“L’Iran è come un muro solcato da crepe profonde, debole all’interno e isolato all’esterno. Non possiamo prevedere da quale parte crollerà, quanta devastazione provocherà e chi sostituirà il regime”.
Lo ha detto la già Nobel per la pace Shirin Ebadi, che non crede in un bis venezuelano di Trump contro la Repubblica Islamica, ma si aspetta un nuovo conflitto con Israele. Del resto il Times ha già scritto: “Se la situazione precipita Khamenei è pronto a fuggire a Mosca“.
Ma che succede in Iran?
Le proteste contro il governo travolgono a oggi oltre 70 città. Dall’esilio in cui vive dal 2009, Shirin Ebadi afferma in un’intervista: “il regime cadrà, non sappiamo come, ma cadrà”. Intanto da ore Trump minaccia la Repubblica islamica. Ai giornalisti a bordo dell’Air Force One ha detto: “stiamo monitorando la situazione molto attentamente. Se iniziano a uccidere persone come hanno fatto in passato, saranno colpiti duramente dagli Stati Uniti“.

Da giorni l’Iran è attraversato da proteste di piazza contro il carovita, il collasso della loro valuta (che da giugno ha perso circa il 40% del suo valore), e un sistema politico percepito come sempre più distante dal popolo. Non è la prima volta: già tra il 1999-2000 ci furono le proteste studentesche, poi nel 2009-2010 fu la volta del Movimento Verde, nel 2017-2018 le proteste per la crisi economica, nel 2019 contro l’aumento dei prezzi del carburante, nel 2021 per la carenza di acqua e pane e ancora nel 2022-2023 con le proteste “Donna, vita, libertà” dopo la morte di Mahsa Amini. Le persone scese in strada a Teheran, Isfahan, Shiraz, Mashhad sono state duramente represse, ma stavolta il contesto è diverso e molto più destabilizzante.
La leadership iraniana è sotto duplice pressione: da un lato la mobilitazione interna, dall’altro le tensioni crescenti con gli Stati Uniti. I vertici iraniani hanno avvertito che ogni ingerenza esterna nelle questioni interne del Paese può destabilizzare la regione. Ma il regime è in un vicolo cieco: non ha alcuna strategia per fermare il collasso economico, né vuole fare concessioni sostanziali sul programma nucleare, così da smorzare una nuova escalation.

Le ultime notizie riportate dal Times svelano un piano di fuga che Khamenei avrebbe già pronto per fuggire a Mosca se il regime dovesse cadere durante le proteste. Nel rapporto dell’Intelligence britannica, il piano includerebbe l’Ayatollah e venti persone a lui vicine, tra cui familiari e assistenti.
Le manifestazioni hanno scosso i vertici del potere iraniano, e sollecitato la scontata reazione non solo di Washington ma anche di Gerusalemme. Altre manifestazioni di sostegno sono comparse a Londra e in altre capitali d’Europa. Almeno 16 persone, compresi cinque manifestanti e un membro delle forze di sicurezza, sono state uccise negli scontri con le forze iraniane durante le proteste.
Netanyahu ha dichiarato aperto sostegno ai manifestanti iraniani, affermando che «Israele sta in solidarietà con la lotta del popolo iraniano e con le sue aspirazioni di libertà e giustizia». Il suo Ministro degli Esteri ha pure pubblicato messaggi in lingua farsi a sostegno dei rivoltosi. Una mossa senza precedenti che punta a distinguere il popolo iraniano dal regime clericale.
Il Jerusalem Post scrive che così Israele si guadagnerebbe la gratitudine di milioni di iranianini e si assicurerebbe anche un forte alleato. Anche i membri del The New Iran, sostenitori del principe ereditario Reza Pahlavi e attivisti con oltre due decenni di impegno politico alle spalle, esprimono sincero apprezzamento per il sostegno di Israele contro la Repubblica islamica.
Ma i rischi di una grave instabilità regionale sono alti: un Iran indebolito sul piano interno, ma non ancora trasformato sul piano politico, potrebbe essere più imprevedibile e pericoloso, soprattutto sul piano militare e nucleare.
Le proteste in Iran non stanno mettendo alla prova solo la tenuta del regime di Teheran. Ciò che accade oggi nelle strade iraniane non è un episodio isolato. È un passaggio cruciale di una crisi più ampia, in cui identità, sicurezza e valori si intrecciano. In questo scenario, Israele non resta semplice osservatore, ma diventa parte integrante della vicenda.

Poche ore fa, appunto, durante il loro incontro a Mar-a-Lago il presidente USA e il primo ministro israeliano hanno raggiunto un accordo per colpire l’Iran. Lo scrive il quotidiano libanese ‘Al-Akhbar‘, affiliato a Hezbollah, sostenendo che le autorità di Beirut hanno ricevuto queste informazioni da fonti internazionali. L’accordo prevede un attacco contro l’Iran se non interromperà completamente il suo programma nucleare. Probabilmente, dopo la rimozione di Maduro, Trump e Nethanyau hanno già pronto anche chi sostituirà i vertici governativi dell’Iran.
Diritto internazionale? Non pervenuto.

