Da Minneapolis a Tel Aviv, le proteste dei popoli contro i soprusi e le tirannie dei governanti si moltiplicano.
Le contestazioni a Trump per la uccisione di Renée Good fanno il paio con quelle degli Israeliani che chiedono ad altissima voce la cacciata di Netanyahu.
In Israele, sabato sera, i manifestanti si sono riuniti a Tel Aviv per chiedere le dimissioni del governo del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
Da mesi molti israeliani scendono in piazza ogni settimana per chiedere un’indagine indipendente sull’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e accusano il governo di destra di Netanyahu di manipolare l’opinione pubblica attraverso le guerre per rimanere al potere.
Negli States non sono da meno e più vengono pubblicati i video sul brutale assassinio di Minneapolis e più le dichiarazioni dei vari Trump, Vance e compagnia bella appaiono una grottesca e oscena presa in giro.
Ma in Iran c’è qualcosa di più.
Nello stato islamico, che si contraddistingue per l’estremismo dell’integralismo religioso e per la brutalità del suo regime, ormai, in piazza, è un intero popolo che è sceso.
Le agenzie riferiscono che le milizie governative hanno sparato sulla folla, parlano di 2.000 morti.
Con la rivoluzione del 1978, culminata nel 1979, in Iran si è costituito un regime tra i più sanguinari della storia che si è contraddistinto con il fiancheggiamento sfacciato in favore di qualunque forma di terrorismo si potesse accanire contro il mondo occidentale.
Ma pare che finalmente, dopo quasi quarant’anni di oppressione, il popolo ha deciso di ribellarsi al rigore dispotico del regime e alle pesanti repressioni cui erano sottoposti i cittadini iraniani.
Sono quasi due settimane che gli iraniani sono in piazza e per le strade, con manifestazioni di massa senza precedenti, nella speranza di riconquistare la loro libertà.
Le donne, il vero simbolo della rivolta, hanno da tempo mandato al diavolo le regole e le prescrizioni religiose che venivano imposte buttando nella spazzatura i burka e i veli e mostrandosi libere e belle con i capelli al vento.
Ma hanno anche pagato duramente per questa ribellione.
Trump ha ripetutamente minacciato che, se le autorità avessero sparato sui manifestanti, sarebbe intervenuto con la forza.
Magari dimentica che i suoi scagnozzi dell’Ice fanno la stessa cosa.
Ma le contraddizioni di questo personaggio sono talmente grottesche da rendere, la sua, una delle figure più rappresentative nel circolo degli impresentabili.
La sensazione è che al “capello giallo” americano non interessi più di tanto della democrazia e dei diritti dei manifestanti, e non gli interessa neanche che l’Iran è il quartier generale del terrorismo islamico.
Infatti è di ieri la notizia che sarebbe disponibile a sedersi ad un tavolo di trattiva con le autorità iraniane.
Il presidentone Usa guarda ai pozzi, quelli di petrolio, nella speranza di fare, recitando la parte del salvatore, come in Venezuela.
Il figlio dello Scià, erede al trono della Persia, alimenta la protesta e si dichiara pronto a tornare in patria per guidare la normalizzazione.
Reza Palhavi, quando governava, non ha lasciato un bel ricordo quanto a dispotismo.
Ma l’abbattimento del regime iraniano degli Ayatollah è troppo importante per la sicurezza del mondo intero, oltre che per la libertà degli iraniani.
E francamente tra un protettorato statunitense, alla Trump maniera, e una soluzione autodeterminata dalla popolazione iraniana è preferibile quest’ultima sia pur se volta a ripristinare la monarchia.
Le prossime ore sono decisive.
E il mondo in attesa guarda, anche un po’ con il fiato sospeso, a quella parte di mondo solcata dal Tigri e l’Eufrate chiamata Mesopotamia, o Mezzaluna fertile, che per molti storici è stata la culla della civiltà.

