di Alberto Cantù
L’attacco israeliano contro il programma nucleare iraniano, secondo l’ex Primo Ministro Ehud Barak, , non rappresenterà un ostacolo significativo per l’avanzamento iraniano, ma è stato effettuato per dare un segnale e evitare di assistere passivamente al completamento del progetto (“sitting idle”). Per Barak, l’unica soluzione concreta sarebbe concludere i negoziati o entrare in guerra con il sostegno diretto degli Stati Uniti, mirando al collasso del regime.
L’attuale Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha una visione più fiduciosa: interrompere il programma nucleare iraniano con un intervento militare. Fonti suggeriscono che l’Iran potrebbe essere prossimo alla costruzione di almeno nove bombe atomiche, un rischio che Netanyahu considera inaccettabile non solo per Israele, ma anche per l’Europa e gli Stati Uniti. Inoltre, l’eliminazione di negoziatori iraniani considerati “hardliners” potrebbe rafforzare la posizione israeliana.
Secondo il Presidente Donald Trump, gli Stati Uniti non hanno ufficialmente autorizzato l’attacco israeliano, ma il sostegno a Israele è stato senza precedenti. Washington sarebbe stata semplicemente informata dal governo israeliano, in un modus operandi simile agli attacchi ucraini alle basi russe in Siberia. Rimane il dubbio sulla strategia americana: un’azione deliberata di plausible deniability per influenzare i negoziati che gli USA stavano conducendo con l’Iran in Oman, oppure un’operazione decisa unilateralmente dagli alleati sul campo? Se si deve guardare la vicenda in modo asettico e negoziale si potrebbero trarre alcune conclusioni. Se si deve guardare la vicenda dal profilo esclusivamente militare se ne possono trarre altre.

