Di Leonardo Raito
Uno dei più gravi problemi che affligge la politica scolastica in questo paese è che ogni governo che passa vuole piantare la bandierina. Pensa così di passare alla storia come un esecutivo che ha inciso sul sistema educativo e formativo, pur senza avere un’idea organica di un mondo complesso e già normativamente gravato da burocrazia, carenza di fondi, drammi sociali come il mancato riconoscimento del ruolo dei docenti e dei dirigenti scolastici; un mondo delle famiglie (si badi bene, primaria istituzione educativa) incapace di porre regole e argini alla degenerazione comportamentale e di pensiero di molti, troppi ragazzi.
Lungi da me rimpiangere la scuola delle bacchettate sulle mani o del cappello da asini, lungi da me l’idea che serva necessariamente una rivoluzione copernicana, ma il tema vero è: si può innovare il sistema senza stravolgere tutto quanto esiste attualmente? Si può trovare una formula che contemperi le esigenze di maggiore flessibilità, di spazio di manovra per le aspirazioni degli studenti con quanto richiede il mondo che cambia alla velocità della luce?
Io credo che si possa, anzi, si debba, muoversi in questa direzione. Cerco di spiegarmi meglio.
Il Governo con la classica strategia del “lanciare in pasto” alla pubblica opinione un argomento, che non si capisce se sia un progetto del governo, il sogno di un ministro, una proposta individuale o minoritaria di qualche parlamentare, mette in piazza l’idea di istituire un Liceo del “Made in Italy”. Da un lato un esponente di Fratelli d’Italia propone sanzioni a chi usa inglesismi, e dall’altro lo usa il governo Meloni per una iniziativa…(Prima o poi si decideranno. Diamogli tempo!).
Bene, le articolazioni dei licei, in Italia, sono già molte. Nella fattispecie: il Liceo artistico con i seguenti indirizzi: (arti figurative, architettura e ambiente, design, audiovisivo e multimediale, grafica, scenografia); il Liceo classico; il Liceo classico europeo; il Liceo linguistico; il Liceo musicale (con sezione musicale e sezione coreutica); il Liceo scientifico (con indirizzo tradizionale, opzione scienze applicate, sezione con indirizzo sportivo) e il Liceo delle scienze umane (con indirizzo tradizionale e opzione economico-sociale).
Già in questo modo, l’istituzione voluta da Aristotele è stata spezzettata in una miriade di opzioni che, forse, ne annacquano il valore originario.
Siamo sicuri che serva anche il Liceo del “Made in Italy”? Se poi questo, come ventilato, dovesse riguardare la produzione agricola, inviterei gli estensori della proposta (o della boutade) a potenziare i già funzionali Istituti tecnici agrari, dove negli ultimi anni si è assistito a un aumento di iscritti anche in virtù della buona qualità e delle specifiche tecniche di quella scuola.
Allora forse, prima di parlare, sarebbe opportuno studiare bene e capire bene come funziona il sistema, cercando di agire di conseguenza. Credo che la scuola, più di un nuovo indirizzo, si aspetti dal Ministro competente e dal Governo una chiarezza di fondo sul dove si vuole andare a parare, delle proposte serie per affrontare e risolvere i problemi che vive tutti i giorni.
Finanziare edilizia e laboratori di qualità, incentivare i docenti, consentire ai ragazzi di seguire le proprie aspirazioni. Una scuola che possa essere vissuta 24 ore al giorno, capace di rinnovare patti educativi, di rimettere al centro il necessario ruolo di istituzione che svolge, preservandola dalle violenze di genitori incapaci di capire che non è la difesa a oltranza dei figli che migliorerà la società, e di ragazzi (per fortuna una minoranza) che non possono ritenerla un passatempo o un carcere, ma una istituzione che li accompagna nella costruzione delle loro intelligenze e delle loro culture, fondamentale per le loro vite.
Va cambiato l’approccio filosofico politico a questi temi, se si vuole davvero provare a migliorare sistema e Paese. Per fare questo non bastano due articoli su un giornale.

