Premessa
Torno sulla drammatica vicenda del piccolo Josè Garramon, morto la sera del 20 dicembre 1983 per mano di Marco Accetti, condannato in via definitiva nel 1986 per omicidio colposo aggravato e omissione di soccorso. Come in più occasioni ripetuto e come anche dal magistrato Giancarlo Capaldo affermato in sede di Commissione parlamentare d’inchiesta per le scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, questo decesso continua a suscitare forti perplessità, così come mai si è giunti alla verità circa le circostanze che portarono il dodicenne a trovarsi così lontano da casa, in così poco tempo, dopo essere stato dal barbiere in viale America.
In più articoli ho messo in risalto le molte incongruenze e le palesi contraddizioni in cui sono cadute le persone intervenute a vario titolo in questo caso. In questo scritto ho intenzione di dedicarmi a un singolo argomento, ossia il ritrovamento del furgone incriminato da parte delle forze dell’ordine. Ritrovamento rispetto al quale abbiamo sentito raccontare versioni palesemente stridenti con quanto i verbali dell’epoca testimoniano.
La versione di Patrizia De Benedetti
La ex compagna di Marco Accetti è la persona che dichiara di aver drasticamente interrotto ogni rapporto di amicizia con l’uomo nel 1981, ma che la notte del 1983, intorno all’01:00, accetta di accompagnarlo nella pineta di Castel Fusano a recuperare l’attrezzatura fotografica lasciata in loco dall’uomo dopo aver abbandonato in via Dobbiaco, all’altezza del n.59, il furgone incidentato e non più in grado di procedere.
Questo scrive Patrizia il 28 febbraio di quest’anno.

E ancora il 12 febbraio

Queste meno rigide e perentorie, sono invece le dichiarazioni che rilascia, quando fu interrogata come persona informata sui fatti nel 2013 dal pm Giancarlo Capaldo:

Ancora meno distaccate le dichiarazioni di Patrizia De Benedetti escussa dai carabinieri la mattina de 21 dicembre 1983

«[…] Nel frattempo lui si sposava con un’altra ragazza, il matrimonio durava circa sei mesi, una volta separatosi dalla moglie, anzi preciso che durante il matrimonio continuavo a tenere i contatti telefonici, dopo la rottura definitiva con la moglie, abbiamo incominciato a rifrequentarci di nuovo».
Come da evidenza, non ci fu nel 1981 quella rottura irreversibile su cui oggi insiste la De Benedetti. Questo viene confermato anche dalle sue dichiarazioni in sede processuale dove, dopo aver in più occasioni ribadito di essere l‘uno molto affezionato all’altra, afferma:

«[…] Mi parlò genericamente perchè lui dice che io sono gelosa per cui queste cose… […] Ma il fatto è che… insomma siamo molto amici per cui a me non… insomma, io a volte mi dà fastidio quando lui sta con qualcun altra, insomma.. […] amici va bè, non proprio, posso essere anche libera di essere gelosa».

Se la natura dei sentimenti e del rapporto tra i due individui fermati in via Cilea la mattina del 21 dicembre 1983, ha rilevanza solo parziale, carattere diverso assumono le contraddittorie versioni della donna, circa altri aspetti che riguardano l’omicidio del giovane Josè Garramon, a partire dalla presunta presenza del magistrato Domenico Sica, e del ruolo di Patrizia stessa rispetto il rinvenimento del furgone Ford Transit.
Il rinvenimento del Ford Transit
Sono anni che Patrizia De Benedetti, molto attiva sui social network, racconta di essere stata la persona che assicurò alla giustizia Marco Accetti e permise alle forze dell’ordine di ritrovare il furgone che la sera del 20 dicembre 1983 investì mortalmente il piccolo Josè Garramon.
La versione che la donna ci consegna, con lievi variazioni narrative è questa: dopo essere stati fermati, alle ore 04.00, per un controllo in via Cilea, la signora De Benedetti e Marco Accetti ,a bordo della 127 amaranto di proprietà di Aldo Accetti, sono invitati a seguire i carabinieri alla caserma sita ad Ostia, dove vengono separatamente interrogati.
L’interrogatorio della signora De Benedetti sarebbe stato diretto dal magistrato Domenico Sica, precipitatosi al comando di Ostia all’alba e qui si sarebbe intrattenuto per oltre 4 ore, tutte impiegate ad interrogare la donna, sospettata di attività politica sovversiva. L’accertamento, sempre a detta di Patrizia De Benedetti, si protrasse finché la donna, stremata dalle ore di pressanti domande, verso le 7.00 -7.30 del mattino, si sarebbe lasciata andare l’espressione «Tante storie per un furgone».
A queste parole il magistrato Sica e il tenente dei carabinieri, anch’egli presente durante l’escussione, dopo essersi scambiati uno sguardo e dopo aver chiesto alcune delucidazioni in merito, avrebbero collegato il veicolo, e quindi il suo conducente, all’incidente mortale avvenuto la sera prima nella pineta di Ostia. Rientrato l’allarme del terrorismo rosso, il noto magistrato si sarebbe congedato, dispensando il tenente dal redigere il verbale relativo all’interrogatorio a quel punto interrotto.
Di seguito riporto alcuni commenti social della De Benedetti, in riferimento all’episodio sopra riportato:

«[…] a parlare per prima SPONTANEAMENTE del furgone guasto dell’Accetti al magistrato SICA verso le ore 07:00 all’incirca (non ricordo l’ora precisa ma dalla finestra ormai albeggiava) del 21 dicembre 1983 FUI IO, quando ancora con SICA stavo parlando delle BRIGATE ROSSE che era il motivo del MIO fermo POLITICO, il tenente dei carabinieri che assisteva al mio confronto con SICA si inserì e cominciò a farmi una serie di domande su questo furgone che io avevo citato, e a cui io, per quello che sapevo, risposi a TUTTO, e alle ore 7:30 di quel 21 dicembre 1983 i carabinieri NON avevano ancora trovato il furgone pirata e neanche avevano associato la presenza dell’Accetti al furgone pirata che aveva investito un PEDONE […]»
e ancora:
«[…] dopo QUATTRO ORE di FERMO, in quel dicembre 1983 capendo che c’era qualcosa di strano in quel dover continuamente rispondere a domande sulle BRIGATE ROSSE, io SPONTANEAMENTE parlo del furgone dell’Accetti, lo dico al magistrato SICA, che sarebbe poi quell’uomo che descrivo dettagliatamente durante il dibattimento in aula nel 1986, come l’uomo che mi interrogò e NON potendo dire esplicitamente il nome […]»

La documentazione composta dai verbali dell’epoca, dalle relazioni redatte dalle forze dell’ordine e dalle trascrizioni del dibattimento processuale, ci racconta una storia differente, andando a smentire il racconto di Patrizia De Benedetti che, già da solo, lascia trasparire una serie di incongruenze, a partire dalle tempistiche: se il suo interrogatorio che ha inizio all’arrivo in caserma ad Ostia intorno alle 04.30-04.45, dura ben quattro ore, è matematicamente impossibile che il tutto si concluda tra le 07.00 e le 07.30, come la donna sostiene.
Basandomi esclusivamente sui documenti, che costituiscono l‘unica fonte attendibile e autorevole, procedo col circoscrivere gli eventi:
I carabinieri fermano Patrizia De Benedetti e Marco Accetti in via Cilea alle ore 04.00 e, dopo un primo accertamento ed avendo appreso che entrambi i soggetti risultavano essere pregiudicati, decidono di condurli in caserma per approfondimenti. Giungono alla stazione dei Carabinieri di Ostia alle ore 04.30/04.45; qui entrambi i soggetti, interrogati separatamente, comunicano immediatamente il motivo della loro presenza nella pineta di Ostia, ossia la ricerca del furgone Ford Transit contenente l’attrezzatura fotografica dell’Accetti.
Il rinvenimento del furgone non avvenne grazie alle dichiarazioni della donna, a suo dire derivate dall’esternazione “Tante storie per un furgone“, pronunciata dopo quattro ore di pressanti domande da parte del magistrato Domenico Sica, convinto che i due si trovassero in località Infernetto con intenti di sedizione, perchè sospettati di essere membri delle Brigate Rosse, e questo ci viene confermato dai verbali redatti dagli stessi Carabinieri.
Nella Relazione stilata dai Carabinieri di Ostia il 21.12.1983, in riferimento a quanto dichiarato da Patrizia De Benedetti, riportano che la donna appena giunta in caserma, rivela il vero motivo della loro presenza nel luogo in cui vengono fermati. Non vi è traccia di alcun interrogatorio condotto da un magistrato, tantomeno si parla di un interrogatorio durato ore, al contrario è specificato che la donna fornisce questa informazione nell’immediatezza.

A chiarire definitivamente la questione è il rapporto che i carabinieri compilano il 21.12.1983, relativo al fermo di Marco Accetti. Nel documento gli ufficiali spiegano che anche l’Accetti, come dimostra il relativo verbale, parla subito del furgone e di quanto gli sarebbe accaduto la sera precedente. E’ proprio il resoconto dell’Accetti che, riferendo della rottura del parabrezza nello stesso luogo e alla stessa ora dell’incidente che ha causato la morte di Josè Garramon, porta le forze dell’ordine ad emettere il fermo nei confronti dell’uomo.
Il documento circoscrive con precisione anche le tempistiche, dal momento che è chiaramente riportato che una prima ricerca del Ford Transit ha inizio, con l’ausilio di Marco Accetti che si rende disponibile ad accompagnare gli agenti sul posto, alle ore 5.00, ovvero 15-20 minuti dopo il loro arrivo in caserma, e termina con un nulla di fatto alle ore. 07.00. A questo primo sopralluogo segue quello risolutivo, avvenuto tra le ore 07.30 e le ore 08.45.
E’ dunque chiaro che quanto millanta da anni Patrizia De Benedetti, non coincide con la realtà dei fatti. La presenza del furgone Ford Transit è confermata da entrambi i fermati, interrogati separatamente, nell’immediatezza della loro escussione e il fermo di Marco Accetti avviene in seguito alle stesse dichiarazioni dell’uomo, che lo collocano nel medesimo luogo e al medesimo orario del mortale incidente di Josè Garramon.

A ribadire il concetto, nel 1986, in sede processuale, è la stessa De Benedetti che interrogata, affida all’Accetti anche l’esternazione “Quante storie per un furgone“, come dimostra il frammento di documento qui riportato.

La presenza di Domenico Sica
Non vi è traccia alcuna nella documentazione, della presenza del magistrato Sica nè, al contrario di quanto afferma Patrizia nel post sopra riportato, in sede processuale si fece chiaramente riferimento al magistrato senza però citarlo, per motivi di riservatezza.
Al contrario tanto l‘avvocato della difesa, tanto il Presidente della Corte, cercano di comprendere a chi si riferisce la De Benedetti quando parla del “funzionario”, al punto che viene proposto un confronto con il Maresciallo Spalletta, confronto che però non ebbe luogo.

Nonostante non tratterò questo aspetto nel presente articolo, è bene comunque sottolineare che la figura di questo “ufficiale” o “funzionario”, non è ricordato dai Carabinieri presenti ad Ostia quella notte, e fa ingresso nel racconto, al pari del servizio fotografico che quella sera l’Accetti avrebbe dovuto fare a Novella F., solo nel 1984. Dell’uomo e di questo motivo della presenza dell’Accetti ad Ostia quella sera, non vi è traccia in nessun documento del 1983.

Dando una possibilità all’eventualità che questo ufficiale sia effettivamente esistito, leggendo il dibattimento processuale, appare chiaro che non traspare alcun tentativo da parte della Corte, né dei carabinieri interrogati, di proteggere l’identità di una personalità di rilievo; piuttosto vi è lo sforzo di comprendere a chi si riferiscano Accetti e la De Benedetti, dal momento che nessuno degli ufficiali ricorda questa presenza.

Infine, un ulteriore contrasto con la versione di Patrizia, lo troviamo nell’orario in cui questo fantomatico funzionario avrebbe fatto il suo ingresso sulla scena: l’Accetti in fase dibattimentale afferma infatti che l’uomo sarebbe sopraggiunto non durante la notte, ma solo nel corso della mattinata. Così stando le cose, risulterebbe impossibile che detto ufficiale abbia interrogato Patrizia per quattro ore consecutive, prima del rinvenimento del furgone. Risulterebbe infatti singolare che una presenza che così a lungo si intrattiene in caserma, non sia ricordata da nessuno dei carabinieri presenti e, a riprova dell’illogicità di quanto riporta oggi la De Benedetti, vi è la totale assenza di riferimenti a questa lunga escussione nelle sue deposizioni dell’epoca.
Il racconto di Patrizia De Benedetti si arricchisce di particolari nell’intervista che rilascia al criminologo Armando Palmegiani, intervista che il professore riporta nel suo libro Emanuela Orlandi. 40 anni di depistaggi, pubblicato da Armando Editore. Riporto testualmente quanto la donna afferma del suo confronto con il magistrato Domenico Sica:
«Lo riconobbi subito, era un volto noto, in quel periodo lo facevano vedere spesso nei telegiornali per la sua attività contro il terrorismo. Mi chiamò e mi fece sedere davanti a lui, c’era anche un tenente dei Carabinieri. Iniziò a farmi delle domande, ma molto generiche, mi chiese di raccontargli un poco di me. Iniziai a pensare che volesse sapere dei miei studi per via di alcuni miei ex – compagni di scuola che avevo avuto alle Superiori e che sapevo probabili fiancheggiatori legati alle Brigate Rosse, avevo timore che mi chiedesse di loro, anche se dove fossero in quel momento io proprio non lo sapevo… Intanto, dal terminale uscivano miei dati che riguardavano, non solo me ma anche della mia sorella gemella, ero stata segnalata dalla Digos. Con Sica parlai tantissimo, ci sapeva fare, era affascinante e con modi gentili, mi chiese anche di cose secondarie, come i miei studi o il mio teatro»
Appurato che il fantomatico funzionario, se mai ci fu, arrivò solo nel corso della mattinata e a furgone rinvenuto, bisogna riconoscere a De Benedetti una notevole vena narrativa. Vena che acquisisce un carattere quasi romanzesco quando, sempre nella medesima intervista, riporta le lacrime e la disperazione di Marco Accetti interrogato in una stanza attigua alla sua, in caserma, al medesimo orario in cui l’Accetti stava accompagnando in sopralluogo i carabinieri impegnati nella ricerca del furgone Ford Transit da ben due ore. L’orario che Patrizia indica come quello in cui l’Accetti viene accusato dell’omicidio e si appresterebbe a condurre gli agenti presso il furgone abbandonato differisce di ben due ore dall’effettiva tempistica indicata nella documentazione.
«Erano ormai le 7:30/8:00 del mattino del 21 dicembre. Sia il tenente e sia Sica uscirono dalla stanza lasciandomi sola e perplessa. Sentivo che erano andati nella stanza accanto da Marco Accetti e sentii i toni alzarsi. Poi Accetti iniziò a dire a voce alta piangendo: “Non sono stato io, non sono stato io”… sentii che tutti uscirono con le auto portandosi dietro l’Accetti suppongo per un sopralluogo, io rimase in caserma sola con il piantone, dopo una ventina di minuti tornò il tenente a chiedermi se sapevo dove fosse il furgone, ma io potevo solo dirgli che probabilmente era nei dintorni del luogo dove eravamo stati fermati quella notte dai carabinieri, perché era lì che l’Accetti lo cercava; e allora venne chiamato un elicottero che dall’alto potesse localizzarlo.
Tornarono tutti in caserma per stilare i verbali, e io dalla mia stanza sentivo le urla, i pianti e la disperazione dell’Accetti, e nessuno che lo calmasse e lo fosse accaduto, fermai il tenente tutto indaffarato che andava e veniva per le stanze della caserma, io ero ormai ignorata da tutti, e gli chiesi: “ma cosa è successo?” e mi rispose solamente: “Ha investito un pedone che è morto”.
Dopo i verbali, io sentivo ancora la voce di Marco che delirava dicendo “non voglio tornare in galera, non voglio”, e allora chiesi al tenente se potevo confortarlo un po’, e il tenente mi acconsentì un abbraccio, andai da Marco per abbracciarlo ma lui lo rifiutò e mi sussurrò con rancore all’orecchio “ma che cazzo hai detto del furgone»
Marco Accetti e l’appuntamento con Patrizia
Un altro aspetto caratterizzato da una certa nebulosità, è la dinamica dell’appuntamento che l’Accetti dà alla De Benedetti, resasi disponibile ad accompagnarlo ad Ostia per recuperare il materiale fotografico e coprire il parabrezza rotto del furgone Ford Transit.

Marco Accetti, unico imputato al processo per la morte di Josè Garramon, nel 1986 durante il dibattimento, ricostruisce l’incontro con la De Benedetti sostenendo di aver telefonato più volte, nel corso della serata, a casa della donna, riuscendo a interloquire con la stessa solo dopo alcune ore. Inizialmente i due si sarebbero accordati per recarsi alla pineta di Ostia con la 126 grigia di proprietà della donna, salvo cambiare programma con il rientro a casa, in Santa Emerenziana 2, di Laura Accetti, sorella di Marco. Essendo quindi tornata a disposizione l’auto che il padre lasciava usualmente a disposizione dei figli, la 127 amaranto, è l’Accetti a recarsi presso l’abitazione di Patrizia e a guidare verso l’area in cui qualche ora prima aveva nascosto il furgone incidentato e l’attrezzatura fotografica.

Che sia l’uomo a recarsi da Patrizia e non il contrario, è confermato dalla stessa De Benedetti e dai famigliari dell’imputato: la sorella Laura e il padre Aldo. Tuttavia ci sono un paio di elementi che rendono questo momento tutt’altro che chiaro: gli orari e la dinamica della telefonata.


Se Patrizia De Benedetti sin dalla sua prima escussione, durante il processo verbale intrattenuto la mattina del 21 dicembre 1983 presso il Comando di Ostia, indica quale orario del suo rientro l’una di notte, con una forbice di massimo dieci minuti, tutti e tre gli Accetti anticipano la telefonata tra la mezzanotte e la mezzanotte e mezzo. Prendendo come riferimento l’orario di rientro a casa di Laura Accetti. Dai verbali che sorella e padre rilasciano il 26 dicembre 1983, e dalla trascrizione delle dichiarazioni dell’Accetti in sede processuale nel 1986 si legge:
Deposizione di Marco Accetti durante il dibattimento processuale del 1983
«“Vi è una macchina in casa?”, “No, ce l’ha tua sorella, torna a casa a mezzanotte” […] “C’è Patrizia?”, “no, torna verso mezzanotte“[…] Preferii farmi accompagnare ad Ostia da Patrizia De Benedetti, alla quale già in precedenza, e cioè prima del rientro di mia sorella, avevo pregato di accompagnarmi con la sua vettura ad Ostia […] Poichè nel frattempo avevo già avuto in consegna la 127 da mia sorella […] e quindi non essendoci più, cadendo il bisogno della Patrizia in quanto motorizzata»

Processo verbale, Aldo Accetti, 26 dicembre 1986
«[…] Ho sentito più volte Marco al telefono che chiedeva di Patrizia De Benedetti ed intuivo che costei non era in casa. Verso la mezzanotte, mezzanotte e mezza, ho sentito sempre attraverso il telefono che Patrizia era stata rintracciata e prendeva con lei appuntamento […]»
Anche Laura Accetti, escussa come il padre il 26 dicembre 1983, affermerà di essere rincasata dopo la mezzanotte. Dal momento che pare appurato che la sorella dell’imputato non arrivi dopo la mezzanotte e mezzo, e appurato che Accetti e De Benedetti conversano telefonicamente prima che Laura rincasi, possiamo concludere che l’ex compagna dell’Accetti non rientri all’una, come dalla stessa sempre ribadito, ma tra e 00.00 e le 00.30.

La donna, in sede processuale, sarà poco chiara, finendo per contraddirsi da sola. Possiamo infatti leggere queste sue dichiarazioni:
«[…] noi abbiamo deciso di usare la macchina sua… […] allora ha preferito venire lui con la sua macchina che… nel frattempo la sorella era rientrata […]»
Da quanto emerso, tra Marco Accetti e Patrizia De Benedetti vi è stata una telefonata preliminare, come confermato dallo stesso uomo, salvo poi modificare i piani. Tuttavia, pochi minuti dopo, la De Benedetti riporta al presidente le seguenti dichiarazioni, che vanno a negare l’esistenza di una precedente conversazione telefonica:
«Quando l’ho chiamato io, quando sono rientrata io, la sorella era rientrata, era appena rientrata. Io l’ho chiamato poco prima dell’una, saranno state… l’una meno dieci, l’una… di notte l’ho chiamato, al telefono. La sorella stava a casa. A quel punto lui è venuto a prendermi con la sua macchina»

Basandosi su quanto qui sostenuto, non ci sarebbe stata alcuna telefonata precedente al ritorno di Laura Accetti, ma i due si sarebbero sentiti unicamente pochi minuti prima dell’una di notte, stabilendo che Marco sarebbe passato a prendere Patrizia a casa, per avere un po’ di compagnia. Va da sè che questa versione non ha alcun senso logico.
Innanzi tutto, qualora Laura Accetti fosse rincasata, rendendo di fatto l’automobile disponibile all’Accetti, non vi è motivo per cui lo stesso tergiversi a casa attendendo una telefonata che, in linea teorica, potrebbe anche non arrivare mai, dal momento che l’uomo non ha né la certezza dell’orario di ritorno di Patrizia, né la sicurezza che la stessa effettivamente lo richiami. Siamo inoltre consci di quanto all’Accetti premesse tornare nel luogo in cui aveva parcheggiato il furgone incidentato , per recuperare la sua costosa attrezzatura professionale, dal momento che questo dettaglio è ripetuto con insistenza in tutta la documentazione che riguarda questo aspetto.
A ciò va aggiunto un dato di particolare rilevanza, ossia la testimonianza di Laura Accetti che, al fine di spiegare alle forze dell’ordine che la interrogano il 26 dicembre 1983, le ragioni che la portano a non notare le vistose macchie di sangue presenti sul giaccone del fratello, riferisce quanto segue:
«Non ho notato il giubbotto-piumone di mio fratello quando lo incontrai in cortile diretto verso la Fiat 127 […] Il cortile dove ho incontrato Marco la notte del 20-21/12/1983, non è sufficientemente illuminato per cui se era sporco di sangue non potevo vederlo […]»

Sembrerebbe quindi che l’Accetti stesse aspettando la sorella nel cortile, pronto a raggiungere Ostia non appena la ragazza avesse fatto ritorno a casa con l’agognata autovettura. Va da sé che le deposizioni risultano completamente antitetiche, suggerendo che una delle due teste non stia riportando il vero. O forse entrambe.
Effettivamente come risulta totalmente priva di criterio la versione della De Benedetti, secondo cui la sua telefonata all’Accetti sarebbe avvenuta quando Laura si trovava già a casa, altrettanto insensata è l’opzione proposta dalla sorella dell’imputato. Qualora i fatti avessero seguito questa logica, ci sarebbe da domandarsi quando e come l’uomo avrebbe avvisato l’ex compagna che sarebbe stato lui a passare a prenderla con la propria automobile, visto che Patrizia specifica anche «dopo circa 20 minuti è passato a prendermi a casa mia».
La cena fantasma
A conclusione di quest’ennesima analisi volta a ribadire l’enorme quantità di elementi che rendono il processo Garramon un disastro giudiziario, sottolineo come né la corte né l’avvocato nominato da Carlos Garramon, padre del giovane deceduto, abbiano rilevato queste ulteriori contraddizioni, né abbiano cercato di approfondirle per ottenere i dovuti chiarimenti.
C’è da interrogarsi, inoltre, sulle modalità d’indagine adottate anche in anni più recenti, quando Maria Laura Bulanti, madre di Josè, ha tentato invano di ottenere la riapertura del caso. Solo a titolo di esempio—poiché gli aspetti meritevoli di approfondimento sarebbero numerosi—basti ricordare quanto emerso in relazione alla sera del 20 dicembre 1983. All’epoca, Laura e Aldo Accetti, nei verbali stilati il 26 dicembre di quello stesso anno e più volte citati in queste righe, dichiararono di non essere entrati in contatto con l’imputato: il padre perché impegnato in un’altra stanza per motivi di lavoro, la sorella perché lo incrociò solo per pochi secondi nel buio cortile.
Entrambi giustificarono così il fatto di non essersi accorti del giaccone vistosamente macchiato di sangue. Eppure, nel 2016, senza che ciò destasse alcuna rimostranza da parte degli inquirenti, riferirono una versione del tutto opposta: quella sera, hanno entrambi sostenuto, cenarono tutti insieme nell’appartamento di piazza Sant’Emerenziana, e Marco Accetti si sarebbe seduto al tavolo non solo con una giacca sporca di sangue, ma anche con una mano sanguinante e non medicata. Mano che, secondo il racconto della De Benedetti, avrebbe poi macchiato la sua giacca con una traccia ematica che nel 1983 non era solitaria, ma accompagnata da altre e situata dietro la spalla, non sulla manica.
A ciò aggiungo l’unico aspetto che, in questa vicenda, sembra reggersi su una logica stringente: in più di un’occasione Marco Accetti non ha negato la mia convinzione che la sera dell’omicidio di Josè Garramon non vi fu alcun rientro nella capitale. Dal momento dell’incidente fino al fermo dei carabinieri in via Cilea, alle quattro del mattino del 21 dicembre 1983, l’uomo rimase nella Pineta di Ostia. Se ciò venisse confermato, più di una persona dovrebbe dare opportune giustificazioni. Certo, siamo purtroppo ancora nel campo del probabile, ma non del certo.
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51 commenti
Grande Rossella!
Mamma mia. Pazzesco quello che ho letto.
Una domanda: vista la costante menzione della “costosa apparecchiatura fotografica” dell’Accetti da parte dello stesso, e visto che tale apparecchiatura si trovava all’interno del furgone incriminato, è mai venuto in mente a qualcuno (perché qui pare fossero tutti un poco sbadati) di esaminare tale apparecchiatura per rilevare la presenza di eventuali foto/video fatti a José Garramon e anche ad altri soggetti minorenni? Non ricordo se questa cosa sia mai venuta fuori nei tuoi precedenti articoli, nel caso mi scuso e vado a controllare, ma mi sembra di no.
Possibile poi che non si trovino altri soggetti che erano in quella stessa pineta quella notte? Com’è arrivato José fin lì se non lo ha prelevato Accetti?
Grazie.
Dunque, il materiale è stato sequestrato la sera stessa ma in tutta la documentazione non è dato sapere in cosa consistesse…
Ecco, come immaginavo, altrimenti lo avresti detto in uno dei tuoi articoli, però è bene ribadire anche mille volte se necessario, che queste furono indagini alla Micky Mouse, come dicono gli angloamericani.
E questa “disattenzione” secondo me dice parecchie cosette su tutti i soggetti coinvolti.
Grazie Rossella.
Ti ho inviato una mail ma mi dice non consegnata, come posso contattarti in privato?
Lei si fida troppo dei documenti. Si ricordi che i documenti non sempre sono attendibili perché possono anche essere falsificati. Basti citare i documenti che vogliono Emanuela Orlandi a Londra e che si sono rivelati dei clamorosi falsi, come ha scoperto la grafologa Sara Cordelli. Ma aldilà di questo, non capisco questo clima di ostilità che lei ha contro Patrizia De Benedetti. Sembra una questione personale. Ma sono affari vostri.
Caro Mario Barbato,
Rossella Pera cita e fa vedere atti processuali, quindi dove sarebbero le falsificazioni? Sono interrogatori, testimonianze, perquisizioni e perizie legali.
Toro Seduto Imbufalito
Non c’è nulla di più facile che mentire nelle testimonianze e negli interrogatori. E non c’è nulla di più comodo che riempire un verbale aggiungendo od omettendo particolari compromettenti. L’unico strumento che spalanca le porte alla verità inconfutabile sono i filmati e i video. Lì non ci sono falsificazioni, perché c’è un occhio elettronico che vede tutto quello che fai in tempo reale. Molti casi sono stati risolti grazie ai video, come nel caso di Massimo Bossetti che, oltre al suo dna trovato sul corpo di Yara Gambirasio, fu visto da un filmano passare con il suo furgone davanti alla scuola della ragazza poco prima che questa sparisse. Il resto, documenti, verbali, testimonianze, interrogatori, vanno sempre verificati, perché c’è gente che a causa di una testimonianza falsa è finita in galera da innocente.
Gentile Mario Barbato,
C’è un pizzico di verità in quello che hai scritto sulle falsificazioni, e chissà che non ci sia stata qualche omissione o storpiamento di nomi o addirittura indirizzi fasulli nelle carte di questo processo.
Chissà……
Esattamente. E chissà se le omissioni possibili o le varie dimenticanze non siano avvenire anche per non compromettere qualcuno e chiudere il tutto con un unico responsabile con una condanna utile a mettere un punto e chiudere un processo che sarebbe potenzialmente
potuto diventare assai scomodo e fastidioso
In realtà anche i filmati su Bossetti vennero manomessi
Esatto. Bossetti è stato incastrato e i filmati pare siano stati creati ad hoc, da chi è facile intuirlo.
Mi fermo qui, l’articolo è su José Garramon.
Parzialmente falso. Ti tengo d’occhio. Non rispondermi. Rossella sta benissimo, la adoro.
Tic Toc Tic Tac Rossella sta bene , sei tu che sei un ritardato mentale. Fine Febbraio? Mhh Fine Marzo? Mhh …Aprile? O si o no Trattamento idoneo paragonabile alla fama che gli abitanti della Beozia avevano in Attica.In campana con le minacce .
Tieni d’occhio te stesso!
Sei nel radar .
Da tempo. Tic Toc ti insegno a rispondere bene sui social Tic Tac pipi’ nelle mutande Tic toc a tua disposizione . Tic tac dopo tanta cacca nelle mutande
Santa pazienza….
Intanto mentire e falsificare dei verbali sono cose assai diverse.
Se uno mente e le sue menzogne vengono messe a verbale, il verbale è comunque un atto ufficiale su cui persone come Rossella si basano, poi se si trovano incongruenze sarà cura di chi le cerca rimarcarle.
Falsificare un verbale invece significa che qualcuno dolosamente- e quel qualcuno non è chi rende testimonianza- appone nel verbale informazioni errate o lacunose o depistanti per fini che non sta a me definire.
Nel caso della De Benedetti, Rossella si è limitata a sottolineare le incongruenze tra i verbali delle testimonianze da lei rilasciate e ciò che nel corso degli anni seguenti ha detto e scritto riguardo a quella notte e ai rapporti con l’Accetti.
Se poi i verbali sono stati falsificati come arrogantemente sostiene il solito Barbato, la De Benedetti e Accetti, che mi risultano essere molto vocali e attivi nello smentire o confermare vicende, devono essere loro a dirlo o un perito nominato da un giudice ad analizzarli come nel caso riportato da Barbato relativamente al caso Orlandi, nessun altro.
Ergo, tutte queste dietrologie inutili lasciano il tempo che trovano, e vorrei far notare che foto e video non sono per niente risolutivi, le foto da parecchi anni con l’avvento di Photoshop, e i video da alcuni anni a causa dell’IA e di software che manipolano appunto i video.
Per cui o si hanno foto e video originali del 1983 non ritoccati di recente- e dovrebbe stabilirlo un esperto in ogni caso – o ci si deve affidare a vecchi verbali e testimonianze orali e scritte, facendo poi il lavoro di controllo incrociato delle informazioni per trovare incongruenze e anomalie.
Sembra di stare all’asilo.
Brava Rossella. Le menzogne sono davvero tante. Per altro la documentazione del caso José Garramon è stata richiesta dalla commissione Orlandi Gregori. È in arrivo.
Sul serio? Dove hai trovato la notizia?
Si vede spesso nei commenti certo ex testimone di geova Mario Barbato che non esista a depistare in ogni dove e su ogni questione.
Come mai non torna nel proprio loculo?
Emilia Fantegami, lei è talmente poco intelligente da non avere nemmeno la decenza di non farsi identificare. Per quanto riguarda i testimoni di Geova, è il gruppo religioso che mi ha chiamato in causa dopo che ho portato alla luce, basandomi su una relazione della Commissione Reale Australiana e su numerosi processi giudiziari americani, migliaia di casi di abusi sessuali e pedofilia avvenuti dentro le loro file e mai denunciati alle autorità. Uno scandalo che li ha condannati a risarcimenti milionari verso le vittime in tutto il mondo. Come vede mi documento bene. Non dico menzogne. In questo suo commento c’è solo un errore: non sono un ex, ma collaboravo con il Gris, Gruppo Ricerche Sette. Torni sul sito Fai Informazione e ci resti.
https://www.notiziecristiane.com/la-piaga-della-pedofilia-tra-i-testimoni-di-geova/
Quanta pochezza signor Barbato, ogni cosa che lei dice e scrive fa emergere il suo feroce accanimento nei confronti di questa stimata professionista. Una donna che si è sempre distinta per impegno e devozione nei confronti della giustizia e per la sua lotta dalla parte dei più deboli. Giustamente premiata per la sua coraggiosa crociata contro la ndrangheta. La dottoressa Pera è senza ombra di dubbio la persona più preparata su questo caso di Josè Garramon e la sua inchiesta non sta passando inosservata e so con certezza che proprio grazie a questi puntuali e approfonditi articoli c’è alta probabilità che venga aperto di nuovo il caso. Lei signor Barbato non sapendo questa volta come offendere questa donna si è appellato alla documentazione falsificata. E’ pronto a stringere un’alleanza con le De Benedetti pur di attaccare la dottoressa Pera che però non ha il coraggio di affrontare e può inventare tutte le scuse del mondo ma quello che le manca è il coraggio di trovarsi faccia a faccia con lei e ripetere tutta la spazzatura che le vomita quotidianamente addosso. Sarebbe anche arrivato il momento che lei spiegasse questa sua morbosa ossessione che ha per la Pera, perchè inizia a destare inquietudine e preoccupazione.
Dr. Giuseppe Lombardo
ECCHEPALLE!!!!
La dottoressa Pera sarà anche preparata sul caso Garramon. Non lo metto in dubbio. Ma non comprendo questo accanimento contro la De Benedetti, dipinta dalla Pera come una criminale. Io non sarei per nulla contento se l’autrice gettasse ombre così oscure sulla mia persona. Per di più in un luogo pubblico. Tra me e la De Benedetti non c’è alcuna alleanza. C’è solo rispetto reciproco e basta. E da quanto mi dice in privato, non mi pare una delinquente come vuol far credere la Pera. Trovo scorretto e pericoloso giocare così con la vita delle persone.
“Così è, finché vi pare”. (Luigi Pirandello)
Ho viaggiato come Ulisse verso Itaca. Sono sfuggito alle mire fameliche di Polifemo, ho retto alle tempeste marine di Nettuno, ho sventato gli attacchi malefici della Maga Circe, ho dovuto resistere al canto ingannevole delle Sirene. Credevo di aver visto tutto il male che un essere umano possa aver visto, fino a quando non sono entrato in questo sottobosco di giornalai che si inventano piste suggestive che servono solo per intrattenere una nicchia numerosa di complottisti da tastiera. Un bailamme pieno di fenomeni da baraccone che sperano di essere notati dal grande pubblico e uscire da una vita mediocre imponendosi come star a colpi di articoli uno meno attendibile dell’altro e con documenti più falsi dei prodotti venduti in un negozio dei cinesi. Gente che si venderebbe un rene per un like e che si scannerebbe per avere un posto tra i vendifumo più popolari della rete, falsando tutto ciò che si può falsare pur di salire sul podio degli eletti e nascondere la propria pochezza come esseri umani che lucrano sulle disgrazie altrui. Arroganti soggetti che si esibiscono in un miscuglio di mitomanie, mistificazioni e patacche vendute un tanto al chilo. Senza dimenticare l’odioso giochetto di screditare i colleghi perché ognuno punta a fare il Grande Scoop. Ho sempre evitato gli elementi diseducativi e adesso me li ritrovo tutti sulla rete. Hanno traslocato in massa. Si sono accalcati sui social come una mandria di buoi scappati dalle stalle. E sono così tanti che solo un decimo di loro mi basterebbe per fuggire via e ritornare a navigare verso Itaca.
La dottoressa Pera prima chiede di divulgare il mio reportage contro la pedofilia, con tanto di grane giudiziarie, e poi si tira indietro. Questo dimostra ciò che ho sempre sospettato della Pera. Una millantatrice e basta.
Quando mi sarei tirata indietro? confermo la mia disponibilità. Se mi ha risposto, mi scuso, ma non l’ho visto. In ogni caso moderi i termini, come sempre.
La ringrazio, dottoressa Pera, qualcuno o qualcuna mi ha cacciato in un bel guaio giudiziario con quella storia di L.C. Si sono presentati a casa mia otto carabinieri che mi hanno portato in caserma. Sono finito indagato per favoreggiamento personale. Come se avessi coperto chissà chi. Mi hanno anche perquisito casa e confiscato il pc. Quando questa storia sarà chiarita, il mio legale ha detto che denuncerà la persona che consegnato quella informazione alla procura senza prove e senza basi.
Ma importa a qualcuno di ciò che accade a Barbato?
A me no.
In quanto al resto non commento perché si commenta da solo.
Io non ho cancellato nessun commento, era solo in attesa di approvazione, mi scuso per il ritardo ma sono stata assente qualche giorno. A partire dalle frequenti offese alla sottoscritta, qui non si cancella nulla 🙂 a meno che non vi siano commenti passibili di denuncia di cui dovrebbe poi risponderne il direttore del giornale.
Mi associo all’invito di Rossella rispetto al parlare pubblicamente di qualcosa che attiene a Barbato e che non riguarda alcuno di noi.
Dire che siamo stufi delle sue incursioni sotto articoli che non parlano della Orlandi per sciorinare le sue “mirabolanti scoperte” e i suoi problemi personali è un eufemismo.
Per non menzionare i suoi perenni insulti.
Detto ciò, chiedo a Rossella se in Commissione si è parlato di José Garramon, appunto.
Grazie e buon 1. Maggio anche a tutti voi.
Attualmente no, non mi risulta. Avrei piacere a inviarti un file, riesci a contattarmi via mail (rossellapera.lagiustizia@gmail.com).
Grazie 🙂
Ti ho appena inviato una mail Rossella, e scusa ma non avevo visto il tuo commento del 17 aprile.
A presto.
Chiedo scusa per aver messo in piazza le grane giudiziarie di una terza persona la quale, diversamente da quanto detto da A, sarà pure burbero ma è uno dei pochi che scrive cose sensate e non fa voli di fantasia come tanti altri personaggi. Forse questo deve aver infastidito qualcuno. Mi fa solo orrore una macchina giudiziaria che tiene in ostaggio dei liberi cittadini trattati come dei criminali. Non posso lasciare commenti inerenti questo articolo perché ne so molto poco. Mi limito solo a leggere e a lasciare spazio a chi ne sa più di me. Buona serata a tutti!
Su richiesta della terza persona, ho rimosso tutti i commenti relativi alla vicenda, sono certa della comprensione da parte di tutti. Buon fine settimana
Ha fatto bene. Sono io ad aver commesso una leggerezza. Anche perché se dalla procura di Roma non trapela niente vuol dire che stanno indagando in segreto, senza fare la stessa confusione mediatica che sta facendo la commissione parlamentare d’inchiesta, dove tutti dicono il contrario di tutto.
Comunque sembra che sarà tutto inutile perché mi hanno detto che la vicenda della terza persona da domani comincerà a uscire sui giornali. Forse c’è qualcosa di grosso che circola nella procura di Roma. Staremo a vedere.
Può anche essere un lavoro ammirevole,ma non ne comprendo l’utilità.
Che ci siano state menzogne etc. poco importerebbe.
Il problema vero è che NON si è chiarita la verità,
ed ormai NON si chiarirà mai più.
Chi ha mentito all’epoca può averlo fatto per ingenui tentativi di “tirarsi furi”,
se invece lo ha fatto per nascondere la verità,
possiamo dire che ha raggiunto lo scopo e non credo proprio che oggi si possa cambiare qualcosa.
Brutta storia.
https://news.fidelityhouse.eu/cronaca/caso-di-emanuela-orlandi-indagato-un-blogger-634847.html
Volevo chiedere a Rossella Pera, ma secondo lei questo blogger sa davvero cose importanti o è l’ennesimo fuoco di paglia?
https://www.lacronacadiroma.it/2025/05/caso-orlandi-blogger-indagato-per-favoreggiamento-in-seguito-a-un-post-pubblicato/?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook
Senti ma ce la fai a contattare Rossella in privato? Ha pure pubblicato la sua mail giorni fa.
Ti è stato chiesto di non parlare di questa storia ma continui, sei capace di rispettare il blog e gli utenti o no?
Ne stanno parlando tutti i quotidiani senza citare il nome del blogger. Come sto facendo io. Quindi non commetto alcuna irregolarità.
Per quanto riguarda il caso Orlandi puoi stare tranquillo perche’ purtroppo per te non sai un cazzo ma sei un visionario malato di protagonismo. Ma non so che reato si prospetta. Sei un ragazzino che pur di essere preso in considerazione devi inventare per partecipare. Spera di non avere scheletri nel Pc . Credo che ti abbiano fatto passare la voglia , mettiti a scrivere favolette per bambini d’asilo ,avrai piu’ successo e meno grane.
Questo non lo devi dire a me, chiedilo a chi gli hanno confiscato il pc. Magari la procura imboccherà finalmente la strada giusta, dopo anni passati e credere alle favolette su lupi grigi, sui lupi gialli, sui lupi rossi, sui lupi a stelle e strisce, sui terroristi stranieri, sulla Stasi, sul Kgb, sui servizi segreti di mezzo mondo, sui criminali da quattro soldi, su banche vaticane, sui papi dalla doppia vita, sui cardinali affamati di minorenni, su piste bulgare, piste turche, piste lussemburghesi, piste americane, piste austriache, piste inglese , sull’immancabile Marco Accetti che cambia favolette un giorno sì e l’altro pure. E a forza di credere ai grandi complotti stiamo ancora qui a sapere che fine ha fatto Emanuela Orlandi. Complimenti a tutti qui giornalisti che hanno indagato indagato e indagato per rimanere tutti fermi al 1983. Sul Corso Rinascimento.
L’avvocato di Mario Barbato ha appena denunciato Pietro Orlandi per diffamazione aggravata a mezzo stampa per aver offeso pesantemente lo stesso Barbato sul suo profilo Facebook. E sta preparando altre denunce per calunnia e diffamazione contro testate giornalistiche che lo stanno sbattendo in prima pagina come se fosse un mostro, menzionando il suo nome e cognome e mettendo a rischio pure la sua incolumità. Quindi, caro Roberto, stai attento a quello che dici che Barbato sta copia-incollando tutti gli articoli e i commenti che stanno a infangare la sua immagine per consegnare tutto al suo avvocato. Vedi di non fare la stessa fine degli altri, perché siete tutti raggiungibili.
https://mowmag.com/attualita/pietro-orlandi-rivela-il-nome-il-nome-del-blogger-indagato-per-favoreggiamento-emanuela-portata-in-inghilterra-perche-incinta-quando-e-stata-rapita-aveva-il-ciclo-le-tipiche-stronz-te-che
Sbatti il mostro in prima pagina.
https://www.youtube.com/watch?v=zJhwXCUUfYE
Ma insomma questo signore è solo un blogger o un giornalista iscritto all’albo?
Boh! E’ un’entità misteriosa. Un oggetto non identificato.
Per Giuseppe. Ho contattato MB sul gruppo di Carmen Gueye e ha detto che sei fuori strada. Lui non cerca visibilità o notorietà e se ne frega del successo. Anzi, si è arrabbiato quando ha visto che il suo nome è stato spifferato sui media da Pietro Orlandi, tanto da essersi rivolto al suo avvocato perché la sua immagine ne può uscire danneggiata. Non voleva assolutamente che quella informazione uscisse dal gruppo di Nicotri. Il suo sospetto è che sia stata proprio Rossella Pera a consegnare quella informazione alla procura di Roma senza dargli nemmeno il tempo di verificare la notizia. Semmai sono i vari Ali Agca o Marco Accetti a voler cavalcare le passerelle mediatiche raccontando solo frottole pur di farsi notare. Ecco, cocco di mamma, è da qui che si vede la differenza tra un uomo serio e un pagliaccio.
Replica di M.B alla gogna mediatica subita, pubblicata nel gruppo di Gueye. Spero che nella lista nera dei futuri querelati non ci sia anche Rossella Pera, qualora fosse stata lei l’autrice della sciagurata “soffiata” alla procura.
“Sto leggendo cose false sul mio conto, notizie totalmente alterate da chi non conosce i fatti che mi riguardano. Sono finito nel tritacarne mediatico gestito da “professionisti della disinformazione” che mi stanno dipingendo come un “mostro” reo di chissà quale orrendo crimine commesso in relazione alla scomparsa di Emanuela Orlandi. Il tutto per due post peraltro pubblicati in un gruppo Facebook privato e che avevo comunque preso con il dovuto scetticismo essendo una fonte anonima. Trovo assurdo che la mia posizione sia al vaglio dell’Antimafia quando in giro ci sono personaggi che si auto accusano di aver rapito Emanuela Orlandi e, ciononostante, continuano a rimanere a piede libero, venendo persino invitati nei salotti televisivi. Faccio notare che sono un indagato e non imputato, tantomeno condannato, e che la mia identità è stata data in pasto al pubblico da pseudo-testate giornalistiche che pur di ricevere qualche visita in più si disinteressano di salvaguardare il mio diritto alla privacy e alla riservatezza. Testate che appoggiano una persona come Pietro Orlandi il cui dolore per la perdita della sorella, per quanto comprensibile, non può giustificare offese pesantissime proferite contro il sottoscritto e che sono finite in una denuncia per diffamazione aggravata a mezzo stampa da parte del mio avvocato, che si prepara ad agire per vie legali contro chiunque sta infangando la mia immagine”.
Sono basita, e voglio esprimere la mia piena solidarietà a Rossella, al resto penserà lei.
Sarà il pm a dire al legale di MB chi è stato a consegnare quella notizia in procura. Un cosa è certa: quella notizia poteva essere conosciuta solo da chi era iscritto nel gruppo di Nicotri. Guarda caso, fu proprio Rossella Pera a dire a MB che avrebbe segnalato quella informazioni alle “sedi competenti”: alla procura e alla commissione bicamerale. Quindi, è lecito sospettare di lei. Resta il punto della discriminazione su una persona soggetta a vere e proprie diffamazioni e calunnie. Un quotidiano ha detto che MB si sarebbe rifiutato di collaborare con gli inquirenti. Falso. Il maresciallo capo dei carabinieri ha scritto nel suo verbale che “l’indagato ha mostrato spirito di collaborazione”. Ma per certe testate pseudo-giornalistiche pur di ricevere visite tutto fa brodo, pure inventarsi le notizie.