomo onesto e carismatico, ma tutte le sue scelte furono sbagliate, dalla adesione al comunismo, al rapporto con l’URSS, alla incapacità di capire la trasformazione sociale del mondo occidentale, il compromesso storico che tagliava fuori il mondo laico riformista, il suo odio per il socialismo autonomo; suo eurocomunismo appare oggi cosa assai modesta… Un insieme di errori derivanti dal suo bagaglio vetero – marxista. Nonostante tutto, oggi, pochissimi a sinistra osano metterlo radicalmente in discussione, come invece sarebbe doveroso per uscire da ogni ambiguità.
Saragat da uomo di sinistra, fece tutte le scelte giuste (perlomeno quelle fondamentali): ideologicamente marxista, ma di un marxismo riletto alla luce del revisionismo, fu antifascista rigoroso ma dopo la guerra scelse il fronte occidentale rompendo con i comunisti e tentando la costruzione di un socialismo di stampo laburista e occidentale, il suo slogan “case, scuole, ospedali” usciva dallo schema para-rivoluzionario e anticipava di decenni il famoso discorso del pianerottolo di Michel Rocard.
Possono sembrare questioni marginali, appartenenti al passato, invece, sono fondamentali perchè rappresentano anche la chiave di lettura dei fenomeni attuali.
Non si chiede a nessuno di rinnegare radici e storie personali, ma di avere l’intelligenza politica di rileggere la storia per capire le ragioni e i torti, in quanto, solo così si costruisce un percorso futuro, non ambiguo e capace di affrontare la complessità del nostro mondo.
L’11 giugno finisce quindi per rappresentare una data che divide due sinistre e due modi di rappresentarsi; l’appuntamento è al prossimo 11 giugno per una data che dia inizio a una più attenta riflessione.

1 commento
Viene da pensare che non siano bastate le posizioni politiche assunte, o a cui arrivarono, due rilevanti personalità della famiglia socialista italiana, ossia Saragat e Craxi (posizioni che dovrebbero rappresentare di fatto un “punto fermo”), per farci capire che ci sono due sinistre tra loro sostanzialmente “inconciliabili”, e se vale la regola che non c’è due senza tre, occorrerà aspettare casomai un’altra riprova di tale “incompatibilità”, per eventualmente convincere quella parte socialista (del PSI ante Tangentopoli) ancora attratta dall’idea di poter rifare un “fronte popolare”, e in attesa di una sinistra che faccia i conti con la storia (aspettativa che a mio modesto vedere è destinata a restare delusa, specie alla luce dell’esito delle recenti elezioni europee).
Paolo Bolognesi 15.06.2024