Inizi a lavorare oggi? Congratulazioni! E auguri: perché dovrai restare in ottima salute oltre i 71 anni, se vorrai poi goderti la pensione. Gli italiani saranno i più anziani ad accedere al pensionamento, secondi solo ai danesi. Questo emerge dall’ultimo rapporto OCSE appena pubblicato.
Ovviamente il dato è legato all’aspettativa di vita. Quindi dovremmo essere felici di sapere che in Italia si vive bene e a lungo. Ma la cosa suona un pò come il supplizio di Tantalo: “Per chi entra ora nel mercato del lavoro l’età pensionabile normale raggiungerebbe i 70 anni nel Paesi Bassi e Svezia, 71 anni in Estonia e Italia, e anche 74 anni in Danimarca”. Al momento nel nostro Paese l’età normale di pensionamento è di circa 65 anni, in linea con la media OCSE. Ma per chi invece comincia a lavorare oggi, e senza che siano introdotte nuove norme a proposito, l’età media di uscita supererà di circa quattro anni la media OCSE attuale.”L’Italia è uno dei nove paesi OCSE– dice il rapporto- che vincolano il pensionamento legale per età con la speranza di vita. In un sistema contributivo tale collegamento non è necessario per migliorare le finanze pensionistiche, ma mira a evitare che le persone vadano in pensione troppo presto con pensioni troppo basse e per promuovere l’occupazione“.
Qui da noi i tassi di occupazione dei più anziani (60-64 anni) sono al livello più basso, dopo quelli di Francia e Grecia. E i ricercatori OCSE ci regalano anche un’analisi più precisa del quadro: “La concessione di benefici relativamente elevati a età relativamente basse in Italia contribuisce alla seconda più alta spesa per la pensione pubblica tra i paesi OCSE. Ma, sebbene l’aliquota contributiva sia molto elevata, le entrate derivanti dai contributi pensionistici rappresentano solo l’11% del PIL, e necessitano di ingenti finanziamenti e di un massiccio ricorso alla fiscalità generale“. Nel complesso, l’aliquota media di contribuzione effettiva per le pensioni nella zona OCSE è del 18,2% del livello salariale medio, con l’Italia che ha la quota obbligatoria più alta, al 33%. E i guru che hanno stilato il rapporto non mancano di annotare che “I paesi con tassi di contribuzione più elevati spesso lo hanno fatto per prestazioni pensionistiche superiori alla media (come nel caso di Francia e Italia). Ma un livello più elevato di aliquote contributive potrebbe danneggiare la competitività del dell’economia e una riduzione dell’occupazione totale“.
Nel 2025 in Italia la spesa per pensioni raggiungerà il 16,2% del Pil, e sarà la percentuale più alta tra i paesi OCSE. Dopo di noi ci sarà la Francia, al 15,6%. La media prevista si ferma al 9,3% in zona OCSE, e all’8,5% nell’Unione Europea (considerati gli attuali 27 membri). Per il 2035 si prevede che la spesa in percentuale del Pil in Italia salirà fino al 17,9% per poi ripiegare gradualmente. Il reddito medio degli italiani Over 65 “è leggermente superiore a quella della popolazione totale“: un dato in controtendenza rispetto ai Paesi omologhi, dove l’identico valore è inferiore rispetto al resto della popolazione. Tutti questi numeri si dissolvono davanti ad una sola, semplice, considerazione: nel nostro Paese la popolazione in età da lavoro diminuirà del 35% nei prossimi 40 anni; nel resto dell’area OCSE il calo si fermerà invece all’11%. E nel 2052 avremo la certezza che ben 78 italiani su 100 avranno più di 65 anni.
Signore e signori, in un contesto demografico in evidente deterioramento come quello italiano, la stabilizzazione del sistema pensionistico può derivare solo da un andamento economico complessivo favorevole. Ma tutti gli analisti, perfino quelli che al mattino si svegliano sorridendo, dicono che all’orizzonte c’è solo una pessima distribuzione del reddito nazionale che continuerà a penalizzare il fattore lavoro. Allora dovremmo iniziare davvero a interrogarci sulle ragioni della mediocre performance dell’economia italiana degli ultimi 30 anni. Magari una diversa politica economica avrebbe garantito (anche nell’ambito della protezione sociale) margini di manovra più ampi. Non è un segreto che la dinamica retributiva applicata in Italia ha penalizzato tutta la crescita del sistema. Pensare di lasciare invariata questa impostazione di politica economica anche in futuro, comporta previsioni a dir poco preoccupanti. Senza importanti aggiustamenti, considerata la crescita reale comunque modesta, il nostro sistema pensionistico sarà incapace di fronteggiare anche solo le più elementari esigenze di equilibrio sociale.
Il nostro Paese si abiterà di giovani Tantali, quindi: nuovi lavoratori che vorranno tanto la pensione, ma saranno destinati a restare sempre più a lungo inappagati. O dovremmo augurarci la crescita zero? Bene farebbe un novello Amleto a ipotizzare nuovi dubbi a tal riguardo.

