Ferragosto è passato, torniamo a farci due conti in tasca. E partiamo dal debito pubblico italiano, che tocca un nuovo picco storico.
I dati appena pubblicati da Bankitalia non lasciano dubbi: a giugno è salito fino a sfondare quota 3.200 miliardi. Ma perché dirlo, prima di partire per le vacanze?
Record triste, accompagnato da altre evidenze: cala la percentuale di debito in mano alla Banca d’Italia, alle famiglie e imprese italiane, e continua a crescere quella posseduta dagli stranieri.
Brutta storia.
Significa che una fetta crescente di titoli di Stato italiani (come i BTP) è acquistata da banche, fondi e investitori non residenti in Italia. Questa quota ha superato un terzo del totale (circa il 35,9%), a causa della riduzione degli acquisti da parte della Banca d’Italia, in primis.
Ma dipendere da creditori esterni espone il Paese alle decisioni di soggetti che possono vendere rapidamente i titoli se le condizioni cambiano.
Inoltre, gli stranieri investono per profitto. Se la percezione del rischio aumenta, potrebbero pretendere interessi più alti, facendo salire la spesa pubblica per il pagamento del debito.
Il governo però continua a dirsi fiducioso sull’andamento del disavanzo annuale, tanto che in un’intervista a Milano Finanza Meloni confida perfino nella possibilità di uscire dalla procedura Ue per deficit eccessivo. “E’ un obiettivo alla nostra portata”, assicura la premier, che poi affonda: “anche se avremmo potuto già raggiungerlo se non avessimo dovuto fare i conti col peso del Superbonus“.
Certo, la colpa è sempre degli altri.
Uscire dalla procedura Ue significherebbe arrivare più comodi alla prossima manovra. Solo così potrebbero tagliare l’Irpef fino a 60.000 euro. I beneficiari sarebbero almeno 1 milione, fino a 3,3 milioni se non ci fosse alcun tetto e se la riduzione dell’aliquota riguardasse anche i redditi superiori. Cosa che farebbero in barba al dettato costituzionale della progressività dei redditi.
Ma torniamo ai detentori del debito: la fetta più grossa, e in continua crescita, è quella degli stranieri, mentre diminuiscono le quote di Bankitalia, e delle famiglie e delle imprese italiane.
La quota del debito detenuta dalla Banca d’Italia è scesa infatti al 16,7% dal 17,2 del mese precedente; quella dei non residenti è aumentata al 35,9% dal 35,7; quella detenuta dagli altri residenti (soprattutto famiglie e imprese non finanziarie) è diminuita al 14,5% dal 14,7%.
Per dirla in breve: a calare è la sicurezza economico finanziaria degli italiani.
E calano pure le entrate tributarie. Giugno 2026 segna un calo rispetto al 2025: nel bilancio dello Stato sono stati contabilizzati 0,6 miliardi in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.
Se questi sono i dati di Bankitalia, quelli di Bruxelles sono lame a doppio taglio. Se da una parte confermano il miglioramento generale dell’economia dell’Eurozona (il Pil è aumentato dello 0,4% nell’area dell’euro, e dello 0,5% nell’Ue), dall’altra dimostrano come la crescita dell’Italia risulti (dopo Austria e Romania, con Pil invariato) ai minimi tra quelli dei 14 Paesi rilevati, insieme a Germania, Francia e Slovacchia.
Negli ultimi 25 anni la media italiana è dello 0,5% annuo contro l’1,4% dell’Eurozona, e le stime continue indicano l’economia italiana come eterno fanalino di coda dell’Unione Europea.
Questo, insieme al record negativo del debito pubblico italiano che si attesta intorno al 137-138% del PIL, ci permette di vantarci di essere stabilmente ai vertici negativi dell’area euro.
Ma di questo, evidentemente, in vacanza non si parla. E non si pensa.


2 commenti
Fai bene a sottolineare le condizioni reali del nostro Paese. Se rivince le elezioni prossime, magari secondo la legge “in fieri” pro domo sua, si stringerà il nodo della garrota, e la libertà di stampa sarà problematica.
Da inesperto qual sono di materie economiche, il parlarne può farmi incorrere in “strafalcioni” e inesattezze, ma mi concedo nondimeno alcune considerazioni, la prima delle quali riguarda lo Spread, il cui alto valore venne utilizzato, se non erro, per far cadere il Governo a guida del Cavaliere, mentre oggi, sceso intorno agli 80 punti base, sembra aver perso ogni significato politico, il che resta tuttora per me un inspiegabile enigma.
Quanto all’andamento del disavanzo annuale, il fatto che si sia sfiorata la “possibilità di uscire dalla procedura Ue per deficit eccessivo”, e che tale traguardo appaia comunque a portata di mano, a me sembra essere qualcosa di alquanto positivo, per i derivanti non piccoli benefici, e lo sento dire pure da chi non è digiuno della materia, ma pare invece che per i critici “senza se e senza ma” dell’attuale Governo sia cosa di poco o nullo conto.
La circostanza che “una fetta crescente di titoli di Stato italiani (come i BTP) è acquistata da banche, fondi e investitori non residenti in Italia” può in effetti esporci al rischio che i creditori esterni “possono vendere rapidamente i titoli se le condizioni cambiano”, ma il fenomeno può venire anche letto come una espressione di fiducia nei confronti del Belpaese (nel senso che vanno a mio vedere valutate entrambe le facce della medaglia).
Così come andrebbe considerata una nostra peculiarità, ossia i risparmi depositati presso gli Istituti di Credito, ampiamente intesi, da parte di famiglie e privati, la cui dimensione, stando almeno a quanto si legge, pare essere la più alta dell’Eurozona, il che può venir interpretato come un segno di stabilità, pur se c’è chi preferirebbe vederli impegnati in azioni di imprese italiane, il che potrà semmai avvenire ove i Governi restassero stabili.
Circa infine l’eventualità che “la riduzione dell’aliquota riguardasse anche i redditi superiori. Cosa che farebbero in barba al dettato costituzionale della progressività dei redditi”, io penso che la progressività fiscale in tassazione esista già, e l’inasprirla potrebbe far desistere “a produrre di più”, con ulteriori guadagni, anche chi con la propria attività trae beneficio economico per sé ma dà lavoro/reddito pure altri (del che credo ci sia bisogno).
Paolo Bolognesi 30.08.2026