Tra modifiche ed emendamenti la riforma della nostra attuale forma di governo procede. I lavori sono in corso, mentre notizie più o meno limpide sulla questione arrivano troppo spesso alterate ai cittadini. Per cercare di diradare le ombre che inevitabilmente si assiepano sul tema, Enrico Buemi è tra le persone più indicate per esaminarne i punti cruciali.
Onorevole, ci parli della questione Premierato
Se la problematica è quella relativa alla stabilità dell’azione di Governo, le condizioni sono due: il consenso dell’opinione pubblica, e il consenso delle forze politiche che compongono le maggioranze di Governo in Parlamento. I due livelli possono sommarsi o contrapporsi: il primo ha una forte influenza sul secondo perché siamo in una società altamente mediatica. Sappiamo che governi e forze politiche operano ormai in funzione di percentuali prossime alle zero/virgola nei sondaggi, per valutare il polso del gradimento della propria opera.
Sottesa però c’è ancora un’altra questione: il Presidente del Consiglio vuole avere mano libera, per avere più efficacia nella sua azione di Governo? Anche riducendo la dialettica democratica, per prendersi il ruolo dell’uomo forte? Allora il discorso cambia. Perché, se è così nella proposta l’impianto costituzionale non è più quello parlamentare. Perché la legittimazione si instaura tra popolo elettore e soggetto chiamato alla guida del Governo, senza la mediazione e la fiducia del Parlamento.
E quale rischio si paventa, in tutto ciò?
Se si saltano le mediazioni parlamentari, quelle volute dal costituente e presenti più o meno in tutti i sistemi parlamentari liberali, si realizza l’ideologia dell’uomo della provvidenza. E qui direi che abbiamo già dato. Tornando sulla prima questione, se il problema è solo la necessità di garantire la stabilità di Governo, allora non c’è bisogno di cambiare il nostro sistema costituzionale, che si regge su un Governo a mandato parlamentare. La stabilità dipende dal mantenimento o meno del consenso da parte della maggioranza parlamentare sul Governo. Per farlo ci sono due strade: quella del consenso parlamentare ricercato nella faticosa dialettica quotidiana sulle proposte e sui programmi e, se ciò viene reso impossibile, abbiamo la fase in cui si mette in discussione il Governo in carica e si individua immediatamente la soluzione di Governo sostitutiva. Senza l’individuazione di una nuova maggioranza di Governo e di una sua leadership, non si può passare alle dimissioni del Governo in carica. Questo Sistema è già attuato in Germania, con la sfiducia costruttiva.
Sarebbe una buona soluzione, allora, la sfiducia costruttiva?
In Germania è un principio garantito. In Italia non è prevista, ma si può realizzare tecnicamente. Con soluzioni che, in caso di fase di crisi, se ne formalizza il superamento dal Capo dello Stato attraverso l’indicazione maturata in Parlamento, e non attraverso la consultazione, come oggi avviene. Per ottenere questo risultato basterebbe modificare in modo speculare e contemporaneo i Regolamenti di Camera e Senato. Così facendo l’incarico da parte del Capo dello Stato sarebbe una presa d’atto di quanto legittimato dal passaggio parlamentare. La fiducia deriverebbe comunque dalle forze di maggioranza, di quella precedente o di quella nuova, formatasi in occasione della crisi, senza intaccare la continuità della legislatura. Non ci sarebbe neanche il passaggio attraverso il regime della prorogatio (che di fatto avrebbe un’azione di Governo depotenziata), perché nel momento in cui ti sfiducio, ho già pronto il nuovo Governo. Queste modifiche possono essere fatte in ognuna delle due Camere in autodichia. I meccanismi già ci sono. Ma ripeto: servirebbe una modifica del Regolamento, in modo speculare in Camera e Senato. Se, invece, il Capo dello Stato non ha indicazioni alcune dalla maggioranza o il Presidente del Consiglio si dimette per sua scelta, allora entra nel pieno delle sue prerogative. Non serve nessun referendum né alcuna riforma costituzionale, pesi e contrappesi rimangono quelli attualmente previsti.
Possiamo intravedere delle mire nascoste, quindi?
Beh, se il vero obiettivo fosse la stabilità di Governo, potrebbero bastare le soluzioni appena citate. Se invece vogliamo “l’uomo della provvidenza”, allora spazio alla provvidenza! Perché significa cambiare tutto, ma sarebbe necessario mettere in campo pesi e contrappesi indispensabili per garantire un impianto costituzionale democratico. Dobbiamo ricordare che i regimi autoritari non arrivano da un giorno all’altro, e gli elettorati sono facilmente strumentalizzabili, attraverso campagne populistiche e di distrazione di massa, senza utilizzare mezzi meno consueti come quelli che sono in vigore in altri paesi dove le libertà sono molto ridimensionate se non annullate, come nella Russia di Putin, che ha gradualmente chiuso giornali e tv e ha recluso o ammazzato gli avversari politici, e quindi tutto il dissenso. Ciò è stato ottenuto modificando per fasi il sistema delle garanzie e dei contrappesi.
Dobbiamo affidarci alla Costituzione?
Checché se ne dica, il nostro è un sistema perfetto, e utile per tutte le occasioni. Purché non sia modificato in modo surrettizio attraverso processi e cambiamenti di regole apparentemente democratici. Ad esempio, i poteri del Presidente della Repubblica già si attivano con la consueta e ordinaria flessibilità: di volta in volta, è la situazione politica di fase che dilata o restringe i suoi poteri. Se la politica è in grado di agire, dando indicazioni chiare, allora la discrezionalità del Capo di Stato sarà ridotta. Al contrario si allarga il suo potere di proposta se vi è la necessità concreta di trovare una soluzione alla crisi attraverso anche scelte straordinarie di Governo “tecnico”, senza una designazione diretta delle forze politiche, ma che comunque otterrebbe la fiducia di una maggioranza nelle due Camera. Non trovandola, Il Presidente della Repubblica procederebbe allo scioglimento delle due Camere ed indire nuove elezioni, secondo quanto previsto attualmente.
Deriva di regime, allora?
Devono dirci la verità: le bugie hanno le gambe corte. Se vuoi saltare una fase (parlamentare) per eleggere direttamente il Presidente del Consiglio, significa che stai mettendo in discussione sia i poteri del Parlamento che del Capo dello Stato, perché togli al Presidente della Repubblica la facoltà di scegliere il Presidente del Consiglio, in base alle indicazioni del Parlamento, ed al Parlamento di concedergli la fiducia, in quanto sarebbe automatica la sua elezione da parte degli elettori. Già Berlusconi aveva risolto il problema politico con l’indicazione, da parte dell’elettore, mettendo sulla scheda elettorale il nome del candidato Presidente del Consiglio, lasciando invariato però l’impianto costituzionale esistente. Ripeto: gli strumenti ci sono, ma l’elezione diretta del premier modificherebbe la Costituzione in maniera sostanziale, e passeremmo da una Repubblica Parlamentare a una Repubblica Premierale, dove lui decide quando andare a nuove elezioni, e il passaggio dal Capo di Stato diventa puramente simbolico, e decade completamente il concetto di fiducia al Governo da parte del Parlamento. Esattamente come avviene già con i Sindaci podestà, o i Presidenti podestà. Oggi il Parlamento riesce ad arginare gli eventuali “eccessi” del Capo del Governo, domani sarebbe ricattato con la minaccia di essere mandati tutti a casa ed andare a nuove elezioni, il cui potere di indirle passerebbe nella sostanza al Presidente del Consiglio. Poi sulla base dell’attuale legge elettorale nelle nuove liste di candidati, lo stesso metterebbe parenti ed amici più o meno affidabili e capaci…. L’esperienza dei consigli comunali e regionali, fortemente ridimensionati nei loro ruoli, è sotto gli occhi di tutti, concentrando di fatto quasi tutti i poteri nelle mani di figure monocratiche. Quella che vogliono far passare come semplice modifichetta, in realtà è qualcosa di molto incisivo. E senza scomodare i grandi luminari del diritto costituzionale che hanno già argomentato in proposito, sarebbe necessario prima di tutto spiegare al Paese cosa stanno tentando di fare.
Cosa dovrebbe sapere, il Paese, che non viene detto?
Ad esempio, che non è vero quanto sostiene qualcuno: la modifica sul premierato sarebbe poi l’anticamera dell’elezione diretta del Capo di Stato. Non è vero perché, con un Capo di Governo così, il Capo dello Stato sarebbe una figura puramente simbolica. In maniera a dir poco sprovveduta o in mala fede, stanno cercando di darsi più poteri, sperando così di poterli mantenere attraverso strumentazioni giuridiche meno democratiche, non tenendo conto che non si sa cosa il futuro riserva. Si tratta, insomma, di una grande operazione di alterazione della democrazia, invocando l’efficienza dell’azione di Governo, nella sostanza “non disturbate il manovratore”. Io penso, però, che questa riforma non passerà, allora il motivo della proposta è quella di creare una scusa clamorosa, davanti all’elettorato, per giustificare tutto ciò che non sono riusciti a fare, mentre erano al potere. Hanno fatto, in campagna elettorale, delle promesse non realizzabili; poiché sostanzialmente le balle non si possono realizzare, allora trovano un’altra balla per giustificare il loro imbroglio sul programma. Penso che, come tutte le altre volte, stanno facendo perdere tempo all’Italia, che non ha bisogno di modifiche costituzionali ma di responsabili, chiare e realizzabili proposte programmatiche.
In conclusione?
Nella sostanza, in presenza di un rischio di declino del consenso si individuano artifici tecnico-giuridici a totale scapito della democrazia. Questo è il succo dell’ideologia fascista (mi viene in menta la celebre scena tratta da Il marchese del grillo, che renderebbe benissimo l’idea della tracotanza di questo Governo). Altroché saluti fascisti nelle piazze! Non sono nulla, rispetto a tale finalità antidemocratica. Per questo la resistenza e l’antifascismo sono nella Costituzione. Perché chi l’ha vissuto, quel periodo, (cioè i partiti dell’arco costituzionale), ha messo nella Carta costituzionale l’antidoto al possibile veleno fascista. Ma bisogna vigilare perché il rischio rimane. Il richiamo ai sistemi di altri paesi è puramente retorico perché, come è evidente nella cronaca politica del mondo, essi non mettono a riparo né dalle derive di in stabilità delle azioni di Governo, (vedi USA e Francia), né dal rischio di leadership non democratiche.
Dobbiamo alzare la guardia contro questa pericolosa deriva?
Certo: è inutile parlare di efficienza parlamentare, da realizzare attraverso il restringimento della dialettica democratica. Bisogna, invece, lavorare per obiettivi da realizzare attraverso il consenso in Parlamento. È faticoso il raggiungimento degli stessi, ma questa è la fatica della democrazia. Purtroppo, il germe antidemocratico non è solo nella destra; l’incapacità di superare la difficoltà dell’azione di Governo attraverso la ricerca del consenso, è una debolezza di molti governi di varia tendenza. Il superamento delle spinte derivanti da interessi particolari, certamente rappresentati in Parlamento, deve essere realizzato attraverso la proposta di provvedimenti di effettivo interesse comune, e non di parte. Con la scusa della “stabilità di Governo” già in passato qualcuno sprovvedutamente aveva fatto gli stessi tentativi (mi vengono in mente le tante infauste commissioni bicamerali sul tema). Questo è il germe maligno del potere: quando governi e trovi difficoltà a raggiungere i tuoi obiettivi, e spesso hai difronte un’opposizione divisa ed incapace di tenerti testa, tu diventi Dio. E Dio può fare quello che vuole, anche modificando le regole fondamentali, con l’apparente fine dell’efficienza di Governo. I danni fatti dal populismo, anche di una pseudo sinistra, sono stati micidiali: la modifica del titolo V, le leggi elettorali truffaldine, la modifica della legge sugli enti locali e la demagogica legge Bassanini, hanno alterato già di molto il rapporto democratico tra cittadini ed eletti. La nostra è una buona Costituzione, non solo più bella del mondo: è la più democratica, e bisogna ripristinare il suo spirito, per questo dobbiamo difenderla ora più che mai.
E di difendere la Costituzione, Enrico non ha smesso mai. Sul tema qui esposto, in particolare, sarebbe da riprendere la sua Proposta di Modificazione del Regolamento del Senato, che risale al settembre 2013 ma si rivela oggi più attuale che mai. O ancora la sua ulteriore Proposta sul medesimo tema, del successivo dicembre 2016. I suoi mandati in 3 successive legislature (XIV, XV e XVII) sono un florilegio di proposte, emendamenti, interrogazioni e atti di iniziativa legislativa, tutti volti al rispetto e alla tutela concreta dello spirito democratico della nostra democrazia.


1 commento
Concordo. Serve a poco discutere su temi collaterali. Vogliono un duve e su questo punto è necessario non mollare.