In una stranamente assolata Torino, in uno dei caffè storici della città sabauda, abbiamo intervistato Paolo Preti. Piemontese, classe 1962. Architetto, e docente universitario a Milano, attivo in politica dal 1985: prima segretario provinciale a Novara dei giovani socialdemocratici e nell’esecutivo del partito, poi nella direzione nazionale dei giovani socialdemocratici per due mandati. Già sindaco del comune di Brovello Carpugnino, e assessore presso la comunità montana Cusio Mottarone. Da indipendente é stato anche assessore LLPP a Verbania, e poi consigliere delegato in Saia Spa. Oggi è Segretario del Partito Social Democratico, esattamente dal 22 dicembre del 2023.
Paolo, quale disegno ha in mente?
Leggo Calenda, leggo Renzi, leggo di tutto, ma cerco di estrapolare. Allora penso: se noi restiamo nel campo largo, restiamo in un campo dove si riuniscono una serie di forze per vincere contro le destre. Vuol dire che il giorno dopo essere arrivati a governare insieme, ci saranno enormi differenze dal punto di vista politico e amministrativo. Significa che tutti i giorni e tutte le sere dovremo ricompattare la maggioranza. Nel campo largo, che è un’area riformista, io non vedo i Cinque Stelle, che col riformismo storico non hanno alcun contatto. Se rileggo il programma politico del mio partito, quello socialdemocratico di alternativa riformista posto nel secolo scorso, trovo una proposta talmente innovativa che tutti ne restarono spaventati già allora. Ma è una proposta attuale. Se noi, come abbiamo ipotizzato con alcuni amici di Azione e dell’Associazione Socialista Liberale, il giorno dopo le elezioni ci troviamo intorno a un tavolo, ognuno con la propria storia e la propria dignità, iniziamo a ragionare su cosa vogliamo fare dell’Italia. Dobbiamo trovare una via, un pensiero comune, partendo da un fronte contro questa idea governativa del premierato e del presidenzialismo. Dobbiamo riattivare la costituzione, dobbiamo tornare a votare le persone, e non con le modalità berlusconiane.
Partendo da dove?
Pensiamo a Berlusconi, appunto: tutti lo hanno criticato, ma tutti hanno ripreso le sue modalità elettorali, dove non si votano più le persone. Ma vediamo invece le elezioni Europee: si votano proprio le persone. L’attività fondamentale da cui ripartire deve essere il voto sulle persone. Io ricordo come fosse ieri il primo giorno in cui sono entrato nella sede del Partito Socialdemocratico, grazie all’amicizia dei miei genitori con la famiglia Pagani. E vi sono entrato per curiosità, per fare attivismo. Ed è stato bellissimo, perchè nella mia sezione si lavorava, si discuteva, chiamavamo i vari assessori, che ci insegnavano, ci spiegavano, e lì ho imparato a fare politica. Poi ho fatto l’amministratore per lunghi anni, in varie situazioni, ma ho imparato a farlo nelle sezioni di partito, che adesso non esistono più.
Quindi dovremmo iniziare, nonostante la cornice del riformismo, a fare un passo indietro, e tornare alle persone?
Le persone sono fondamentali per avviare un percorso, perchè senza le persone non puoi costruire nulla. Bisogna tornare alla responsabilizzazione. Ognuno deve essere responsabilizzato, non come oggi che non si sa mai chi è responsabile di qualcosa. Ugo Intini ha scritto un libro meraviglioso qualche anno fa, “La privatizzazione della politica”. E aveva visto molto più in là della situazione attuale: neanche io, come lui, voglio una politica privatizzata. La politica deve essere fatta a viso aperto, tra la gente. Bisogna andare tra gli elettori, a spiegare cosa voglio, e cosa ho intenzione di fare. Ho fatto il sindaco in un piccolo paese di quasi mille abitanti, e andavo ogni giorno a cercare le persone. Coltivavo la mia gente quotidianamente, e sono stato rieletto, ho fatto due mandati consecutivi. Bisogna andare incontro ai loro bisogni. A Novara abbiamo avuto il grande esempio di Franco Nicolazzi: faceva il sindaco e il ministro. Lui la domenica mattina iniziava alle 9 e andava avanti fino all’ora di pranzo a ricevere le persone. E quando ho fatto il sindaco, e l’assessore a Verbania, la cosa più bella era proprio ricevere le persone e parlare con loro. Ognuno di noi deve ricordare questi momenti: dal deputato al senatore, fino all’assessore regionale, tutti quanti devono tornare tra la gente.
Oggi sembra che i partiti abbiano depennato i nomi dei loro rappresentanti per accentrare, nella figura del leader, la propria linea operativa. Ma questo porta all’astensionismo elettorale, poi?
Certo, perchè io elettore magari preferisco Mario, a Silvio o a Matteo, per tutta una serie di ragioni. Perchè conosco la persona e la sua storia. In passato i politici partivano dalla base: io stesso ho iniziato come consigliere di quartiere, poi consigliere comunale, poi sindaco e deputato. Partivamo dalla base, perchè era un grande fattore di conoscenza. E invece ho lavorato spesso con deputati che non avevano alcuna base, né conoscevano la pubblica amministrazione. Ogni giorno un politico, un amministratore, deve svegliarsi e avere un’idea nuova, un sogno per la propria gente. Ad esempio, di recente ho visto un articolo in cui qualcuno sosteneva la necessità di fare una nuova patrimoniale. Ma scusate, ma avete parlato con la gente prima? Diamo un’ulteriore mazzata alla classe media, che già non riesce più a pagare le tasse. Il ceto medio oggi per vivere in modo dignitoso si trova costretto a non pagare proprio tutte le tasse. Allora il politico deve pensarci, e non uscirsene con la patrimoniale, che è un’ulteriore tassa. Bisogna invece pensare all’equità, che è una delle basi del socialismo. E bisogna poi risolvere il problema dell’evasione fiscale, indagando tra le società, specie quelle che operano all’estero. E serve coraggio per farlo.
Quindi, in termini concreti come si procede?
A livello regionale ci siamo già organizzati. Molti compagni si sono riavvicinati al partito dopo aver camminato a lungo nel deserto della politica. Nonostante le grandi difficoltà, ce la stiamo facendo. Vogliamo un centro sinistra liberale e riformista. Vogliamo tornare a parlare di politica sui temi appena ripresi, ma anche sulla guerra, o sulle infrastrutture. Il ponte di Messina, ad esempio: bel progetto, ma le infrastrutture? Dove sono gli investimenti sui collegamenti? Dobbiamo cominciare a parlare di riforme, ma seriamente. Partendo dalla nostra costituzione, che è un elemento fondante. E passare poi alla riorganizzazione territoriale delle regioni, e delle province (la legge Del Rio è stata un fallimento), e dei piccoli comuni. Bisogna togliere potere alle regioni e riportarlo alle province: significa tagliare costi enormi. E soprattutto bisogna partire dal confronto e dall’ascolto di tutti: del resto, vengo da una famiglia antifascista, mio padre è stato partigiano.
Cosa ne pensi del premierato?
Non bisogna farlo. Il presidente della Repubblica deve essere il nostro riferimento e garante della costituzione, che va riletta, e alla quale dobbiamo tornare. I padri costituenti hanno scritto una Carta meravigliosa, e bisogna quindi applicarla. Ci è sfuggito qualcosa, o qualcosa abbiamo dimenticato. E questo non porta bene, affatto. E nemmeno vanno fatti referendum sull’argomento: abbiamo già visto quanto sia stato inutile e fallimentare quello sulla riduzione del numero dei parlamentari. I costi non si sono mica ridotti, come volevano far credere. Dobbiamo invece riattivare le province, e fare una riforma sui comuni. E’ impensabile, ad esempio, che un sindaco faccia anche il presidente della provincia. Chi ha inventato questa cosa era evidentemente scollegato dalla realtà. Serve un riequilibrio territoriale generale.
E la Sanità?
Io vivo in una zona che ha riportato gravi problemi di mala sanità. Ci sono, ovviamente, ospedali ben strutturati, ma molti altri sono lasciati allo sbando. A Verbania-Cusio-Ossola qualcuno ha scelto di togliere fondi all’ospedale nuovo per terminare i lavori del grattacielo regionale: è segnato nel bilancio. Dobbiamo avere ospedali efficienti, di base universitaria, che facciano anche ricerca, e strutture periferiche (come le D.E.A.) ben collegate ad essi. Negli ultimi anni c’è stata una grave incompetenza politica nei confronti della sanità. Lo Stato deve coordinare la cosa, togliendola dalle regioni, che speculano facendo ulteriore debito proprio sulla sanità. Di certo non si può privatizzare la sanità italiana, come si vorrebbe privatizzare la politica (con i governi tecnici, ad esempio). Io non voglio questo. La politica deve essere l’elemento fondamentale di questo Paese.
Identico problema che si pone per le banche…
Esatto. Una volta le banche erano gestite e coordinate direttamente dallo Stato. Adesso sono loro a comandare sullo Stato. E’ ovvio che se un presidente del consiglio (e altri suoi fiduciari) hanno interessi diretti nelle banche, si finisce per fare una politica a favore delle banche. Esiste una commistione con le banche. Il Bonus 110, ad esempio, è stato utile alle banche. Fino a quando avevano un interesse nel progetto, allora il Bonus è andato bene a tutti. Poi sono stati chiusi i rubinetti. E il problema è pure europeo; la politica deve intervenire anche su Basilea 1, 2, 3 e 4 – protocolli che hanno concesso interessi stringenti a favore esclusivo delle banche. Se vogliamo essere socialisti e socialdemocratici, dobbiamo intervenire proprio su questi elementi. Le regole attuali sono solo a favore delle banche. Bisogna invece eliminare le commistioni tra i CdA delle banche e la politica, in Italia come in Europa. Conosciamo i problemi che hanno dovuto sopportare alcuni imprenditori quando alcune banche hanno proceduto alle fusioni societarie: si sono ritrovati dall’oggi al domani in centrale rischi, con flussi di credito immediatamente bloccati. E la politica non è intervenuta a calmierare queste situazioni. I commercianti e i piccoli imprenditori sono in difficoltà, e bisogna risollevare la loro situazione. La classe media continua ad essere martirizzata dalla politica, nonostante sia proprio quella che non va più a votare, perchè è sfiduciata. Ecco perchè bisogna tornare ad ascoltare i cittadini: come quando ero sindaco. Era una politica fatta per poter intervenire sulle piccole cose. Era una gran soddisfazione aiutare chi ti sottoponeva un problema.
E per quanto riguarda il sistema universitario italiano?
Io ho avuto la fortuna di studiare al politecnico di Milano, con alcuni docenti che facevano parte anche della sinistra rivoluzionaria. Ho studiato sui loro libri. Ero responsabile dei giovani del mio partito, e quindi giravo anche tra le università. Avevamo il nostro spazio, ci concedevano la parola, E gli stessi docenti cercavano con noi il dibattito. Ricordo la professoressa Ida Farè, con la quale ho avuto un dialogo molto forte. Suo marito era un professore di Autonomia Operaia, finito perfino in carcere. Con lei parlavo di urbanistica, di sviluppo delle città, e in sostanza di politica. Ho dovuto ringraziarla, alla fine. Oggi invece le università non sono più culle di confronto politico: fai il tuo esamino e basta. Se gli stessi docenti non si interessano più di politica, anche i giovani si allontanano dalla politica. Invece bisogna recuperare i pensatori, e accogliere il loro supporto. Saragat, ad esempio, ha scritto cose fondamentali: oggi, invece, molti non sanno nemmeno che è stato Presidente della Repubblica. Ma è importante attualizzare il suo pensiero e quello dei grandi autori come lui.
Abbiamo problemi anche nel sistema dell’informazione, allora?
E’ difficile oggi leggere un quotidiano. Una volta leggevamo due o tre quotidiani per avere un’idea globale chiara e articolata dei problemi. Oggi invece sono tutti appiattiti. Per questo noi costruiremo ne La Giustizia un centro di condivisione di idee politiche, variegate e diversificate, utili al confronto. Le correnti di pensiero sono basilari per fare buona politica. Il pensiero unico è deleterio. Lo Stato italiano deve tornare ad essere intellettualmente autonomo.
Come nella politica estera?
Certo. Abbiamo tutte le capacità per tornare ad essere centrali anche nei rapporti internazionali. Pensiamo a Craxi, De Michelis, Andreotti. Non è facile esportare la democrazia: non lo si fa con i missili. Bisogna tornare a stringere accordi di sviluppo economico con le aree nelle quali siamo stati grandi un tempo: Libia e Tunisia, ad esempio. E lo si deve fare in uno spirito di democrazia graduale. Pensiamo a Berlusconi, e ai suoi accordi economici con Gheddafi. Oggi è tutto crollato. Il Medio Oriente va invece recuperato, soprattutto perchè l’Italia è naturalmente un paese frontista. E torniamo quindi alle necessarie basi culturali: prima di partire con un progetto bisogna studiare la situazione di partenza, e il suo contesto storico, economico, religioso e culturale. Esportare la democrazia è una cosa delicata che comporta grande cultura in partenza. E l’Italia può farlo. Abbiamo avuto ministri degli esteri capaci (Boniver, Martino, Andreotti, Moro), dei veri fuoriclasse. E dobbiamo tornare ad averli.
Uno sguardo d’insieme per il futuro?
Dobbiamo agire su due fronti simultanei: ricostruire la politica in Italia, e in Europa. E per farlo dobbiamo riportare i giovani a fare politica. Sono loro che hanno il futuro nelle mani, e dobbiamo passare loro il testimone, tornando a fare tavoli di dibattito e confronto, scendendo nelle strade, ascoltando le persone. Molti giovani si avvicinano proprio ad Azione perchè hanno studiato il suo programma e l’hanno trovato davvero molto innovativo. Sarà interessante capire quale sarà la loro scelta elettorale. Senza dimenticare l’insegnamento di Nenni: “tutti insieme dal basso“, tutti insieme, abbandonando l’idea malsana del “posto”. La politica non è la carica, non è il posto alle Camere: bisogna ricostruire la politica partendo dalle basi, dalle fondamenta di un progetto, come si fa per costruire bene qualunque cosa. Del resto, faccio l’architetto. Non potrei pensarla diversamente.


1 commento
Che triste non saper prendere nulla di buono dalla storia e contribuire a scrivere il futuro,
Siamo un popolo di analfabetti ,anche se parzialmente scolarizzati.
Ilnostro è un pabulum Umano strano
Sono tutti affetti da ventilazione dentopolmonare, i neuroni se ci sono
Lo “furono”?