Premessa
Negli ultimi mesi abbiamo indagato la vicenda del dodicenne Josè Garramon, assassinato la sera del 20 dicembre 1983 nella pineta di Castelfusano. Quanto è emerso dalla documentazione legata al processo e alle escussioni delle forze dell’ordine, lascia trapelare una quantità non risibile di dichiarazioni mendaci e di forti contraddizioni tra le due persone fermate quella notte in via Cilea.
Si ricorda che una delle due persone, Marco Accetti, fu condannato nel 1986, in terzo grado di giudizio, per omicidio colposo aggravato e omissione di soccorso. Per questo reato l’Accetti ha pagato la sua pena. L’altra persona, Patrizia De Benedetti, non fu indagata.
Negli anni le forti criticità e l’evidenza di contrasti nella ricostruzione, ha fatto ipotizzare che quella sera, nella pineta di Ostia, erano presenti altre persone oltre a Marco Accetti.
Offese alla memoria
Di tutto ciò che non convince, non funziona, o appare tutt’altro che verosimile, l’elemento più odioso è il vilipendio alla memoria del ragazzino ucciso, da parte di talune persone, a partire da PDB. che, senza alcuna remora, diffondono notizie false e lesive per la memoria di Josè Garramon.
Patrizia, l’amica di Marco Accetti fermata con lui quella notte, ha in più occasioni esternato considerazioni e fatto affermazioni sul ragazzino, tutt’altro che veritiere ma spacciate per veritiere, forse convinta che la documentazione sul caso non sarebbe più circolata. Sfortuna sua non è così e, con ampio margine di certezza, posso affermare che tanto in sentenza, quanto nel corso del processo, non emerge quel carattere da bullo che la signora Patrizia seguita a indicare quale uno tra i tratti caratterizzanti la personalità del ragazzino.
Ho a lungo letto e riletto la documentazione del caso Garramon e in nessun verbale, dibattimento o dichiarazione ho rintracciato affermazioni che consegnano alla storia un Josè prepotente, dominante e né, tantomeno, soverchiante. Al fine di mettere a riposo in maniera definitiva queste inverosimili affermazioni, lesive della memoria del bambino, ho interpellato alcuni compagni della St. George, che conoscevano Garramon e che lo ricordano in molti modi, ma non come un “bulletto” o un “capetto”. Tra le varie testimonianze, sostanzialmente speculari, quella di V.M. è la più esaustiva:
«Nonostante la nostra conoscenza non andasse oltre la mera interazione scolastica, ricordo molto bene Josè, e lo ricordo soprattutto per la sua estrema educazione e i bei modi. Era un ragazzino molto gentile, affabile, dalle belle maniere. Sicuramente non era un bullo, non lo è mai stato. Al contrario, è assai più plausibile che dei bulli potesse essere una vittima. Josè era vivace ma non scalmanato, sicuramente non era un bullo, eppure ce ne erano! Solo a sentirlo dire mi viene da ridere, per non piangere.
Io e José, nonostante non frequentassimo la stessa sezione, avevamo l’opportunità di conoscerci. Non eravamo amici stretti, ma ci stavamo simpatici. Un evento che ci univa era la Sport Week, un’occasione speciale in cui tutti noi studenti eravamo divisi in squadre per competere in varie discipline sportive. Le squadre erano quattro: la Drake Blu, la Byron Rosso, la Newton Giallo e la Livingston Verde. Ogni studente apparteneva a una di queste squadre, creando un senso di comunità e spirito di gruppo. Le competizioni erano basate su discipline sportive, tra cui l’atletica. Ricordo che José era particolarmente bravo in quest’ultima. Potrei sbagliarmi, ma ricordo che fosse un velocista».
La personalità di José è confermata non solo dai suoi genitori, ma anche da altre figure del “mondo dei grandi” che hanno avuto modo di interagire con lui. Questi adulti hanno sempre parlato di José con grande rispetto e ammirazione, evidenziando la sua serietà e affidabilità. Il padre, in particolare, descrive suo figlio come un giovane straordinario, mettendo in luce le qualità che lo rendono unico. Secondo lui, José si distingue per la sua maturità e la sua capacità di gestire le responsabilità con grande efficienza, caratteristiche che lo fanno emergere come un modello positivo per i suoi coetanei. Il padre in sede processuale consegnerà questa descrizione del figlio:
«Nostro figlio è sempre stato un esempio e un modello di responsabilità e socievolezza. Mia moglie ed io non abbiamo mai avuto da lui una bugia o un’informazione inesatta e siamo sempre stati tenuti al corrente, con scrupolosa precisione, dei suoi impegni, delle persone con le quali usciva e dei suoi orari, che ha sempre rispettato con estrema puntualità. Fu proprio questo carattere della sua personalità che ci ha posto in allarme, il giorno della sua scomparsa, inducendoci ad iniziare una disperata ricerca dopo meno di un’ora dall’orario di chiusura del negozio di barbiere ove si era recato».
Di avviso diverso è ancora una volta Patrizia, che non si limita a descriverci il bambino come un bulletto, ma lo accusa anche di essere la probabile causa dell’allontanamento dall’istituto del titolare del piccolo chiosco che, se ufficialmente pare chiudere i battenti nell’ottobre-novembre 1983, per mancato guadagno e problemi di igiene, la realtà sembra invece legata a una presunta attività di spaccio di sostanze stupefacenti ai ragazzi he alla St. George che frequentano le scuole superiori.
Massimino
Massimo B. è l’esercente del piccolo bar scolastico, che gestisce come seconda attività oltre al suo lavoro di carrozziere. La scuola, sospettando attività di spaccio legate a Massimo, ha deciso di allontanarlo in modo discreto per evitare di compromettere la propria reputazione. Da ottobre o novembre del 1983, Massimo non è più presente; ufficialmente la ragione è legata all’igiene dell’attività che non guadagnava abbastanza, ma è evidente che il vero motivo fosse legato alle attività di spaccio.
A distanza di quarant’anni, Patrizia sostiene che il giovane Garramon fosse colui che aveva denunciato queste attività illecite, insinuando che questo gesto possa aver causato la sua morte. Tuttavia, Patrizia insiste anche che la morte di Garramon sia stata un mero incidente.
È interessante notare l’insensibilità con cui Patrizia parla di un bambino morto, usando un tono eccessivamente aggressivo nonostante affermi di non conoscere il ragazzo. Inoltre, nel processo del 1983-84, Patrizia non era nemmeno imputata, sebbene fosse in compagnia del responsabile, successivamente condannato. Non è mai stata coinvolta ufficialmente nelle indagini né imputata.

Questa aggressività e mancanza di empatia nei confronti di un bambino sconosciuto solleva domande sul perché Patrizia nutra tanto livore verso di lui. Tale comportamento appare particolarmente sconcertante, considerando che non ci sono prove concrete a supporto delle sue tesi.
Durante una discussione con la sottoscritta, Patrizia ha sostenuto di avere il dente avvelenato a causa delle accuse mosse contro di lei dalla madre del bambino qualche anno fa. Personalmente, non riesco a trovare il nesso tra le due cose. Ritengo che in certe situazioni, davanti a una tragedia simile, si debba mettere in campo un po’ di umana pietas. È importante ricordare che le insinuazioni e le accuse sono state fatte dalla madre, non dal povero José Garramon, deceduto il 20 dicembre del 1983.
Il chiosco e lo spaccio

Patrizia D.B., nonostante non sia direttamente implicata nella vicenda Garramon, sembra essere particolarmente coinvolta emotivamente, mostrando molta apprensione. Alterna informazioni mendaci a deduzioni personali che tenta di far passare come verità.
Tra queste, vi è la leggenda di José Garramon, ritratto come paladino della lotta allo spaccio di sostanze stupefacenti. Tuttavia, i documenti del processo raccontano una storia molto diversa, corroborata anche dalla testimonianza della madre del bambino quando fu ascoltata per sommare informazioni:
«All’inizio del mese di novembre, mio figlio José, di anni 12, che frequentava la scuola media Saint George situata a Roma in via Cassia km 6, tornando da scuola mi disse di aver saputo che c’era un giovane di circa 25 anni che aveva spacciato marijuana e hashish proprio all’interno della sua scuola, però ai ragazzi più grandi che frequentano nello stesso istituto le classi superiori.
Io, pur non avendo dato molta importanza alla faccenda, mi preoccupai tanto che ne parlai in maniera apprensiva sia in famiglia che con un’altra madre di un coetaneo di José, alla quale tuttavia il figlio aveva riferito che si trattava di alcool. Ne avremmo anche parlato ai professori e al preside della scuola, ma ci siamo rimaste perché mio figlio il giorno seguente mi comunicò che quel giovane non si era più visto all’interno della scuola, e ciò perché era stata revocata la sua attività come tale».
La narrazione del barista Massimo suscita un’attenzione particolare. In passato, si cercò di determinare se avesse legami con Marco Accetti. Oltre alle indagini tra i suoi amici e compagni di scuola, si tentò di stabilire eventuali connessioni tra Garramon e il suo omicida. De Benedetti non fu mai coinvolta nell’inchiesta.
I documenti ufficiali rivelano che sia professori che studenti furono interrogati nel tentativo di esplorare questo presunto legame. Massimo fu convocato dalla procura, ma non si presentò perchè si trovava in vacanza. In sua assenza, fu chiamato il fratello Paolo.
È comprensibile che il fratello fosse all’oscuro delle ipotetiche relazioni o conoscenze di Massimo. Di conseguenza, Massimo non è mai stato ascoltato, e rimane tutt’oggi ignoto se avesse familiarità con Marco Accetti o Patrizia De Benedetti.

Gli inquirenti dell’epoca sospettavano una conoscenza tra Marco Accetti e Massimo B. Questa convinzione era accentuata dal fatto che il fratello minore di Garramon, Francesco, che all’epoca aveva 10 anni, ricordava accanto a Massimo una persona di nome Marco. Alla luce di ciò, risulta ancora più grave la mancata escussione dell’allora titolare del chiosco.

Recentemente, ho rintracciato un individuo di nome Massimo B. carrozziere e anagraficamente compatibile, che inizialmente è sembrato disposto a rispondere alle mie domande. Tuttavia, ha radicalmente cambiato atteggiamento una volta compreso il motivo della mia chiamata. L’uomo ha cercato di convincermi che si trattasse di un caso di omonimia.
Nonostante le mie insistenze, l’uomo è rimasto irremovibile. Ha cercato ripetutamente di capire se fosse in corso un’indagine della polizia e non ha risposto alla mia domanda su se conoscesse Marco Accetti o Patrizia De Benedetti. Questa è una situazione insolita, dato che una persona completamente estranea ai fatti non dovrebbe avere problemi a rispondere con un semplice “no”. Tuttavia, concedo il beneficio del dubbio: potrebbe essere che la persona con cui ho parlato sia effettivamente un omonimo.
Eppur mi son scordata di te
La signora Patrizia De Benedetti ha sempre vantato un’invidiabile memoria storica. Tuttavia, questa memoria sembra vacillare quando i fatti da ricordare la riguardano in prima persona. Tra i tanti scivoloni commessi dalla signora, spicca in particolar modo quello riguardante la sua relazione con Marco Accetti. Questa relazione, iniziata nel 1979 e ufficialmente terminata nel 1981, è descritta da Patrizia come mai una vera relazione sentimentale o un fidanzamento, ma piuttosto un rapporto incentrato su un comune obiettivo professionale.
Le dichiarazioni di Patrizia sono spesso contraddittorie e mettono in dubbio la sua versione dei fatti. Da un lato, afferma:
«Io ho frequentato quel tizio dal 1979 al 1981 ed era esclusivamente per un PROGETTO TEATRALE, dopodiché NULLA, se non subendo le sue persecuzioni amorose ossessionate, cose che oggi si chiamano STALKING. Io NON ho coperto proprio nessuno, sta di fatto che FUI IO a mandarlo in galera parlando con i carabinieri quella notte stessa dell’incidente!»
Prosegue, specificando:
«Una sua zia paterna mi disse del suo matrimonio e qui nel settembre 1982 ci fu la rottura totale con quell’individuo, ma NON perché io fossi innamorata di quello, ma perché ancora una volta si dimostrava MENZOGNERO e IPOCRITA e con lui non volevo più niente a che fare. Il progetto teatrale de ‘Il carretto’ era ormai DEFUNTO. Dopodiché iniziò il suo STALKING che andò avanti per UN ANNO fino a che nel dicembre 1983, finì che lo mandai in galera per un’altra sua problematica».
Tuttavia, in un altro commento, Patrizia ribadisce:
«Eh! Ed hanno sbagliato a scrivere, io la ‘relazione col mfa’ NON ce l’avevo, se ce l’aveva lui con me, erano solo problemi suoi che ci credeva… guarda, io ero ormai una CONOSCENTE dell’Accetti neanche più amica (anche se poi uno diceva ‘siamo amici’ perché non si trovava altro termine), NON gli ero più amica poiché con lui non avevo più niente da dividere, era lui che mi faceva le poste sotto casa!»

Queste affermazioni sono in netto contrasto con le sue dichiarazioni precedenti. In una testimonianza, Patrizia afferma:![]()
“Io gli sono particolarmente affezionata, penso che lo stesso sia di lui nei miei riguardi. Siamo riusciti a mettere una pietra sulla sua esperienza matrimoniale e siamo ritornati a stare insieme anche se come amici, e non come amanti.”
Inoltre, durante un’interrogazione, ha ammesso di essere gelosa di Marco Accetti, il che contrasta con le sue dichiarazioni di non avere più alcun legame sentimentale con lui:
Presidente: Si ricorda questo particolare?
Teste: Sì, sì, me lo ricordo. Sì, sì, anche perché lui quando mi disse che andava a Ostia per le foto… mi parlò genericamente perché lui dice che io sono gelosa per cui queste cose…
Presidente: Che lei è…?
Teste: Gelosa. E infatti, io ho saputo della ragazza, che lui andava a casa di questa qui e, appunto, quando ci hanno perquisito lì in caserma lui ha tirato fuori tutte le cose che aveva e aveva questo foglietto con l’indirizzo di…
Presidente: Lei ha visto chiaramente il biglietto?
Teste: Sì, sì, infatti io ho capito che lui andava là però.
Queste dichiarazioni non solo contraddicono la versione di Patrizia sulla sua relazione con Marco Accetti, ma gettano anche grosse perplessità su come andarono realmente le cose. L’apparente gelosia e il tentativo di coprire determinati dettagli sollevano seri dubbi sulla sua credibilità e sulle reali dinamiche di quella giornata.

A complicare ulteriormente la situazione, pochissime settimane fa Patrizia ha dichiarato alla sottoscritta di non sapere nemmeno cosa sia la gelosia e di non essere mai stata gelosa, tanto meno di Marco Accetti. Questa affermazione è in netto contrasto con la testimonianza resa in precedenza, dove ammetteva chiaramente di essere gelosa, rendendo le sue dichiarazioni ancora più contraddittorie e ambigue.
Come dimostrerò nel corso di questo articolo, quasi ogni dichiarazione di Patrizia De Benedetti si rivela discordante rispetto alla realtà. Questo esempio sul tema della gelosia serve a rafforzare i sospetti che molti, oggi, nutrono a distanza di quarant’anni sull’effettivo rapporto che intercorreva o intercorre tra Marco Accetti e Patrizia. La questione non è solo di mera curiosità, ma di rilevanza giuridica, considerando che, in sede processuale e sotto giuramento, Patrizia ha rilasciato dichiarazioni dalla dubbia veridicità in più occasioni.
Le affermazioni contrastanti di Patrizia gettano un’ombra sulla sua credibilità. Questo è particolarmente preoccupante, poiché ci troviamo di fronte a un caso di omicidio dove ogni dettaglio può essere determinante. Le sue dichiarazioni sul tema della gelosia, ad esempio, sono solo una delle molte incongruenze presenti nelle sue testimonianze.
La gravità delle sue affermazioni è accentuata dal fatto che Patrizia ha dichiarato sotto giuramento informazioni non rispondenti alla realtà, creando confusione e ostacolando la ricerca della verità.
In questo contesto, è fondamentale esaminare attentamente ogni dettaglio e ogni testimonianza per giungere a una comprensione più chiara dei fatti. La verità su quanto accaduto e sulle relazioni tra i vari protagonisti di questa vicenda è cruciale per fare giustizia e per comprendere appieno le dinamiche di un caso che ha segnato profondamente le vite di molte persone coinvolte.
Pregiudicati
Vedremo tra poco che le versioni di Marco e Patrizia divergono in diversi punti e che le informazioni riportate da Patrizia sono in larga parte confutabili
È importante sottolineare che, secondo gli atti giudiziari, sia l’uomo che la donna sono all’epoca entrambi pregiudicati. Mentre per Accetti siamo a conoscenza di almeno una parte dei suoi reati, Patrizia De Benedetti si è sempre dichiarata incensurata e ha affermato di non aver mai subito una condanna penale. Tuttavia, è noto che il termine “pregiudicato” nella lingua italiana designa chi ha effettivamente subito una condanna penale.

Millanterie
Le millanterie dell’alora pregiudicata De Benedetti non si esauriscono qui. Permettetemi di soffermarmi sulla gravità di queste affermazioni, che in sede processuale sembrano quasi volte a scagionare Marco Accetti. La questione della gelosia, che Patrizia ribadisce con il suo “perché non posso essere gelosa?“, è tutt’altro che marginale. Infatti, è il grimaldello con cui tenta di confermare, sollecitata dalle incalzanti domande del Presidente, che Accetti avesse con sé un bigliettino contenente l’indirizzo della ragazza che avrebbe dovuto fotografare. La PDB fa in modo di avvalorare le dichiarazioni palesemente false di Accetti, confondendo anche una via con una piazza, ma giustificando, nei fatti, la presenza dell’uomo nella pineta quella notte.
L’atteggiamento di Patrizia risulta ambiguo, lungi dal voler assicurare l’uomo alla giustizia. Da un lato, ripete da anni la tiritera del “sono stata io a mandarlo in carcere”; dall’altro, in sede processuale, compie plurimi tentativi di scagionarlo. È necessario precisare che la sua dichiarazione riguardo tale foglietto è stata smentita dal maresciallo dei carabinieri che la interrogò, e non dal magistrato Sica, il quale non ebbe alcun ruolo in questa faccenda e non si recò mai alla caserma di Ostia la sera del 20 dicembre 1983.

Patrizia sostiene che il biglietto fu mostrato in caserma da Accetti, ma in sede processuale l’avvocato della difesa rilevò ripetutamente la necessità di un confronto tra lei e il maresciallo a causa delle loro fortemente contrastanti dichiarazioni.

Tali discrepanze non solo mettono in dubbio l’affidabilità delle sue testimonianze, ma compromettono gravemente l’esito del processo sulla morte di José Garramon, gettando ombre sull’integrità delle indagini. Alla luce di tutte queste incongruenze, sarebbe opportuno invitare a riaprire il processo, per garantire che la verità emerga in modo definitivo e giusto.
Discrepanze e contraddizioni
Intanto, durante il processo, emerge come le testimonianze fornite da Patrizia e Accetti siano in netta contraddizione su diversi punti. Innanzitutto, gli orari non coincidono: Accetti dichiara che De Benedetti andò a prenderlo a mezzanotte, mentre De Benedetti sposta l’orario all’una o all’una e trenta.
Patrizia riferisce durante il processo che quel giorno i suoi genitori le avrebbero detto che Marco l’aveva cercata per tutta la giornata. D’altra parte, Accetti ha sempre sostenuto di aver cercato Patrizia solo durante la sera. Questo dettaglio non è di secondaria importanza, poiché se Accetti l’avesse davvero cercata per l’intera giornata, ciò implicherebbe che prevedesse l’incidente oppure che avesse altre attività in programma per quel giorno.
Dalla documentazione emerge che la frase “stavamo solo andando a recuperare un furgone incidentato“, attribuita da anni a Patrizia, sia stata in realtà detta da Marco Accetti. È Patrizia stessa a riportarlo, come si evince dal verbale del processo:
Presidente: “… a che punto lei si è resa conto che la cosa non era così semplice, così piana come poteva sembrare; perché è sorta in lei questa coscienza che si trattava di una cosa…”
Teste: “ma perché…”
Presidente: “… più grave di quello che si mostrava.”
Teste: “perché… semplicemente quando ci hanno portato in caserma ci hanno tenuto lì per cinque ore, fino alle otto, e non ci dicevano assolutamente nulla. Ci accusavano delle peggiori cose, hanno detto addirittura che eravamo dei brigatisti… a quel punto, insomma, lui dice ‘va be’, ma insomma, noi stavamo semplicemente per andare a recuperare il furgone che si era accidentato, insomma.”
È fondamentale comprendere chi dei due mente, poiché le discrepanze tra le testimonianze sono numerose e di notevole importanza. Fino ad oggi, è stato comunemente affermato che riuscirono a rinvenire l’attrezzatura fotografica, ma non il furgone. Tuttavia, la testimonianza di Accetti dell’epoca presenta una versione diversa: l’uomo afferma, il 22 dicembre 1983, in presenza del suo avvocato, che riuscirono a trovare il furgone, lo coprirono e lui prese l’attrezzatura fotografica contenuta nella borsa lasciata all’interno del veicolo.
Al contrario, Patrizia De Benedetti riferisce che non riuscirono a trovare il furgone e che l’attrezzatura venne rinvenuta in un borsone nascosto dietro un cespuglio in un prato.
Automobili, emoglobina e documenti
Concludo questa prima panoramica sulle incongruenze e falsità di Marco Accetti e Patrizia De Benedetti con due ulteriori criticità: quella del veicolo e quella delle macchie di sangue.
Riguardo alle tracce ematiche che Patrizia avrebbe avuto su un giaccone, la donna ha fornito nel corso degli anni diverse versioni, alternandosi tra l’affermare di non avere alcuna macchia e di avere solo una piccola macchia di sangue sulla manica. Entrambe le dichiarazioni sono, ovviamente, false. In realtà, la donna presentava delle macchie di sangue sulla schiena, all’altezza delle spalle. Quanto alla presenza della macchiolina sulla manica del giaccone, Patrizia sostiene che questa sia stata causata da una ferita ancora sanguinante, che Accetti avrebbe avuto sul palmo della mano per sei o sette ore.
Questa affermazione è palesemente assurda. Secondo la sua versione, tale ferita avrebbe impedito ad Accetti di impugnare una borsa, ma non di guidare per mezz’ora. Curiosamente, Accetti non presentava alcuna ferita sul palmo della mano, bensì su un dito. È facile immaginare come una ferita a un dito non possa sanguinare per così tante ore né lasciare macchie diffuse all’altezza della spalla sulla schiena.
Inoltre, sappiamo che sul giaccone erano presenti tracce di tre gruppi sanguigni distinti: il gruppo B di Accetti, il gruppo 0 negativo di Garramon e un gruppo 0 di cui non si conosce il proprietario. Questo ulteriore dettaglio rende ancora più controversa la posizione di Patrizia.
Un’altra incongruenza significativa riguarda la sua affermazione di non essersi pulita. Patrizia ha sempre sostenuto che piovesse a dirotto, cosa che non appare mai nei documenti. È difficile credere che una piccola macchiolina non sarebbe stata lavata via da una pioggia dirompente.
Il giaccone della De Benedetti non viene preso in considerazione, mentre i tre gruppi sanguigni si trovano sul giaccone di Accetti. Lei afferma in diverse occasioni di non aver mai avuto macchie di sangue oppure di aver avuto solo una piccolissima macchiolina sul braccio, sulla manica, quando in realtà le macchie di sangue erano sulla schiena all’altezza della spalla. È quindi lecito domandarsi perché il giaccone di De Benedetti non sia stato esaminato accuratamente e come il sangue sia finito sullo stesso.
La 127
Anche per quanto riguarda l’automobile con cui si recarono ad Ostia per recuperare il materiale, vi sono molte confusioni e le versioni non combaciano. Accetti sostiene che Patrizia, prima del rientro di sua sorella, si sia recata da lui, ma che la stessa non volesse utilizzare la propria autovettura, rendendo necessario aspettare il rientro della sorella Laura per poter prendere la Fiat 127 del padre.

Al contrario, Patrizia afferma che Marco attese il rientro della sorella per recarsi successivamente da lei con la 127. Tuttavia, in un’altra occasione, Accetti narra una versione diversa, affermando di essere stato a cena con il padre e la sorella.
È dunque lecito chiedersi: perché avrebbe dovuto aspettare il rientro della sorella se già era con lei e aveva a disposizione la 127?
Canale preferenziale?
Durante l’interrogatorio in qualità di testimone, a Patrizia viene chiesto il motivo per cui Accetti non sarebbe tornato con il furgone. Lei tergiversa, rispondendo sostanzialmente che, con il vetro rotto, sarebbe entrata l’aria. Ovviamente, di pioggia non se ne parla, e non vi è traccia di essa in tutta la documentazione. Incalzata dal Presidente, che le fa notare che aveva già detto in precedenza che il furgone non era funzionante, Patrizia introduce il problema della ventola rotta. Il problema è che della ventola rotta non se n’era mai parlato prima, e questo dettaglio era presente solo negli atti.

A questo punto, il Presidente, evidentemente scocciato le chiedono se avesse letto letto la perizia e dunque avuto accesso agli atti processuali. La donna deve rispondere affermativamente.
Abbiamo già sentito Patrizia sostenere che, in fase di indagine, gli amici di Garramon avrebbero detto che era un bulletto. Patrizia afferma inoltre che Garramon avrebbe potuto utilizzare un motorino prestato da amici, nonostante dalle deposizioni, come quella di Alvaro Vidella, sappiamo che Garramon non aveva altri amici in zona Eur.
È quindi necessario capire se queste siano illazioni di Patrizia oppure se abbia ottenuto tali informazioni riservate dalla procura o dalla polizia in modo non ufficiale, il che sarebbe gravissimo.
Inoltre, tutte queste considerazioni, illazioni o informazioni personali sul ragazzo che Patrizia fornisce e che non emergono in sede di processo, fanno nascere il sospetto che lei conoscesse il ragazzo.
Conclusioni
Possiamo dire che questi primi elementi che vi ho esposto, e altri che seguiranno in ulteriori approfondimenti, mettono in risalto quanto questa faccenda sia particolare e piena di lacune e contraddizioni. Sicuramente non possiamo affermare con leggerezza che José Garramon abbia ottenuto giustizia. Mi auguro che quanto sta emergendo ultimamente possa indurre la procura a riaprire il caso. Troppe sono le incongruenze, troppe le contraddizioni e troppe le zone d’ombra in questa sentenza.
Questo articolo rappresenta solo una prima panoramica, e non sono riuscita a trattare tutti i punti critici. Nei prossimi articoli, approfondirò ulteriormente le molteplici incongruenze e criticità che emergono dagli atti e dai documenti. È fondamentale continuare a esplorare questa vicenda, poiché solo attraverso un’indagine approfondita possiamo sperare di fare finalmente chiarezza su una storia che ha lasciato troppi interrogativi irrisolti per oltre trent’anni.
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7 commenti
Rosella top! Sei la migliore!
Articolo ottimo che spiega davvero tante cose, alle quali abbiamo avuto modo di assistere anche noi lettori settimane fa.
So che non ti fai intimorire da nessuno Rossella, continua così!
Grazie! Ci sarà un seguito!
Rossella, puoi per favore controllare la tua casella di posta elettronica?
Strano che Patrizia De Benedetti non commenti nulla qui.
Che peccato, sarebbe stato bello dialogare con lei qui.
Ha commentato abbondantemente sul profilo di Rossella Pera su facebook. Comunque ripete sempre la stessa solfa e a domande “scomode” non risponde o passa ad insulti e minacce di denuncia, e l’ultima volta che ha commentato qui poi hanno dovuto disattivare del tutto i commenti al post, lasciamo perdere…
Non avevamo alcun dubbio al riguardo.
Per carità.