Premessa
Franz Kafka non avrebbe avuto l’immaginazione per proporre un processo come quello che venne istruito per l’omicidio del piccolo Josè Garramon e, se non stessimo trattando una vicenda tanto tragica e dolorosa quale è la morte violenta accorsa in circostanze inspiegabili di un bambino di 12 anni, si potrebbe cadere nella tentazione di farne una grottesca parodia, tante sono le assurdità e le fattispecie incredibili che lo caratterizzano interamente.
Gli aspetti paradossali emergono in maniera talmente evidenti nel processo del giovane uruguaiano che, anche chi all’epoca fu il solo indagato e condannato, oggi soprassiede dal commentare e dal tentativo di giustificare tutta quella serie di elementi che hanno condotto e conducono tutti coloro che procedono all’analisi dei documenti del caso Garramon a giungere alla medesime osservazioni e conclusioni.
Ripercorriamo dunque i giorni di dibattimento fino a giungere alla sentenza emessa il 30 maggio del 1986 dalla Corte D’Assise di Roma, indicando le criticità più palesi ed evidenti.
La sentenza
Parto a ritroso, facendo una sintesi di quello che fu la sentenza del maggio 1986.
Marco Accetti viene condannato per omicidio colposo e omissione di soccorso. La Corte, nel motivare la sentenza, prende atto che, nel corso del processo, il pubblico ministero, dott. Franco Ionta, derubrica formalmente l’imputazione originaria di omicidio volontario aggravato dal sequestro di persona, chiedendo la condanna per un più sobrio omicidio colposo e omissione di soccorso, con una pena di cinque anni. La Corte accoglie parzialmente tale richiesta, riduce la pena a due anni e due mesi — interamente coperti dalla custodia cautelare già scontata — e fonda la pronuncia su una ricostruzione tecnica che, pur dichiarata solida, appare per certi versi elusiva, in particolare laddove ignora o ridimensiona ipotesi più coerenti con i dati oggettivi.
Il ragazzo viene investito mentre si trova in posizione centrale sulla carreggiata, in un tratto rettilineo privo di illuminazione pubblica ma perfettamente visibile grazie ai fari “più efficienti della norma” montati sul Ford Transit di Accetti, capaci di illuminare almeno quaranta metri. Questi dati, unitamente alla velocità di marcia del mezzo e al fatto che Josè Garramon si trovava in un punto non sufficientemente prossimo a uno dei due ingressi laterali, dal poter esserne uscito improvvisamente, rende poco plausibile la tesi difensiva secondo la quale il conducente non ha avuto il tempo di notare il pedone sulla carreggiata.
Non viene effettuata alcuna manovra di frenata. Da ricostruzione il corpo, urtato violentemente sulla destra, viene caricato sul cofano, colpisce e infrange il parabrezza, poi viene proiettato in avanti e ritrovato, senza una scarpa e con il calzino strappato, nella cunetta alla destra della strada. Le condizioni di urto sono tali da imprimere sul dorso del bambino l’impronta della calandra, e la rottura del parabrezza sarebbe stato causata dai piedi della vittima, che lo attraversano strisciando sulla guarnizione in gomma.
Uno dei punti chiave riguarda le tracce di sangue e le due strisce di trascinamento rilevate sull’asfalto. La prima, lunga 2,50 metri, si estende in diagonale da sinistra verso destra; la seconda si sviluppa più avanti, con inclinazione opposta, e non è ritenuta compatibile con la sola dinamica dell’urto. Secondo gli organi di polizia, essa può essere spiegata da un contatto successivo, riconducibile a un abbozzo di soccorso o di strisciamento del corpo, subito interrotto. Questa ipotesi, ritenuta realistica dalla Polstrada, trova un elemento di supporto nelle macchie di sangue rinvenute sul giubbotto dell’imputato: sangue di gruppo 0 Rh negativo, compatibile con quello della vittima, localizzato sul pettorale sinistro e sul fianco destro, all’altezza della vita.
Eppure, la Corte rigetta l’ipotesi investigativa del contatto posteriore e accoglie una diversa ricostruzione, peritale: il sangue sarebbe stato proiettato frontalmente sul giubbotto al momento dell’impatto, a causa di uno schizzo generato dalla rottura del parabrezza. Tuttavia, si omette di considerare che nessuna traccia ematica viene rilevata né sul parabrezza andato in frantumi, né sul cofano, né all’interno della cabina di guida, né sul cruscotto o su altri punti del veicolo come il sedile del guidatore, situato alla medesima altezza e distanza della tasca del giaccone investita dal getto di sangue. Solo gli abiti dell’imputato risultano contaminati. La Corte si limita a definire “non dirimente” questa anomalia tecnica e conclude che la traiettoria delle due strisce ematiche potrebbe avere “valenza relativa”.
Il calzino ritrovato presenta una lacerazione netta all’altezza del tallone. I periti, favorevoli alla tesi dell’impatto diretto, la attribuiscono a uno strisciamento contro la guarnizione del parabrezza, ma la spiegazione appare forzata, in particolare considerando che l’altro stivaletto risulta ancora al piede e ben allacciato. Nessuna ulteriore analisi viene svolta per verificare la compatibilità con un contatto fisico successivo o con una presa manuale del corpo o con un trascinamento che avrebbe, con maggior probabilità, logorato il calzino.
Accetti afferma inizialmente di non essersi accorto di nulla, attribuendo la rottura del parabrezza al lancio di un sasso. Poi, sotto pressione, ammette di aver sentito un forte urto e visto i vetri andare in frantumi, ma continua a sostenere di non aver capito subito di aver investito un ragazzo. La Corte considera il suo comportamento sintomo di confusione e non di dolo.
Le motivazioni che lo avrebbero portato nella zona, a quell’ora, sono deboli. Accetti riferisce di aver deviato per un errore, dettato dall’abitudine, in direzione di Castelporziano e di essere diretto ad Ostia al fine di verificare, senza appuntamento, l’effettivo dimagrimento di una ragazza adolescente conosciuta l’estate precedente in spiaggia, che avrebbe dovuto posare in qualità di modella per un servizio fotografico. L’identità della giovane, Novella F., è confermata. Insieme alla ragazza anche la madre viene escussa in dibattimento, ma entrambe dichiarano che non vi era alcun incontro previsto per la sera del 20 dicembre. Anzi, riferiscono chiaramente che non c’era alcuna attesa, né invito, né alcun tipo di accordo se non un generico appuntamento, ancora da concordare, che avrebbe dovuto aver luogo dopo le festività natalizie.
Questa spiegazione, fornita dall’imputato solo nel 1984 e non nell’immediatezza dell’accaduto, e ritenuta anche dalla corte troppo poco attendibile, viene accompagnata da una seconda motivazione: la necessità di “far camminare il furgone” al fine di ricaricarne la batteria da poco sostituita. Nonostante sia chiaramente assente una motivazione plausibile, in sede di giudizio questa fattispecie non inficia la decisione del tribunale.
Nel tentativo di confermare la versione difensiva, viene audito il fotografo Gherardo Gherardi, che riferisce di aver visto quella sera l’imputato, che si era recato presso il suo negozio per chiedere contenitori in cui riporre il materiale fotografico. La Corte riconosce che il teste è stato sollecitato direttamente dall’imputato e che la sua deposizione presenta profili che “non possono non suscitare riserve”. Anche il portiere del palazzo, interrogato sul punto, non conferma di aver visto Accetti uscire all’orario dichiarato. Ciononostante la deposizione di Gherardi non solo è tenuta in considerazione ma assurgerà il ruolo di prova atta a scagionare definitivamente l’Accetti dall’accusa di sequestro di persona.
Per onor di cronaca, ci tengo a riferire che in anni più recenti il Gherardi ammette ad Ester Ceresa, figlia della sua compagna dell’epoca, con la quale ho intrattenuto due lunghe conversazioni, che in quella sede sia lui, sia la madre della ragazza mentirono, nel tentativo di aiutare un amico in difficoltà dal momento che entrambi nutrivano sincera convinzione di innocenza. In quell’occasione l’uomo ha riferito che l’avvocato dell’Accetti insistette a lungo affinché i due accettassero di presentarsi come testimoni chiamati dalla difesa.
Infine, e non senza rilievo, la stessa sentenza ammette che “alcuni specifici accertamenti non sono stati svolti” e che “una certa area rimane oscura”. Tuttavia, la Corte ritiene che tale mancanza non possa pesare sull’imputato senza sovvertire il principio di presunzione di innocenza. Di conseguenza, nonostante la gravità delle omissioni investigative, si conclude che la responsabilità dolosa non è provata, e si opta per la configurazione colposa.
In questo scenario, si afferma che l’imputato “non ha potuto non rendersi conto” dell’investimento, ma si esclude che vi sia stata volontarietà nell’atto. Un equilibrio instabile tra ammissioni implicite e dichiarazioni contraddittorie, in cui gli elementi di maggior rilievo tecnico vengono via via assorbiti in una narrazione giuridicamente compatibile con l’errore. La decisione finale, pur corretta nella forma, si fonda su un principio di residualità e ciò che non è certo, si esclude. Ciò che è probabile, si relativizza. Ciò che resta, è giurisprudenza.
Le residenze di Marco Accetti
Il primo fra tali elementi riguarda, senza dubbio, la reale residenza di Marco Accetti all’epoca dei fatti.
Residenza di Marco Accetti come indicata nel procedimento del 1986
Nel corso del processo svoltosi nel 1986, l’appartamento sito in piazza Santa Emerenziana 2 viene indicato quale domicilio effettivo di Marco Accetti alla data del 20 dicembre 1983. Si tratta della residenza – fra quelle a lui disponibili – geograficamente più distante da viale America, nel quartiere Eur, ossia il luogo della scomparsa di Josè Garramon.
Tuttavia, nelle immediatezze del fermo, l’uomo riferisce ai carabinieri della stazione di Ostia di risiedere in via Curzio Malaparte, indirizzo significativamente più vicino alla zona dell’Eur.

Tale dichiarazione viene successivamente modificata, nel corso delle ore, dopo la sospensione dell’interrogatorio per sopraggiunti sviluppi investigativi, ovvero nel momento in cui all’indagato viene consentito il contatto con il proprio difensore. In tale frangente si assiste a una progressiva variazione dell’indirizzo dichiarato: dapprima via Goito 24, poi definitivamente piazza Santa Emerenziana 2.

A fronte di tali discrepanze, documentate in atti, gli inquirenti ritengono necessario acquisire chiarimenti. A farsi carico di fornire una spiegazione dell’instabilità anagrafica è il padre dell’indagato, Aldo Accetti, il quale, escusso dai carabinieri della Stazione Cecchignola di Roma nell’ambito di un verbale di sommarie informazioni in data 26 dicembre 1983, fornisce una ricostruzione dettagliata delle ragioni per cui il figlio risultasse formalmente residente in via Curzio Malaparte, pur abitando, di fatto, altrove:
«Nel 1973 ho fondato la Cooperativa “Nuova Oasi” per profughi della Libia con sede in Via Goito 24 e ne sono stato il presidente sino al 1980. – In tale epoca è seguita l’estromissione dell’impresa alla quale era stata appaltata la costruzione del fabbricato sociale in Piano di zona Laurentino 38 via Curzio Malaparte e successivo ricorso al Tribunale Civile di Roma per i danni causati da detta impresa per gravi inadempienze, per meglio tutelare gli interessi della Cooperativa mi sono dimesso dalla carica ed ho assunto quella di perito di parte presso il Tribunale Civile di Roma nella causa Nuova Oasi impresa Italtende. – Nel frattempo ho sottoscritto con la Cooperativa un contratto per la direzione dei lavori e l’organizzazione di tutte le pratiche amministrative proprie della Cooperativa ricevendo un compenso del 6,50% sull’importo totale dei lavori dell’importo totale dei lavori che ammonta circa a L. 1.200.000.000. – Nel contempo ho percepito dal Ministero del Tesoro un indennizzo per i beni perduti in Libia di circa 70.000.000. – Nella Cooperativa Nuova Oasi ho previsto per me ed i miei figli un appartamento ciascuno. – Essendo i lavori della costruzione del fabbricato sociale completati per la quasi totalità nel dicembre 1982 ed essendo subentrato la disposizione che i soci della cooperativa debbano occupare l’appartamento entro un anno dal certificato di ultimazione dei lavori. – In data 15/12/1983 ho chiesto alla XIII^ Circoscrizione il cambio del domicilio mio e dei miei figli […] tengo molto a precisare che dal giorno del nostro arrivo in Italia sia io che mia moglie, Marco e mia figlia, hanno sempre abitato con me sino alla data odierna in Piazza Santa Emerenziana n. 2, anche dopo che Marco si é sposato. – Per un breve periodo ho chiesto il trasferimento anagrafico di Marco in Via Goito 24 per non avere incompatibilità con l’attribuzione dell’appartamento in cooperativa in quanto Marco non poteva ottenerlo se aveva la mia stessa residenza. – Una camera dell’ufficio é stata adoperata per abitazione da sposi per crearsi un ambiente autonomo. – Tale situazione é stata subito scartata perché l’alloggio é in cattive condizioni – l’ufficio era continuamente frequentato da molte persone e pertanto non adattabile ad uso privato e la casa poi era anche molto vecchia ed usata anche come deposito di materiali con infissi rotti. – La soluzione era stata accettata fin quanto non si era provveduto ad affittare un altro alloggio in attesa di entrare in possesso della nuova casa della cooperativa di Via Curzio Malaparte e per lo stesso motivo non si é ritenuto fare opera di restaurazione dell’ufficio perché il padrone dell’edificio ha chiesto la restituzione dell’appartamento per fine contratto […]»
In sostanza, secondo quanto riferito da Aldo Accetti, il cambio di residenza del figlio sarebbe stato strumentale all’ottenimento dell’appartamento previsto per lui all’interno della Cooperativa Nuova Oasi. Il regolamento interno della cooperativa, infatti, disponeva che ciascun beneficiario dovesse risultare formalmente domiciliato nell’unità abitativa assegnata entro un anno dalla data di ultimazione dei lavori, pena la decadenza dal diritto acquisito. Inoltre, l’assegnazione non poteva perfezionarsi qualora il socio risultasse convivente con altro membro della cooperativa già titolare di un diritto di assegnazione.
Per evitare questa incompatibilità normativa, Marco avrebbe dovuto formalizzare il proprio trasferimento di residenza, distaccandosi anagraficamente dalla famiglia. In un primo momento, risultò trasferito presso i locali della cooperativa in via Goito 24: una sistemazione provvisoria, che si dimostrò ben presto impraticabile. L’ambiente, adibito anche a magazzino e sede operativa, risultava fatiscente e inadeguato alla permanenza continuativa, sia per le sue condizioni materiali sia per il costante via vai di persone estranee. Solo successivamente, in attesa dell’effettiva disponibilità dell’alloggio assegnato, Marco poté fissare la propria residenza in via Curzio Malaparte, in conformità alle disposizioni interne della cooperativa, così da non compromettere l’assegnazione dell’immobile.
Tale ricostruzione parve, evidentemente, sufficiente agli organi inquirenti, che non ritennero necessario verificare puntualmente la fondatezza delle affermazioni rese. Qualora ciò fosse avvenuto, sarebbe emersa immediatamente una prima anomalia. Se il capofamiglia si era attivato per ottenere un’abitazione per sé e altre due per i figli tramite la cooperativa, e se le regole imponevano che i beneficiari vi trasferissero la propria residenza entro un anno dalla conclusione dei lavori, non si comprende per quale motivo il cambio anagrafico abbia riguardato esclusivamente Marco, e non anche la figlia Laura né, tantomeno, il signor Aldo Accetti stesso, atteso che il certificato di ultimazione dei lavori reca datazione agli ultimi giorni del dicembre 1982.
La documentazione disponibile, peraltro, attesta che Laura Accetti risulta iscritta all’anagrafe in piazza Santa Emerenziana 2, mentre Aldo Accetti figura residente in via Goito 24. o meglio, dovrebbe risultare iscritto in via Goito, in realtà vi è Ciò, nonostante quanto riportato nel medesimo verbale:
I documenti ci indicano infatti che Laura Accetti risulta iscritta in Piazza Santa Emerenziana 2, mentre Aldo Accetti in via Goito 24, anche se nel verbale è riportata altra dicitura, ovvero: «Aldo, nato a Tripoli il 24/11/1926 residente a Roma Piazza Santa Emerenziana n. 2 Tel. 8394815 di fatto trasferitosi dal 15/12/1983 chiesto il trasferimento per Via Curzio Malaparte numero scala “A” interno 8, coniugato, separato», ma su questo tornerò a breve.

Da approfondimenti ho accertato che nessun immobile è mai stato intestato ad altri membri della famiglia che non fossero Aldo Accetti stesso, fino alla data del suo decesso, nel 2017. Solo un appartamento era stato effettivamente intestato al figlio Marco, sito proprio in Curzio Malaparte, unitamente al box, ma nell’anno 1985, proprio nel corso delle indagini per il processo relativo alla morte di Josè Garramon.
Risulta essenziale accertare con precisione il luogo di residenza effettivo di Marco Accetti, sia per valutare le distanze e i relativi tempi compatibili con un’eventuale ipotesi di sequestro del minore, sia per considerare la possibilità che l’uomo conoscesse la vittima già prima del tragico incidente. Come illustrano le mappe allegate, l’ipotesi che lo colloca in via Curzio Malaparte apre scenari investigativi significativamente diversi da quelli emersi in sede processuale.



In relazione alla residenza di via Curzio Malaparte, si rileva, nel confronto tra le dichiarazioni rese all’epoca da Aldo Accetti e quelle più recenti di Patrizia De Benedetti, ex compagna di Marco Fassoni Accetti, un ulteriore elemento di dissonanza.
Aldo Accetti, nella sua lunga relazione alle forze dell’ordine, afferma che gli appartamenti edificati dalla cooperativa Nuova Oasi in via Curzio Malaparte risultavano, già a dicembre 1983, ultimati da circa un anno. A supporto di tale affermazione viene citato un certificato di fine lavori datato dicembre 1982.

Il geometra, esule dalla Libia, aggiunge inoltre che gli alloggi erano già completamente arredati, fatta eccezione per alcune cucine che, come da accordi, sarebbero state acquistate dai singoli proprietari secondo preferenze personali.


Di segno opposto sono le affermazioni di Patrizia De Benedetti, la quale, pur sostenendo con fermezza che i rapporti con Accetti si fossero pressoché interrotti già nel 1981, che tra loro non vi fosse più alcun legame, e che la notte dell’omicidio di José Garramon lo accompagnò nella pineta di Castel Fusano per mero spirito caritativo — mossa a pietà per quel ragazzo costantemente solo e isolato — si esprime pubblicamente, attraverso i social, come figura ben informata non solo sulla vita privata del fotografo romano, ma anche sui dettagli inerenti allo stato dei lavori dei cantieri della famiglia Accetti.

In particolare, in riferimento al complesso di via Curzio Malaparte, interviene ripetutamente con commenti social nei quali si premura di specificare le modalità operative delle cooperative edilizie romane degli anni Ottanta, — che nel caso in questione non coincide assolutamente con la modalità riferita da Aldo Accetti- nonché le condizioni del cantiere in questione, che a suo dire sarebbe stato ancora in piena attività, tra polvere e calcinacci.

Tuttavia, i dati oggettivi sembrano avvalorare la versione di Aldo Accetti: sia per la presenza del certificato di ultimazione dei lavori datato dicembre 1982, sia per il fatto che, nell’elenco telefonico dell’epoca, più membri della famiglia Accetti risultano aver attivato un’utenza in quella palazzina sia, infine, per la circostanza documentata che proprio in uno di quegli appartamenti, il 23 settembre 1983, venne a mancare uno degli zii paterni di Marco Accetti, Vincenzo — detto Vincenzino — successivamente tumulato al cimitero di Prima Porta.
È indubbio che anche la ricostruzione fornita dal geometra tripolino sollevi non poche perplessità. I criteri previsti dal regolamento della cooperativa Nuova Oasi per l’attribuzione degli immobili appaiono, per alcuni aspetti, decisamente sui generis, nella parte in cui consentirebbero l’assegnazione degli appartamenti anche a più componenti dello stesso nucleo familiare, a condizione che risultino iscritti anagraficamente a indirizzi differenti. Tuttavia, tali domicili, entro un anno dalla certificazione di ultimazione dei lavori, devono essere trasferiti presso la residenza corrispondente all’immobile assegnato, che in questo caso si colloca all’interno del medesimo stabile.
Risulta piuttosto arduo rintracciare una logica sottesa a tale previsione, che potrebbe acquisire un minimo di coerenza solo qualora fosse finalizzata a limitare il numero di alloggi ottenibili dallo stesso nucleo familiare — vincolo che, tuttavia, non viene indicato in alcuna parte del regolamento. Allo stesso modo, non si rinviene alcun riferimento all’effettiva dimora degli intestatari al momento dell’assegnazione, rendendo ancor più criptico il nesso tra residenza e diritto all’ottenimento dell’alloggio.
Non sono, allo stato attuale, nelle condizioni di comprovare l’inattendibilità delle dichiarazioni rese da Aldo Accetti in merito al suddetto regolamento. Posso tuttavia affermare con assoluta certezza che non può corrispondere al vero la dicitura riportata nel verbale di sommarie informazioni, nella parte in cui vengono precisate le generalità del deponente — citazione testuale già riportata in precedenza e fedelmente riprodotta anche nella copia documentale presente in questa immagine — relativa a una presunta richiesta di trasferimento.

In Italia, negli anni Ottanta come oggi, la procedura per il cambio di residenza è univoca e non ha subito modifiche sostanziali nel tempo: il cittadino comunica agli uffici anagrafici del Comune la variazione del proprio indirizzo solo dopo essersi effettivamente trasferito. Segue, nei giorni successivi, l’accertamento obbligatorio da parte della polizia municipale — all’epoca identificata come corpo dei vigili urbani — volto a verificare che il soggetto risieda stabilmente presso il recapito dichiarato.
Non è mai esistita una prassi in base alla quale l’interessato possa preannunciare all’anagrafe l’intenzione futura di trasferirsi in un’altra abitazione, né tantomeno è mai stata prevista la possibilità di inoltrare una richiesta di trasferimento. Una simile procedura, se attuata, costituirebbe addirittura una violazione del diritto costituzionalmente garantito alla libertà di movimento.
Anche l’affermazione di Aldo Accetti circa una “richiesta di trasferimento” relativa alla residenza dei due figli non può trovare riscontro in alcun dispositivo normativo. Ogni cittadino maggiorenne, in possesso della piena capacità giuridica e fisica, è tenuto infatti a comunicare personalmente agli uffici anagrafici il sopravvenuto mutamento della propria dimora abituale.


Pur trattandosi di un dettaglio secondario, va rilevato che anche la residenza di Aldo Accetti presenta elementi di incertezza. Risulta inoltre che l’utenza telefonica intestata sia a lui sia al figlio Marco fosse attiva già dal luglio 1983, ossia diversi mesi prima rispetto alla data indicata dallo stesso Accetti come momento della sua “richiesta di trasferimento“.
A fronte di tali incongruenze, è del tutto legittimo porsi alcuni interrogativi: quali siano le ragioni che spingono oggi Patrizia De Benedetti a insistere pubblicamente sull’impossibilità che Marco Accetti avesse fissato stabile domicilio in via Curzio Malaparte e, in parallelo, quali motivazioni abbiano indotto il padre dell’imputato a fornire dichiarazioni non veritiere pur di giustificare quell’indirizzo. L’unica certezza documentabile, in questo quadro, è l’effettiva abitabilità degli alloggi di via Curzio Malaparte — a dispetto di quanto oggi sostenga Patrizia De Benedetti — comprovata dall’attivazione delle utenze telefoniche, dimostrate dai numeri e nominativi presenti negli elenchi telefonici già dal mese di luglio 1983, dalla certificazione di ultimazione dell’intervento edilizio e, non ultimo, dalla morte dello zio di Marco Accetti, Vincenzino, deceduto — come già precedentemente ricordato — nella propria abitazione situata proprio all’interno del complesso residenziale di via Curzio Malaparte.
Infine, ed è l’interrogativo di maggior peso, ci si chiede come sia stato possibile che gli inquirenti non abbiano rilevato — e conseguentemente, né tanto meno doverosamente approfondito — tali manifeste anomalie. Anomalie a cui se ne aggiunge un’ultima, quella forse di maggior rilievo ossia la perquisizione dell’interno sbagliato.
L’assegnazione degli appartamenti da parte della cooperativa seguiva criteri rigidamente normati. La quasi totalità delle unità risultava già completata e formalmente attribuita, e buona parte era effettivamente abitata e dotata di utenza telefonica attiva, compresa quella destinata a Marco Accetti.

Il 27 dicembre 1983, su mandato della Procura, i Carabinieri eseguono una perquisizione presso il complesso di via Curzio Malaparte. L’intervento ha luogo all’interno 16, scala B. Il verbale redatto in quell’occasione descrive l’appartamento come disabitato: non arredato, ricoperto di segatura e polvere. Tuttavia, da accertamenti condotti presso il catasto e l’Agenzia delle Entrate, risulta che l’immobile intestato a Marco Accetti non corrisponde all’interno 16, ma all’interno 14 della medesima scala. Si tratta quindi di una perquisizione effettuata in un appartamento non pertinente, errore tanto rilevante quanto inspiegabilmente ignorato.

L’interno 14 risulta invece da mesi servito da linea telefonica attiva, intestata a Marco Accetti e riportata regolarmente nell’elenco telefonico di Roma per l’anno 1983-1984. Lo stesso vale per altri membri della famiglia, tra cui lo zio Vincenzo, deceduto nel proprio appartamento situato all’interno del medesimo complesso. Considerando che non tutte le unità immobiliari risultano dotate di utenza attiva, la presenza della linea può essere letta come un indizio oggettivo di effettiva abitabilità.
Il mancato accertamento della residenza effettiva di Marco Accetti, a causa della perquisizione eseguita in un’unità diversa da quella a lui intestata, rappresenta una grave omissione. Se tale residenza fosse stata verificata con precisione, le conclusioni dell’indagine relative alla morte di un bambino di dodici anni avrebbero potuto richiedere una revisione sostanziale.
I testimoni – Patrizia De Benedetti
Un altro aspetto che non può non suscitare sconcerto è la questione dei testimoni, che ha riportato anomalie tali da sollevare seri dubbi sull’intero impianto istruttorio.
Partiamo da Patrizia De Benedetti, presente in aula in qualità di testimone. Ricordo che la donna, fermata in via Cilea in compagnia di Marco Accetti la notte dell’omicidio Garramon, non fu mai indagata; non venne analizzato il suo giaccone, che presentava — seppur minime — tracce ematiche all’altezza della scapola; né furono ascoltate le persone da lei stessa indicate come alibi per la serata del 20 dicembre 1983.
Come già ampiamente documentato, in sede processuale la testimone è caduta più volte in contraddizione, fornendo anche informazioni che oggi risultano non corrispondenti alla verità o smentite dalle sue stesse dichiarazioni attuali. Per approfondire questi aspetti, si rimanda ai link degli articoli dedicati 1, 2, 3, 4, 5.
In questa circostanza mi limito ad evidenziare un solo elemento, a mio avviso di estrema gravità, emerso nel corso della testimonianza dell’ex compagna dell’Accetti. In sede dibattimentale, interrogata dal Presidente circa il funzionamento del furgone Ford Transit, la teste fa riferimento a un dettaglio tecnico mai reso pubblico: l’avvenuto distaccamento della ventola dal motore.
Il Presidente coglie immediatamente l’anomalia e le domanda, in maniera esplicita, se avesse avuto accesso agli atti processuali. La donna, visibilmente esitante, ammette infine di aver letto i documenti. L’unica alternativa a tale ammissione — ossia che fosse a conoscenza del distacco della ventola per aver visto direttamente il mezzo in quella specifica condizione — avrebbe comportato, implicitamente ma in modo inequivocabile, la sua presenza sul luogo del crimine o nelle immediate vicinanze temporali del fatto.

Nonostante questa pubblica ammissione di un comportamento vietato e illecito, resa in aula e sollecitata dal Presidente stesso, l’audizione prosegue regolarmente, senza interruzioni, rilievi o verbalizzazioni. La circostanza che la testimone, legata all’imputato da un rapporto personale pregresso, abbia avuto accesso agli atti del procedimento prima della propria deposizione — con ogni probabilità su iniziativa dell’imputato stesso o di un suo familiare — costituisce una violazione rilevante dell’equilibrio processuale e compromette in modo serio la genuinità della prova.

Non solo viene infranto il principio per cui il testimone deve riferire fatti di diretta conoscenza, ma l’intera dinamica rivela un possibile disegno per orientare la testimonianza in modo funzionale alla linea difensiva. La condotta descritta configura, qualora ne siano accertati gli elementi soggettivi, il reato di favoreggiamento personale (art. 378 c.p.) e può, laddove emerga un’alterazione consapevole dei contenuti della deposizione, integrare anche il delitto di falsa testimonianza (art. 372 c.p.).
In un contesto processuale conforme ai criteri minimi di legalità e terzietà, il giudice avrebbe dovuto sospendere immediatamente la deposizione, accertare in contraddittorio l’origine della conoscenza, verbalizzare l’accaduto e disporre la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica per le valutazioni del caso. La mancata reazione da parte dell’organo giudicante e delle parti presenti in aula rappresenta una grave anomalia procedurale e un pregiudizio irreversibile per la regolarità dell’istruttoria dibattimentale, tanto più in un procedimento per omicidio, in cui la tutela dell’integrità probatoria assume valore primario e irrinunciabile.
I Testimoni – Gherardo Gherardi e Magdalena Chindris
Il processo per la morte del piccolo Josè Garramon si è concluso con una condanna per omicidio colposo aggravato e omissione di soccorso. Una sentenza che ha lasciato, però, più domande che certezze. Già nelle motivazioni, il giudice manifesta forti dubbi:
«Sulla base degli elementi acquisiti la corte ritiene di dover affermare – non senza sofferenza e inquietudine per gli aspetti oscuri e ambigui che rimangono su una vicenda drammatica, ma con una consapevole serena coscienza – che non sussiste prova adeguata e convincente delle gravi accuse contestate all’imputato a conclusione dell’Istruzione».
Ma a determinare la svolta cruciale del processo – e quindi la derubricazione dell’accusa da omicidio volontario a colposo – è una testimonianza chiave, su cui è lo stesso giudice a esprimere forti riserve:
«Non solo: se la deposizione del teste Gherardi – sulla cui attendibilità una riserva non può non essere formulata per la gravità con la quale è stato indotto dall’imputato, il quale prima aveva adombrato la possibilità di essere stato notato, all’uscita da casa, dal portiere –, dovesse ritenersi verace, allora dovrebbe concludersi che più di una carenza di prova, sussisterebbe la prova contraria. Partendo alle 18,30 da S. Emerenziana, infatti, l’imputato non avrebbe avuto il tempo di incontrarsi con il ragazzo Garramon prima del momento tragico dell’investimento.»
Questo passaggio, straordinariamente grave, è il vero spartiacque del processo. Il giudice, pur riconoscendo apertamente le forzature e le incongruenze che caratterizzano la testimonianza di Gherardi – e ammettendo il rischio di una manovra orchestrata da parte dell’imputato – finisce per considerare quella deposizione sufficiente a sollevare il dubbio che cambia tutto. Non si parla più di omicidio volontario, ma di colposo. Il confine tra dolo e colpa viene offuscato da un racconto pieno di ambiguità, che salva l’imputato dalla più grave delle accuse.
Il portiere smentisce di aver visto l’imputato uscire di casa all’orario compatibile con l’omicidio. È a quel punto che Accetti si affida a Gherardo Gherardi, fotografo con studio a 100 metri dalla sua abitazione. Gherardi dichiara che tra le 18.00 e le 18.30 del 20 dicembre 1983, Accetti si trovava nel suo laboratorio. Una testimonianza che risulta anomala per lucidità e prontezza, soprattutto in relazione al fatto che, a detta dello stesso fotografo, il rapporto con l’imputato era esclusivamente di tipo commerciale.
La ricostruzione offerta da Gherardi è piena di dettagli – orari, contenitori per cineprese, riflessioni sui tempi di percorrenza – ma si rivela contraddittoria: prima sostiene che Accetti prese in prestito un contenitore, poi afferma che nessuna delle borse disponibili faceva al caso suo. Non ricorda esattamente la tipologia di attrezzatura, ma si dilunga nel descrivere il tipo di fotografie che l’imputato era solito realizzare: anziani, roulotte, gruppi di ragazzini – elementi che sembrano aderire a una scenografia.
La seconda testimone, Julieta Andrada Magdalena Chindris, compagna di Gherardi all’epoca, fornisce a sua volta una deposizione fantasiosa e contraddittoria: si dichiara solo amica del fotografo, ma convive con lui; dice di frequentare saltuariamente il laboratorio, mentre in realtà vi lavorava stabilmente. Racconta con enfasi della fiducia che riponeva in Marco Accetti, tanto da affidargli la figlia per uscite e fotografie. Accetti stesso confermerà, in un’intervista avvenuta molti anni dopo, la sua attrazione per ragazzine dai 13 anni in su, dichiarando apertamente la sua passione per soggetti giovanissimi, pur negando qualsiasi coinvolgimento in atti pedofili.
Eppure, nonostante queste incongruenze (per approfondimenti rimando a questo articolo), il Tribunale sceglie di valorizzare la testimonianza di Gherardi. Lo fa con piena consapevolezza delle sue ambiguità, ma ritiene che essa basti a smontare l’accusa di dolo. Ed è proprio qui che si compie il capovolgimento del processo: la verità giudiziaria si costruisce sul dubbio, su una testimonianza fragile, ritenuta tuttavia sufficiente a invalidare le accuse più gravi.
«La complessiva dinamica delle molteplici circostanze fin qui fatta è più che sufficiente a dimostrare la consapevolezza dell’imputato che egli aveva investito un pedone che abbandonava consapevolmente sulla strada […]».
Un’affermazione che sembra voler ribadire una responsabilità morale – l’Accetti era cosciente di ciò che aveva fatto –, ma che non basta a sostenere la volontarietà del gesto. L’omicidio volontario crolla, sotto il peso di un orario incerto.
Anche alla luce di queste deposizioni, non possiamo esimerci dal sollevare quesiti sull’operato degli inquirenti nella fase preliminare, così come sull’attenzione dimostrata dalla Corte durante il dibattimento. Nella documentazione in mio possesso, infatti, non risulta alcun verbale di sommarie informazioni contenente le dichiarazioni del custode dello stabile situato in piazza Santa Emerenziana 2. Né risulta che tale figura – il cui nominativo non compare mai, essendo indicata unicamente con la generica locuzione “il portiere dello stabile” – sia stata sentita nel corso del procedimento. Eppure, si tratta dell’uomo che, stando a quanto riferito, avrebbe fin da subito affermato di non aver mai visto Marco Accetti uscire dall’edificio in cui dichiara di abitare. Considerata la persistente ambiguità circa l’effettiva residenza dell’imputato, l’audizione del custode avrebbe potuto fornire elementi chiarificatori tanto rilevanti quanto necessari.
Appare altresì singolare che nessuno dei componenti della Corte abbia rilevato, nel corso dell’udienza, che i testimoni Gherardi e Chindris, escussi lo stesso giorno, in successione, all’epoca convivessero. Nonostante la donna eviti ogni riferimento al loro legame sentimentale, limitandosi a parlare di una “buona amicizia”, entrambi indicano – come risulta inequivocabilmente dagli atti – lo stesso indirizzo e numero civico.


Com’è possibile che tale circostanza sia sfuggita all’attenzione dei giudici? Una semplice verifica avrebbe inoltre consentito di accertare che la signora non frequentava saltuariamente il negozio di fotografia di Gherardi, come da lei sostenuto, bensì vi lavorava con continuità, condividendone la conduzione con l’uomo. Analogamente, un confronto anche sommario tra le rispettive versioni avrebbe fatto emergere una discrepanza significativa circa il rapporto con l’imputato: Gherardi dichiara di conoscerlo da pochi mesi e di aver intrattenuto con lui un mero legame commerciale, mentre Magdalena, facendo risalire la frequentazione a un periodo ben più remoto, menziona persino un pranzo che Accetti avrebbe consumato presso la sua abitazione (che coincideva con quella di Gherardi), mettendo così in discussione la narrazione offerta dal compagno, che descriveva un rapporto assai più superficiale e formale.
Non meno rilevanti appaiono le incongruenze nelle affermazioni della stessa Chindris, la quale, da un lato, sostiene di nutrire piena fiducia in Accetti al punto da affidargli la figlia; dall’altro, tuttavia, riferisce che l’uomo avrebbe manifestato atteggiamenti di natura “morbosa” nei confronti della minore – allora in età preadolescenziale – anche nell’ambito di un’attività teatrale che si svolgeva all’interno di un piccolo “teatrino” allestito dallo stesso Accetti nel suo appartamento di Santa Emerenziana.

Tali iniziative, secondo quanto dichiarato, coinvolgevano numerosi altri bambini accompagnati dai rispettivi genitori. Questo dettaglio, di per sé già singolare, risulta ancor più sconcertante se si considera che, all’epoca, l’uomo si trovava sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari. È noto, infatti, che chi si trova in tale regime non può ricevere visite da parte di soggetti estranei, se non nei limiti rigorosamente previsti e previa apposita autorizzazione.
Un’anomalia analoga emerge anche dalle dichiarazioni dell’ex compagna, Patrizia De Benedetti, la quale riferisce di aver collaborato con l’imputato nell’allestimento del teatrino e di aver presenziato alle sedute che egli teneva con lo psicologo all’interno della propria abitazione. La donna giustifica la propria presenza affermando di dover “dare il cambio al padre” di Accetti e di interfacciarsi con i carabinieri che quotidianamente effettuavano i controlli, al fine di garantire che, durante le sedute, non si verificassero interruzioni, in ottemperanza alle richieste del professionista. Su quest’ultimo punto si imporrebbe un ulteriore approfondimento, che tuttavia esula dal presente contesto.
È inquietante constatare come un processo per la morte di un bambino di dodici anni possa reggersi su due testimonianze piene di vuoti e contraddizioni. Il dubbio benefico all’imputato ha superato il bisogno di coerenza e verità. E se è vero che in uno Stato di diritto si è innocenti fino a prova contraria, è altrettanto vero che non si dovrebbe giungere a sentenze tanto cruciali attraverso scenari così confusi e testimonianze così chiaramente indirizzate.
In un sistema ideale, la dichiarazione:
«…sulla cui attendibilità una riserva non può non essere formulata…»
avrebbe dovuto rappresentare un campanello d’allarme, non un appiglio per il proscioglimento dal dolo. Invece è divenuta la chiave di volta per chiudere frettolosamente una vicenda che, a distanza di anni, lascia ancora aperte troppe ferite e troppe domande.
I testimoni – Stefano Coccia
Alla serie di dichiarazioni che avrebbero dovuto suscitare, sin dalle primissime fasi dell’indagine e in seguito nel corso del dibattimento, un’attenta valutazione e un’approfondita verifica da parte degli organi inquirenti e della magistratura giudicante, si è aggiunto il contributo di Stefano Coccia, all’epoca dei fatti un bambino di soli dieci anni. Il suo nome era emerso nel contesto investigativo in seguito alle perquisizioni effettuate presso diversi immobili riconducibili alla famiglia Accetti, durante le quali erano stati repertati alcuni numeri telefonici. Per comprendere la provenienza di tali contatti e valutarne la presenza negli appunti sequestrati, i titolari delle utenze erano stati convocati singolarmente e invitati a presentarsi presso la caserma dei Carabinieri. Tra costoro figurava anche Coccia, malgrado la sua giovanissima età.
Il 30 marzo 1984, Stefano Coccia, ormai dodicenne, era stato ascoltato presso il Nucleo Operativo e Radiomobile di Ostia Lido. In quell’occasione, aveva raccontato che circa due anni prima aveva notato un uomo – che, in seguito, aveva riconosciuto fotograficamente in Marco Accetti – camminare lentamente nei pressi del salone di parrucchiera della madre, ubicato a Piazzale Enrico Dunant n. 23-25, Roma. L’individuo, pur rimanendo in silenzio, lo aveva fissato con insistenza, senza però avvicinarsi né rivolgergli la parola. Ciò che lo aveva colpito in modo particolare era stato il fatto che l’uomo tenesse entrambe le mani infilate nelle tasche del soprabito, gesto che aveva suscitato in lui un senso di inquietudine.
In quel medesimo frangente, Coccia aveva constatato di aver smarrito un piccolo taccuino personale, nel quale erano annotati il numero di telefono e l’indirizzo della propria abitazione. Tale coincidenza lo aveva spinto a supporre che l’uomo potesse averlo trovato e, di conseguenza, aver ricavato i suoi dati personali. Questa ipotesi aveva ricevuto un’apparente conferma circa una settimana dopo, quando – mentre si trovava da solo in casa – aveva ricevuto una telefonata anonima da parte di una voce maschile adulta, la quale si era limitata a domandare: «Sei Stefano?», per poi riagganciare immediatamente non appena egli aveva risposto affermativamente. Da allora, non aveva avuto più alcun contatto con tale interlocutore, ma nella sua deposizione aveva lasciato intendere di ritenere plausibile che l’autore della chiamata fosse lo stesso individuo incrociato in precedenza davanti al salone.
Successivamente, nel corso del procedimento relativo alla morte di Josè Garramon, Stefano Coccia – nel frattempo quattordicenne – era stato convocato come testimone davanti alla Corte, fornendo però una versione dei fatti completamente difforme rispetto a quella già resa ai Carabinieri. La sua deposizione suscita perplessità fin dall’inizio.
Alla consueta domanda di rito: «Conferma quanto ha dichiarato ai Carabinieri e al Giudice Istruttore?», il ragazzo non aveva fornito una risposta diretta. Tuttavia, tale omissione, che in un contesto processuale avrebbe dovuto destare attenzione, non aveva scaturito alcuna reazione da parte del Presidente del Collegio, il quale aveva proseguito l’interrogatorio senza ulteriori rilievi.

Nel nuovo resoconto, Coccia non aveva più fatto menzione dell’uomo silenzioso che lo aveva osservato attraverso la vetrina, ma aveva dichiarato sotto giuramento che l’imputato lo aveva fermato direttamente in Corso Vittorio Emanuele – cambiando totalmente il luogo dell’incontro–, mentre era in compagnia di una giovane donna. In quell’occasione, secondo il racconto, l’uomo gli avrebbe proposto di posare per alcune fotografie, proposta che Coccia aveva ritenuto interessante al punto di acconsentire a scambiare il proprio numero telefonico. In questa nuova versione, non vi era più alcun riferimento né all’agendina smarrita né alla telefonata ricevuta, la cui origine – prima attribuita implicitamente all’uomo – veniva ora banalizzata come possibile scherzo di coetanei.
Colpisce profondamente constatare non solo l’assoluta assenza di interesse per la mancata conferma alle precedenti dichiarazioni, ma anche la totale inerzia della Corte nell’accertare quale delle due versioni collimasse con la realtà e quali potessero essere le cause che avevano spinto un adolescente a mutare radicalmente la propria narrazione. In proposito, merita particolare attenzione un dettaglio emerso durante l’udienza: malgrado i reiterati richiami del Presidente a rivolgersi unicamente alla Corte, il giovane testimone si era voltato più volte verso l’imputato, quasi a cercare un cenno di approvazione per quanto stava riferendo.

Marco Accetti, interrogato dal Giudice Istruttore dott. D’Angelo il 14 maggio 1983, dichiarò di aver avvicinato il giovane Coccia in corso Vittorio Emanuele II per proporgli di posare come modello per un servizio fotografico, affermando che, in quell’occasione, era accompagnato da Patrizia De Benedetti. Dalla documentazione in mio possesso non risulta che, nel corso dell’istruttoria, sia stata acquisita la testimonianza della De Benedetti per verificarne l’effettiva presenza, né che sia stato richiesto a Coccia di identificare la donna che si trovava accanto al fotografo romano.
La circostanza assume particolare rilievo, poiché, se fosse confermata la presenza della De Benedetti, ci si troverebbe di fronte alla medesima coppia fermata nella notte in cui perse la vita José Garramón, in un contesto che coinvolgeva direttamente un minore. Un simile riscontro contraddirebbe la versione sostenuta dalla De Benedetti sin dal fermo avvenuto in via Cilea, secondo la quale i rapporti con Accetti si sarebbero interrotti già nel 1981, fatta eccezione per rari contatti telefonici e saltuari incontri.
I testimoni – Paolo Brunetti
Nel corso dell’audizione del 24 dicembre 1983, la signora Maria Laura Bulanti raccontò ai Carabinieri un episodio riferitole alcune settimane prima dal figlio Josè: nella scuola che frequentava, un giovane di circa 25 anni – che si occupava della gestione del chiosco interno – avrebbe ceduto hashish e marijuana agli studenti delle classi superiori. Il ragazzo in questione era noto agli alunni come “Massimino”: si trattava di Massimo Brunetti.

L’episodio aveva turbato la signora Bulanti che ne discusse in famiglia e anche con la madre di un compagno di classe di Josè, il cui figlio aveva a sua volta parlato in casa di consumo di alcolici forniti dal gestore del chiosco agli studenti. Le donne presero in considerazione di prendere contatto con professori e dirigenza scolastica, ma decisero di soprassedere quando Josè, il giorno seguente, riferì che il giovane del chiosco non si era più visto. In effetti, Massimo Brunetti venne allontanato, ma la scuola, evitando ogni accenno al presunto episodio di spaccio, farà sapere in seguito che la motivazione era legata alla mancanza di requisiti igienici del punto ristoro.
Quella mattina, Josè aveva chiesto di non andare a scuola. Disse alla madre che sarebbe stata una giornata “inutile”, in quanto era previsto solo un momento conviviale, essendo l’ultimo giorno prima delle vacanze natalizie. Tuttavia, la Bulanti riferì di aver avuto il sospetto che il vero motivo fosse un altro. Josè appariva turbato e la sua richiesta le era parsa anomala.
Il 26 dicembre i Carabinieri convocano non Massimo, ma il fratello maggiore Paolo Brunetti. Massimo, in quel momento, si trovava a Campo Felice, ospite già dal 24 dicembre, in una casa di proprietà della famiglia della fidanzata, Nicoletta, anch’ella romana di Torrevecchia. Paolo dichiara di non sapere l’indirizzo preciso e aggiunge che il fratello sarebbe rientrato il giorno successivo o forse addirittura quella stessa sera. Di Massimo si conoscono nome, attività, luogo in cui operava, motivo (ufficiale) dell’allontanamento e località in cui si trova al momento della convocazione. Eppure, non verrà mai sentito.
Personalmente non ho memoria di episodi simili in sede di indagine istruttoria. Ha dell’incredibile la decisione di convocare un parente non essendo disponibile l’interessato, soprattutto dal momento che quest’ultimo non è stato invitato a presentarsi nemmeno in un momento successivo, e che sarebbe stato a disposizione delle forze dell’ordine già il giorno successivo all’audizione del fratello.

Anche rispetto a questa vicenda non possono che sorgere interrogativi; né risulta possibile archiviare l’episodio come semplice conseguenza della scarsa rilevanza del soggetto coinvolto. Da un lato, infatti, l’assenza di un adeguato approfondimento impedisce di formulare qualsiasi conclusione; dall’altro, in relazione a Brunetti, emerge ancora una volta dalla testimonianza della Bulanti un elemento che non può non destare curiosità.
La donna riferisce infatti ai Carabinieri che, pochi giorni dopo il mortale incidente del figlio maggiore, il fratello minore di Josè, Francisco — anch’egli iscritto presso la Saint George — racconta alla madre di essere venuto a conoscenza, anche lui, della questione dello spaccio da parte del Brunetti, e che in tale contesto associa il nome di un certo Marco, pur non essendo in grado di dire se si tratti della medesima persona allontanata. La circostanza appare quantomeno singolare e avrebbe dovuto incuriosire — e spingere ad approfondire — anche in considerazione del fatto che l’individuo imputato per la morte di Josè Garramón, l’Accetti, risponde proprio al nome di Marco.
Alla luce di quanto illustrato finora, possiamo però concludere che la decisione di convocare Paolo Brunetti si armonizza perfettamente con l’impianto generale delle indagini e del processo: incoerente, approssimativo e segnato da omissioni così sistematiche da risultare, a tratti, grottesche.
Altre anomalie
Accetti, i vetri e le telecamere
Tra le numerose anomalie che, sorprendentemente, non hanno suscitato alcun approfondimento nel corso delle diverse fasi processuali, merita particolare attenzione la questione relativa al parabrezza del Ford Transit, andato in frantumi. Grazie alle perizie tecniche e agli accertamenti eseguiti nel tentativo di ricostruire la dinamica dell’incidente, è emerso che una parte significativa delle schegge del vetro, presumibilmente esploso a seguito dell’impatto con il corpo del minore, si è proiettata all’interno dell’abitacolo.
Rispetto a tali frammenti, risulta imprescindibile sollevare almeno due interrogativi fondamentali. Il primo riguarda le micro-tracce ematiche rilevate su alcune di queste schegge: a chi appartiene quel sangue? La mancata analisi di tali residui impedisce tuttora di attribuirne con certezza la provenienza.
È evidente che, se appartenessero alla giovane vittima, ciò corroborerebbe la versione dei periti circa l’impatto, rafforzando la ricostruzione ufficiale dell’accaduto. Viceversa, qualora le gocce di sangue fossero riconducibili all’imputato, si aprirebbero scenari ben diversi. Potrebbero infatti derivare dalla ferita al dito che egli stesso ha dichiarato di essersi procurato durante la rimozione dei vetri rimasti incastrati nella guarnizione del mezzo. In tal caso, l’assenza totale di sangue riconducibile al bambino getterebbe una luce assai critica non solo sulla dinamica ipotizzata, ma anche sul reale coinvolgimento del veicolo indicato nella perizia.
In proposito, occorre ricordare che sul luogo dell’impatto, oltre ai frammenti di vetro e alla ventola rossa, sono stati repertati anche residui di vernice grigia, evidentemente appartenenti alla carrozzeria di un secondo veicolo mai identificato né esaminato. Tali tracce risultano incompatibili con il Ford Transit, la cui colorazione è azzurra. A chi apparteneva dunque quell’altro mezzo? E quale fu il suo effettivo ruolo nella dinamica dei fatti?
Destano ulteriori perplessità le condizioni in cui venne ritrovato Marco Accetti subito dopo l’evento: il suo volto appariva completamente privo di ferite, escoriazioni o lesioni cutanee, nonostante l’avvenuta esplosione del parabrezza all’interno del veicolo. Come spiegare un’integrità tanto sorprendente in simili circostanze? Le ipotesi plausibili sono essenzialmente due: o l’uomo non si trovava effettivamente alla guida del mezzo, oppure il suo viso era in qualche modo protetto al momento dell’urto. In tal caso, resta da chiarire se egli indossasse un dispositivo di copertura – come una maschera o un passamontagna – circostanza che contrasterebbe con la versione da lui fornita, secondo cui era diretto verso Ostia per discutere un servizio fotografico con una modella. Oppure, più verosimilmente, il volto poteva essere schermato da un oggetto, come una macchina fotografica o una videocamera.
Sappiamo che l’uomo era effettivamente in possesso di entrambi gli strumenti, utilizzati per la sua attività professionale, ma rimane oscuro il motivo per cui li stesse impugnando proprio nell’istante dell’impatto. Cosa stava riprendendo? Cosa intendeva eventualmente documentare? È noto, inoltre, che al momento del controllo effettuato dai Carabinieri in via Cilea, venne rinvenuto materiale fotografico, del quale tuttavia non rimane traccia negli atti ufficiali né si fa menzione nel corso del dibattimento. Un’assenza inspiegabile, che priva la vicenda di un ulteriore tassello potenzialmente determinante.
La busta e la 127 amaranto
È accertato che, intorno alle ore 04:00 del mattino, Marco Accetti e Patrizia De Benedetti vengono fermati dai Carabinieri in via Cilea mentre si trovano a bordo di una Fiat 127, formalmente intestata ad Aldo Accetti, ma in uso abituale ai due figli, Laura e Marco. In tale circostanza, i militari rinvengono all’interno dell’abitacolo una busta contenente una somma in contanti, in banconote, della quale l’imputato dichiara essere legittimo proprietario.
Dagli atti giudiziari non risulta alcun approfondimento in merito, né emergono richieste di chiarimento sulla provenienza di tale disponibilità economica, che viene menzionata esclusivamente dall’Accetti nelle sue dichiarazioni rese durante l’istruttoria dibattimentale. Questo elemento, tutt’altro che irrilevante, non viene riportato né nel verbale redatto la mattina del 21 dicembre 1983, né nelle successive informative e relazioni redatte dalle forze dell’ordine in seguito all’emissione del provvedimento di fermo dell’investitore del piccolo Josè.

Permane dunque un interrogativo legittimo: per quale ragione Accetti era in possesso di quella somma e perché era conservata in una busta? Non può essere esclusa, anzi è stata espressamente ipotizzata anche molti anni dopo da un funzionario di polizia, la possibilità che si trattasse della contropartita per un incarico ricevuto dall’uomo, come ad esempio il rapimento del minore al fine di consegnarlo a un soggetto dalla sessualità deviata.
Quanto alla Fiat 127 di colore amaranto, resta da comprendere per quale motivo non fu anch’essa sottoposta a sequestro per consentire gli accertamenti tecnici del caso, analogamente a quanto sarebbe stato doveroso nei confronti del materiale e dell’attrezzatura in essa custoditi. Tale omissione risulta ancor più grave se si considera quanto oggi afferma lo stesso Accetti, ovvero che, quella notte, dopo l’incidente, non fece ritorno a Roma, contrariamente a quanto sostenuto durante il procedimento svoltosi quarant’anni prima.
Se, viceversa, tale ricostruzione non dovesse corrispondere al vero, occorrerebbe allora chiarire con quale dinamica quella somma di denaro sia stata collocata a bordo dell’autovettura, la quale, sulla base degli atti, non risulta essere stata raggiunta dal furgone abbandonato, né tantomeno risulta essere stata utilizzata da Marco Accetti durante il giorno, essendo invece rimasta in uso esclusivo della sorella Laura.
Patrizia e le anomalie procedurali
Per quanto al limite del possibile, le anomalie e i mancati accertamenti in fase istruttoria e in sede processuale, non sono ancora finite. Non andrò a ribadire le criticità già ampiamente trattate negli articoli precedenti, come il mancato confronto tra Aldo e Laura Accetti con Patrizia De Benedetti rispetto le contrastanti versioni delle telefonate intercorse intorno all’una di notte del 21 dicembre (qui). Parimenti al mancato confronto ancora una volta tra la De Benedetti e il maresciallo Spalletta che ha negato, così come gli altri agenti in servizio in quel frangente, che la mattina del controllo dei due fermati in via Cilea, presso la Stazione di Ostia, fosse intervenuto un “funzionario”.

Funzionario, termine che utilizzò genericamente all’epoca l’ex compagna dell’Accetti, ma che oggi sostiene fosse il magistrato Domenico Sica. Questo fantomatico uomo fa il suo ingresso nella vicenda dopo oltre un anno, ossia quando il fotografo romano si trova a dover motivare la sua presenza, a quell’ora di sera, nella pineta di Castel Fusano (qui).
Si rammenta, a tale proposito, che Patrizia De Benedetti – fermata insieme a Marco Accetti nella notte in cui si verificò l’incidente mortale – non fu mai sottoposta a indagini formali e venne rilasciata poche ore dopo, senza che le venisse sequestrata la giacca che indossava. Su tale capo d’abbigliamento, sebbene le tracce ematiche fossero limitate e localizzate, erano visibili alcune macchie di sangue all’altezza della spalla posteriore. Ciononostante, non venne effettuata alcuna verifica né acquisizione materiale, né tantomeno fu disposta un’analisi scientifica delle suddette tracce. Le dichiarazioni rese dalla De Benedetti, che da immediata verifica risultò anche pregiudicata, vennero semplicemente accolte come veritiere, senza riscontri oggettivi e senza alcuna iniziativa istruttoria.
Tale condotta, per quanto documentata in atti, risulta palesemente in contrasto con i principi fondamentali del nostro ordinamento. Ai sensi della normativa vigente, un simile comportamento configura, nel migliore dei casi, una grave negligenza da parte degli operatori delle forze dell’ordine; nel peggiore, l’ipotesi di reato di omissione di atti d’ufficio, disciplinato dall’art. 328 del codice penale. Tale disposizione impone infatti un obbligo giuridico preciso: gli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria devono procedere all’acquisizione e alla conservazione degli elementi potenzialmente rilevanti ai fini investigativi, e riferire tempestivamente al magistrato competente, il quale solo può valutare la necessità di un rilascio o di una misura restrittiva.
Nel caso specifico, non solo tale obbligo fu disatteso, ma si omise ogni verifica sulla versione fornita dalla donna, la quale affermò di trovarsi altrove e in compagnia di altre persone – soggetti che non vennero mai escussi né convocati per confermare l’alibi. Non fu acquisita la giacca sporca di sangue, né venne disposto un accertamento tecnico irripetibile sulle tracce ematiche in essa contenute. L’omissione si estese anche alla fase istruttoria successiva e, ancor più grave, alla sede processuale, dove la De Benedetti venne audita in qualità di testimone, senza che si procedesse ad approfondire le molteplici contraddizioni contenute nelle sue dichiarazioni, né ad avviare un’analisi comparativa tra le diverse versioni da lei rese in tempi diversi, a cui va aggiunta la sua sopracitata ammissione di presa visione dei documenti processuali.
Tale sequenza di omissioni evidenzia un approccio investigativo viziato da una macroscopica mancanza di rigore, che ha compromesso irrimediabilmente l’acquisizione di elementi probatori potenzialmente decisivi e solleva legittimi interrogativi in ordine alla correttezza e completezza dell’attività giudiziaria svolta in quella circostanza.
Conclusioni
Concludo questa lunga sintesi, consapevole che vi sarebbero ancora molteplici aspetti da esaminare. Tra questi, le dichiarazioni rese a verbale da Eleonora Cecconi, all’epoca moglie di Marco Accetti, la quale affermava che il coniuge fosse un guidatore esperto. Una circostanza che non trovò alcuna contestazione, pur essendo rilevante osservare come Accetti avesse conseguito la patente di guida soltanto pochi mesi prima, nel febbraio del 1983, il che rende difficile comprendere l’origine di tale presunta esperienza.

Ancora più rilevante, tuttavia, è l’assenza, sia nella fase istruttoria sia in sede processuale, di un’indagine effettiva su un dettaglio che avrebbe meritato ben altra attenzione: l’appuntamento che Josè aveva riferito di avere quel giorno con “una persona” interessata ad acquistare il suo aeroplanino, come raccontato a un compagno di scuola. Su questo punto sarà necessario tornare con un articolo dedicato, interamente focalizzato su tale elemento.
Far emergere in modo chiaro e documentato tutte queste criticità emerse nel processo Garramon non è un esercizio retorico né un’inutile elencazione. È piuttosto un atto necessario per restituire completezza alla narrazione giudiziaria. Perché questa vicenda, a tutt’oggi, non ha conosciuto piena chiarezza. E dove non si è fatta luce, non si è potuta fare giustizia.
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53 commenti
Domanda:
Le ferite riportate da Josè e la rottura del parabrezza del furgone sono compatibili solo col fatto che Josè era in piedi e ancora vivo quando è stato preso sotto?
Potrebbe essere stato prima drogato e abusato da una combriccola e poi messo sulla strada per simulare una morte da incidente?
Perché per me non ha molto senso la dinamica raccontata, nel senso che Josè stava attraversando la strada di corsa per fuggire da qualcuno o era fermo in mezzo alla carreggiata?
E se il furgone aveva fari che coprivano ben 40 metri di strada con le luci, la dinamica ha ancora meno senso. Non si poteva non vederlo.
Non torna nulla.
E poi: appare chiaro che Accetti non era alla guida, avrebbe dovuto avere il volto ferito dallo scoppio del parabrezza e persino pezzi di vetro infilati nel giubbotto e tra i capelli, anche microscopici, che la scientifica avrebbe dovuto rilevare.
Ergo, era con altre persone, e una di loro guidava.
I personaggi chiamati a difendere Accetti sembrano usciti da un’opera di Pirandello o Manzoni, e chiaramente il processo è stato una mezza farsa, se non completa, come Rossella ci ha puntualmente fatto notare descrivendone le dinamiche.
Il che a me dice che c’erano personaggi intoccabili coinvolti nel rapimento Garramon, quanto meno a livello di “commissionare” il rapimento. Che poi è stato abusato sessualmente o no il bambino?
Non si è ancora capito.
Da ultimo, la questione apparecchiatura fotografica di Accetti non debitamente rivoltata come un calzino onde trovare materiale a mio avviso ben oltre il compromettente, è all’apparenza incomprensibile ma di fatto un atto volto a coprire nomi eccellenti della criminalità romana che non dovevano essere “disturbati” nei loro affari, i motivi non sta a me stabilirli ma un’idea ce la si fa facilmente.
Il bambino, stando alla relazione autoptica, non è stato abusato sessualmente. Purtroppo l’autopsia in mio possesso è mancante di alcune parti, perchè non posso credere che non abbiano analizzato la testa. Voglio pensare in buona fede che questa parte del referto manchi solo a me e non che sia stata volutamente rimossa. L’analisi della testa non solo è determinante per stabilire la dinamica, ma anche per non lasciare alcun dubbio sul fatto che Josè abbia effettivamente tagliato i capelli perchè ciò limita il lasso temporale, rendendo impossibile che il bambino sia precedentemente finito in un’altra situazione. Il tutto si svolge in meno di 60 minuti e di questi almeno 20 sono occupati dal tragitto dall’Eur a Ostia.
Non voglio assolutamente pensare male per carità, ma il fatto che manchi proprio il referto autoptico della testa di Josè alcune idee le fa venire…tipo appunto che tutto non possa essersi consumato nell’arco di soli 60 minuti se almeno 20 servivano per arrivare alla pineta dall’EUR.
Ora, è vero che nel 1983 non c’erano i mezzi in circolazione di ora e forse il traffico era meno intenso, ma Roma è pur sempre Roma, e quando ci vado io in 60 minuti non arrivo quasi da nessuna parte, per dire. Si fa prima a piedi!
Perché se Josè ha pure avuto il tempo di farsi tagliare i capelli dobbiamo ridurre ancora di più i tempi, non ci siamo.
Dunque coi dati a tua disposizione dobbiamo dedurne che il bambino non ha tagliato i capelli in quanto prelevato lungo la strada che portava da casa sua al barbiere.
Non ricordo se nei tuoi articoli precedenti tu abbia parlato del barbiere, perdonami dunque se ti chiedo se egli avesse all’epoca confermato il taglio di capelli a Josè, nel qual caso vanno spostati tutti gli orari forniti nei verbali, e rileggendo il tuo articolo nutro forti sospetti che sia stato il furgone Ford a investire Josè, a questo punto, anche perché le numerose tracce ematiche trovate sui vetri del parabrezza non sono state analizzate. Così come non furono analizzate quelle sul giaccone della De Benedetti.
Motivo? Non è dato sapere.
È pur vero che nel 1983 non esisteva ancora l’analisi del DNA ma il gruppo sanguigno si poteva stabilire eccome, e se non era quello di Josè è chiaro che decade totalmente l’intera ricostruzione.
In genere omissioni di questo tipo vengono operate al fine di nascondere, perché se fosse andata come da verbali e atti processuali, l’analisi delle tracce non avrebbe che confermato la dinamica fornita da Accetti e lo avrebbe aiutato ancora di più.
La dottoressa Pera adesso finge di interessarsi del mio caso. Lasci perdere, perché temo che sia stata lei a consegnare quella informazione alla procura. Io non avevo alcun DOVERE di informare la procura di quel messaggio anonimo e lei non aveva alcun DIRITTO di fare la Wonder Woman sulle mie spalle. Quando ci sarà l’interrogatorio di garanzia, mi sa che il pm Stefano Luciani dovrà dare molte spiegazioni al mio avvocato. Non vorrei aver subito un sopruso giudiziario. In quando a lei, Pera cotta, se vuole fare la Sherlok Holmes in gonnella la faccia a spese sue e non a spese degli altri. E adesso se ne vada all’inferno lei e le sue inchieste e non si faccia più né vedere né sentire sul mio profilo Facebook. Spero di essere stato chiaro.
Prima di tutto mi dispiace per quello che ti è accaduto, che per me è un sopruso giudiziario, ma Rossella Pera non c’entra niente.
In bocca al lupo comunque
Io mi auguro seriamente che lei stia scherzando. Si ricordi che io quando faccio qualcosa, lo faccio mettendoci la faccia, se l’avessi denunciata io glielo avrei detto senza problemi. Ora ha deciso che vuole incolpare la sottoscritta? Si accomodi. Rinnovo il dispiacere per il sopruso che sta subendo e le auguro di uscirne al meglio, certo non cambio idea su questa vicenda solo perchè ha ricominciato ad insultarmi. Le auguro anche di scoprire chi sia la persona che l’ha denunciata e quando arriverà alla verità, non si scomodi a farmi delle scuse. E con queste righe ho finito di disturbarla. Buona serata
Rossella Pera on 8 Gennaio 2025 12:09
Signor Barbato non mi faccia più fessa di quel che sono. Lei se è venuto a conoscenza di certe notizie è tenuto a riferire in Procura, può riferire il fatto tutelando la fonte, ma il fatto deve riferirlo. Oltretutto l’ha divulgato pubblicamente, suoi social, quindi non mi pare che ci tenga poi tanto alla segretezza. Mi permetta anche di puntualizzare la poca serietà nel diffondere una simile notizia sui social senza nemmeno essere passato prima dalla procura, come professionalità e rispetto per i casi vorrebbe. Dal momento che lei ha reso pubblica la notizia io sono assolutamente libera di disporne, infatti l’ho immediatamente screenshot tata e stampata. Io non ho ripreso la sua notizia pubblicandola, da brava a fruttivendola, sul giornale per fare quelli che le chiama scoop, ma l’ho acquisita e la mostrerò nelle sedi competenti, perché è così che si fanno le cose, se si vogliono fare con la indispensabile serietà che queste vicende esigono.
“LA MOSTRERO’ NELLE SEDI COMPETENTI”. Questo ha pubblicamente scritto nel commento.
Ed è quello che ha fatto, vero?! Qui non parliamo dei metronotte. Qui parliamo di otto carabinieri dell’Antimafia che hanno fatto un vero e proprio blitz a casa mia, alle sei del mattino. Mi hanno trattato come un camorrista, mi hanno messo sotto sopra la casa, confiscato il Pc, condotto in caserma e sotto posto a domande come se avessi ucciso io Emanuela Orlandi. Ho il telefono sotto controllo e mi hanno bloccato la mail, creandomi potenziali danni economici. Sono finito in pasto ai media che hanno menzionato il mio nome, danneggiando la mia immagine e mettendo a rischio pure la mia incolumità. Sono stato pesantemente insultato da Pietro Orlandi e aggredito verbalmente sui social network da un branco di psicopatici. E tutto questo grazie alla sua presunzione di volersi levare a eroina…nelle sedi competenti. Le auguro di fare tanti scoop e di diventare famosa sulla pelle degli altri.
Guardi che lei sta muovendo delle accuse molto pesanti. Ripeto, se l’avessi fatto lo direi. E’ tempo che mi legge, credo che almeno un’idea su di me se la sia fatta… Io la faccia ce la metto sempre. Comunque immagino che prima o dopo si verrà a sapere. Non ho altro da aggiungere ma se davvero vuole sapere chi l’ha denunciata, mi creda, qui sta solo perdendo tempo.
Come le dissi privatamente qualche giorno fa, io l’avevo avvertita che non era la scelta migliore (con questo non giustifico e continuo a non approvare quanto le è capitato), e mi riferivo proprio a questa risposta. Lei può andare avanti a pensarla come crede, quando emergerà la verità mi auguro che proverà un po’ di imbarazzo per le pesanti accuse che mi sta muovendo. Detto ciò non si preoccupi, non la querelerò e la scuserò con il fatto che è molto turbato e stressato. Buona domenica
Mi spiega come mai sono mesi che lei parla di Marco Accetti come possibile responsabile della scomparsa di Emanuela Orlandi, di Mirella Gregori e delle ragazze di mezza Italia e gli inquirenti lo ignorano puntualmente, mentre io per due post pubblicati in cui erano riportate informazioni anonime che in sede di processo penale varrebbero meno di zero come prova sono finito nel mirino della Direzione distrettuale antimafia? La legge è uguale per tutti o solo per alcuni? Comunque sto aspettando l’interrogatorio di garanzia per sapere chi mi ha denunciato e perché sono stato trattato peggio di un latitante mafioso.
Barbato,
Accetti è conosciuto dagli inquirenti da ben 42 anni, lo hanno sentito centinaia di volte, converrai con me che un nome già stranoto agli inquirenti non è esattamente la stessa cosa di un nome mai sentito prima, almeno credo, o comunque mai indagato prima, e che apre scenari e piste non considerate prima.
Se Pietro Orlandi ha fatto il tuo nome pubblicamente, dici che c’è pure bisogno di andare in Procura a denunciarti?
In bocca al lupo comunque, questa storia lascia tutti abbastanza basiti e amareggiati.
Signor Barbato, guardi che lei ricorda male. Ho letto numerosi suoi commenti su questo blog ed è stato lei stesso che ha divulgato questa teoria e non solo questa, ricordo anche la pista dell’amico della zia Anna addentrato nel mondo dello spettacolo che avrebbe invitato Emanuela a un provino, di ipotesi ne ha messe in campo tante, ha detto tutto e il contrario di tutto minando automaticamente la sua credibilità (forse per tutelarsi, Minardi insegna) ma ora non può lamentarsi, è stato vittima delle sue stesse velleità, si è sabotato da solo, chi vuole proteggere la segretezza delle informazioni si mette subito in contatto con gli organi inquirenti, non le diffonde pubblicamente in un blog.
Hai ragione, mi sembrava in effetti che avesse scritto questa cosa anche qui!
Credo di averlo anche criticato al riguardo ma devo ritrovare l’articolo e i commenti qui, Barbato scrive commenti sulla Orlandi praticamente sotto ogni articolo, sarà un lavoraccio!
Grazie!
Come mai i partecipanti al gruppo Facebook sono automaticamente esclusi da sospetti?
Ma poi se uno scrive una cosa inedita riguardo a un caso le cui indagini sono ancora in corso, c’è davvero bisogno che qualcuno “spifferi” in Procura o basta che chiunque lavori in Procura o nelle forze dell’ordine ovunque in Italia abbia letto quei post e li abbia portati all’attenzione degli inquirenti come da procedura?
O veramente si crede che gruppi Facebook, pubblici o privati che siano e che trattano casi irrisolti di cronaca nera e pubblico interesse non siano attenzionati dagli organi competenti?
Ma veramente?
Mi è venuta in mente una cosa, esistono foto scattate a Josè durante l’autopsia?
In genere vengono scattate, specie in caso di morte violenta, proprio per stabilire le possibili dinamiche della morte.
Se esistono tu Rossella le hai viste?
Della testa specialmente?
Si stanno già facendo avanti gli sciacalli. Programmi televisivi come Far West che mi contattano su Facebook perché vorrebbero avere notizie da me sul caso Orlandi. Li sto mandando a fanculo perché a differenze di certi mistificatori non offrirò a queste sanguisughe un nuovo palcoscenico per lucrare intorno al dramma di una ragazza. Viviamo in un Paese dove non so chi sia messo peggio: se la giustizia o i media.
Il nome di quella donna e del ginecologo l’ho fatto, contenta Pera? Ma l’ho fatto solo al mio avvocato, legato al segreto professionale. Poi lo farò al pm, quando sarò interrogato. Le indagini sono concluse, a breve sarò audito da Luciani. Dopo spetterà alla procura cercare di individuare quella donna. Se non ci riuscirà, non saranno più affari miei.
https://fai.informazione.it/daiblog/B59EAF7B-333E-4037-9F65-E3DEDC754C01/Emanuela-Orlandi-la-Procura-di-Roma-e-il-mio-inferno-messicano
Un’intera puntata su Mario Barbato….
Non c’è più religione.
https://www.cusanomediaplay.it/puntata/3707/speciale-emanuela-orlandi
Certo, non c’è più religione ma pure tu ti sei fiondato a mettere il link al video.
Non c’è più neanche limite alla decenza.
In effetti sono stato indecente
“Il nome del blogger non si può ancora dire perché ci sono delle indagini in corso”, Ha detto la conduttrice. Peccato che Pietro Orlandi il mio nome lo abbia già fatto trapelare. A questo punto qualche sospetto su Pietro Orlandi comincia a sollevarsi. E di brutto pure.
L’unica certa è che il caso Orlandi per me è chiuso. Tornerò a occuparmi di argomenti di cui mi sono sempre occupato: di politica. Per quanto mi riguarda potete credere a quello che vi pare, pure che Emanuela Orlandi sia stata rapita dagli alieni. Non me ne frega più niente. Tante belle cose.
https://fai.informazione.it/daiblog/368ADAF3-4ACE-4E81-90C6-C55D9A0B82B9/La-mia-difesa-in-merito-alla-vicenda-giudiziaria-sul-caso-di-Emanuela-Orlandi
Era ora
Tranquillo, cocco di mamma, che tra un po’ pure la Procura di Roma farà un buco nell’acqua. L’ennesimo. Ho notato infatti una strana tempistica. Questo mese finivano i due anni concessi dalla legge per le indagini preliminari. Entro tale termine il pm doveva decidere se iscrivere qualcuno nel registro degli indagati o archiviare tutto. Guarda caso hanno ficcato me nel registro degli indagati. Questo adesso permetterà alla Procura di Roma di prolungare l’inchiesta, ma secondo la legge questa non potrà superare i 6 mesi. Se il pm, entro tale lasso di tempo, non scoprirà niente, dovrà giocoforza archiviare tutto, compresa la mia posizione. Dopodiché stai sicuro che la vicenda di Emanuela Orlandi sarà chiusa per sempre e ai complottisti come voi, compresa l’ortolana dalla “conclusione logicamente inconsistente”, non resterà che farvi tutte le pippe mentali che volete.
“Appurato cosa sono le indagini preliminari bisogna ora chiedersi: quanto durano? Secondo la Legge la durata delle indagini non può superare i diciotto mesi. La durata massima è tuttavia di due anni se le indagini preliminari riguardano gravi reati tra i quali ad esempio: l’estorsione aggravata, la rapina aggravata, alcuni tra i reati sessuali, l’omicidio, l’associazione di tipo mafioso ecc. Questo termine può essere prorogato per una sola volta e per un tempo non superiore a sei mesi. Non sempre i termini che abbiamo visto sopra vengono rispettati alla lettera, tuttavia la Legge prevede che non possano essere utilizzati gli atti di indagine compiuti dopo la scadenza del termine per la conclusione delle indagini stabilito dalla legge o prorogato dal Giudice”.
Parafrasando, cominciate a dire addio al caso di Emanuela Orlandi e accontentatevi delle tesi strampalate dell’ortolana, dei pennivendoli e dei pataccari.
Il possibile io l’ho fatto, l’impossibile ho cercato di farlo, i miracoli purtroppo non rientrano tra i miei superpoteri.
No, non ci lasciare orfani dei tuoi post !!!
“Resta con noi , Barbato la sera , resta con noi avremo la paceeeee, reeesta con noi, non ci lasciare per le vie del mondo Barbato….”
Una soddisfazione me la sono però presa. Il mio avvocato ha querelato Pietro Orlandi per diffamazione aggravata a mezzo stampa. La direttrice di Giallo ha detto che pubblicherà questa notizia pure sulla sua rivista. Se lo farà (speriamo) molti leggeranno l’arroganza e la maleducazione di questo soggetto che fino a quando lavorava allo Ior, il Vaticano non gli faceva schifo.
https://news.fidelityhouse.eu/cronaca/pietro-orlandi-svela-il-nome-del-blogger-indagato-per-favoreggiamento-lo-offende-e-si-becca-una-querela-635419.html
Finalmente una skipper che al minuto 23, 46 mi dà ragione, rendendosi conto di certe assurdità.
https://www.youtube.com/watch?v=Uy8bDB7US-k&t=1426s
Cara conduttrice di You Tube, grazie per la solidarietà. Ti consiglio però di non pubblicare i messaggi che ricevi nella tua casella di posta elettronica altrimenti c’è il rischio che qualche storica consegni le missive che ricevi dagli “scoppiati” alla Procura di Roma, facendo finire pure te nel registro degli indagati per favoreggiamento personale. Nel corso degli anni saranno stati almeno un centinaio i mitomani che si sono auto accusati del rapimento e, tanto per andare sul sicuro, pure del suo delitto di Emanuela Orlandi e nessuno è finito in galera. Non vorrei che ci finissimo noi due per dei messaggi anonimi presi sul serio da una magistratura che sembra ormai stia perdendo il controllo della situazione.
Volevo dire una cosa alla You Tuber. L’americano non era Marco Accetti, dato che aveva una marcata cadenza napoletana. Fu lo stesso Mario Meneguzzi a dire che sembrava un “napoletano americanizzato”. Questo, quindi, esclude nel modo più assoluto che fosse Accetti che era romano. Ecco la telefonata.
https://www.youtube.com/watch?v=hVCTmPiQx-Y
“Mo’ fa ‘o militare”. Questo è dialetto napoletano. E ve lo dice un napoletano. Se quello è Accetti io sono Napoleone.
Ecco chi era l’americano che telefonò a casa Orlandi. In esclusiva sul Corriere della Pera.
https://www.youtube.com/watch?v=cGDLcClNmEw
La considerazione di Pietro Orlandi su una eventuale convocazione di Marco Accetti in commissione parlamentare. L’unica considerazione che condivido e che mi fa chiedere come mai se questo personaggio si accusa di rapimenti su rapimenti non sia mai stato arrestato, processato e mandato in galera.
Questo se lo domanda anche Pietro Orlandi: “Accetti vuole solo stare al centro dell’attenzione. Se davvero è coinvolto insieme ad altri, perché è ancora libero? Perché non è stato arrestato? Che fornisca prove. Parla, si autoaccusa, ma resta libero. Lo ha fatto anche nel 2013 davanti al giudice Capaldo. Se dice bugie, lo si smascheri. Altrimenti, si cerchi una soluzione definitiva per capire il suo ruolo nella vicenda”.
Faccio notare che fornire false informazioni a un pubblico ministero è un reato, e di false informazioni davanti ai magistrati, Accetti ne ha fornite a iosa. E nemmeno è stato processato. E’ un “mitomane malato di protagonismo”, hanno detto i periti psichiatrici. E allora se è un mitomane malato di protagonismo perché la commissione parlamentare intende convocarlo sapendo benissimo che non è affidabile?
Questo, ovviamente, non è un problema che mi riguarda. Ma non venissero a fare blitz a casa mia facendomi passare per fiancheggiatore del responsabile della scomparsa di Emanuela Orlandi, creandomi danni reputazionali e patrimoniali. Perché il problema dopo diventa mio, eccome.
“Sulla vicenda del blogger indagato dalla Procura di Roma, (Pietro Orlandi, nda) dice invece: “L’ho bannato da tempo, insinuava sulla famiglia inventando cose e infangando Emanuela”.
https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/05/19/emanuela-orlandi-il-fratello-pietro-sento-che-e-viva-o-ci-avrebbero-fatto-ritrovare-i-resti-wojtyla-e-stato-un-depistatore-e-papa-francesco-poco-coraggioso/7993878/
No, caro Pietro, io non mi sono inventato niente e non ho infangato tua sorella. Ho citato fonti e ho citato fatti. Domenico Sica che si disse convinto che dietro la scomparsa di Emanuela si nascondeva una “storiaccia sessuale tra lei e un adulto”. L’avvocato Gennaro Egidio che puntò il dito sull’eccessiva libertà di Emanuela e sul fatto che i genitori non sanno mai cosa fanno i figli quando non sono a casa. La compagna di conservatorio che testimoniò di aver visto diverse volte Emanuela prelevata fuori dalla scuola di musica da una Berlina nera. Le sue assenze da scuola giustificate da false autorizzazioni. Metti insieme i pezzi come un puzzle e ti rendi conto che Emanuela era una ragazza come tutte le ragazze, con i suoi piccoli segreti e, ahimè, con i suoi piccoli errori. Falla passare per Santa Maria Goretti, quella sì, che è una invenzione tua.
Rossella Pera è entrata a far parte del gruppo di amici di Pietro Orlandi. Cosa aspettarsi da una tizia che parla di Emanuela Orlandi vittima di reclutatori che consegnavano le minorenni ai monsignori come si consegna un pacco postale? Se il caso Orlandi non è stato risolto è proprio a causa di questi personaggi che, suggestionati dai media e mossi da uno spirito anticlericale, stanno guardando nella direzione sbagliata, mentre l’assassino di Emanuela Orlandi è passato alle loro spalle, con passo felpato e sorriso beffardo.
Finalmente un po’ di solidarietà e di lucidità in questa saga fuori controllo.
“La mia totale solidarietà a M.B. per questo atto di autoritarismo giudiziario. So le sue tesi e conosco molti dei suoi post e posso dire che l’accusa di favoreggiamento è ridicola…Che cosa avrebbe favoreggiato, la fuffa? Quante persone dovrebbero essere arrestate per favoreggiamento sul caso Emanuela Orlandi?”. (Gianluca Lulli)
Io invece invidio Pietro Orlandi che t’ha bannato e non ti vede né sente più.
Io invece ammiro chi si è stancato di vederlo e di sentirlo ogni giorno.
https://fai.informazione.it/E5DA3E06-9556-445B-93E2-FD0710656E1B/Basta-parlare-di-Emanuela-Orlandi-lasciatela-in-pace
Mario Barbato è proprio ridicolo, non aspetta neanche che qualcuno gli risponda.
E’ talmente pieno di se e convinto delle sue strampalate teorie che ha sempre bisogno di aggiungere un commento per sentirsi considerato, quando invece potrebbe continuare con le sue barzellette sul suo di blog.
Ma visto che il suo blog non lo legge nessuno, deve venire a intasare di commenti gli articoli ben fatti di Rossella.
Caro Mario, la gente oramai ti compatisce. Eppure l’altro giorno avevi detto che il caso Orlandi per te era chiuso e che saresti tornato ad occuparti di argomenti più importanti…
Gli articoli “ben fatti” di Rossella Pera sono così lunghi e appesantiti da documenti e ritagli di giornale da scoraggiare qualsiasi lettore. Tratta argomenti che interessano solo pochi fissati e le sue “conclusioni logicamente inconsistenti” sono un inno al complottismo ordinario. L’ortolana analizza casi di cronaca
inserendoli in contesi storici che alla fine si rivelano sterili e inconcludenti ma servono per intrattenere un manipolo di allocchi come voi. Le sarà comunque di conforto sapere che io pubblico i miei articoli su riviste e quotidiani online, dopo essere passato da quelli cartacei, i quali non mi permetterebbero mai di abusare del loro sito come fa questa specie di rotocalco che potrebbe benissimo moderare i miei commenti, ma che stranamente non lo fa perché evidentemente la mia presenza qui dentro fa comodo. Le auguro buone cose e le suggerisco di non usare più i miei innumerevoli nickname quando commenta. Grazie!
Egregio sig.Barbato, se gli articoli di Rossella sono lunghi e appesantiti i suoi commenti cosa sono?
Il 90% dei suoi commenti non si riferiscono all’articolo di Rossella, bensì alle sue strampalate teorie, nessuna critica costruttiva, nessuna indicazione degna di essere chiamata tale. Dai suoi commenti si percepisce il suo ego smisurato, visto che la ragione sembra averla solo lei. La vedrei bene nei salotti tv a fare del cinema (cosa che le viene molto bene dietro un PC) considerato però che non ci vuole andare, probabilmente sa che non riuscirebbe a sostenere un confronto faccia a faccia con persone che la smentirebbero di continuo. I nickname che uso non le devono interessare. Come ha detto bene i quotidiani non le permetterebbero di abusare dei loro siti, e difatti ha dovuto aprirsi il suo di blog per ottenere un minimo di visibilità (che non avrà mai perchè è un cronista scarso!).
Saluti
Concludo queste mie incursioni sul blog della Pera consigliando alla commissione parlamentare dei perditempo di convocare e audire, se è possibile, anche MG, un carabiniere in servizio presso la Camera dei deputati che si preoccupava di fare in modo che gli scandali sessuali che avvenivano a Montecitorio non diventassero di dominio pubblico, mettendo a tacere anche la sonora bastonata che si prese Mario Peruzy, capo ufficio di Natalina Orlandi, da un addetto alle auto blu per aver insidiato pesantemente sua figlia. Chissà che non era lui l’americano che, dopo l’appello del papa, fece la sua comparsa con il fine di allontanare le indagini da certi ambientini. Con la complicità di MM in un cinico gioco di specchi. Un saluto a Rossella Pera e alle sue inchieste. Purché queste inchieste abbiano una conclusione e non siano fine a sé stesse. Altrimenti non serviranno a niente.
Sig.Barbato ad ogni commento aggiungi sempre carne da buttare sul fuoco ma allo stesso tempo ti nascondi dietro le iniziali “la notizia è ancora da verificare non posso divulgare il nome per tutelare la mia fonte”.
Non è meglio tenersi le proprie teorie per sè fino quando non avrai la possibilità di verificarle? Sembra che parli tanto per dare aria alla bocca. Continua a seguire i testimoni di Geova che magari qualche risultato lì riesci ad ottenerlo
Barbato ma è impazzito, quanto commenti sta scrivendo
L’ambiguità di Pietro Orlandi che prima mi accusa di infangare la memoria della sorella dicendo che era incinta al momento della sua scomparsa e poi lui fu il primo a sospettarlo. Complimenti per la coerenza!
https://www.youtube.com/watch?v=xyPlKjGYDpI
Mario ma quanto stai messo male? Nell’intervista fatta alla Toffanin fa vedere una lettera in cui si sostiene che Emanuela era incinta nel 1993 non al momento della scomparsa. Ma quanta confusione fai?
Sei un mitomane altro che Marco Accetti, oltretutto sei ancora qua a scrivere l’ennesima stupidaggine.
Levati il prosciutto che hai davanti agli occhi.
Ma di quale mistero va farneticando la narratrice del video! Le soluzioni più semplici spesso sono le meno battute. Ma sono scomode perché demoliscono i racconti sui grandi scenari mondiali, impedendo di mantenere in piedi uno squallido spettacolo protratto sulla pelle di una ragazza che oltre al danno deve subire pure la beffa di essere strumentalizzata dagli sciacalli, dagli avvoltoi e dalle iene che affollano stampa e televisione. Con il contributo, notevole, della dottoressa Pera, che parla di Emanuela presa da uno “spedizioniere” e consegnata a un fantomatico cardinalone che se la pappa per qualche giorno prima di riconsegnarla allo spedizioniere, per la serie “soddisfatti o rimborsati”. Ma la dottoressa Pera, che finge solidarietà nei miei confronti forse perché affetta da qualche senso di colpa, li rilegge i suoi articoli più lunghi del Canale di Suez prima di pubblicarli o scrive di getto?
«Come carattere Emanuela era un tipo molto socievole però, allo stesso tempo, non dava poi tanta confidenza a chiunque: si doveva fidare», le parole di Rotatori, compagno di Emanuela.
Ecco, appunto! “Doveva fidarsi”. E’ evidente che la ragazza quella sera ha seguito qualcuno di cui si fidava perché con quel qualcuno c’era già…un grado di confidenza. Lo avrebbe capito pure una asino.
Sembra che il vigile urbano Alfredo Sambuco, uno dei testimoni oculari, riferì ai magistrati di non ricordare bene se l’auto guidata dall’uomo visto a colloquio con quella che si suppone essere Emanuela Orlandi era un Bmw o un Mercedes grigio scuro o blu scuro. Considerato che Mario Meneguzzi, zio di Emanuela, possedeva tre vetture, una Fiat, una Citroen e un Mercedes, perché gli inquirenti non vanno a verificare di che colore era il Mercedes di Meneguzzi che magari fanno il botto? Ovviamente è solo un suggerimento, ma mi raccomando: non affaticatevi troppo nelle verifiche, non sia mai che doveste stancarvi eccessivamente.
Tic toc, tic toc: scoperta una talpa nella commissione parlamentare.
Tic toc, tic toc: chi sa chi sarà quella talpa che passa le informazioni ad Accetti.
Tic toc, tic toc: vogliono far passare la versione di Accetti come verità ufficiale, anche se di comodo.
Tic to tic toc: questa commissione è solo una farsa e sarà preso sputtanata.
Tic toc tic toc: la leonessa non sa niente di tutto questo? Tic toc, tic toc, tic, toc.
Salve, da dove si evince che l’utenza telefonica è riferita ad un interno piuttosto che ad un altro?