Alla Camera dei Deputati, il 12 luglio 1917, discutendo dell’esercizio provvisorio dei bilanci fu lui a dire “Signori del mio Governo e di tutti i Governi d’Europa, udite la voce che sale da tutte le trincee in cui è squarciato il seno della madre terra; essa detta l’ultimatum della vita alla morte: il prossimo inverno non più in trincea”. Quale miglior afflato di pacifismo internazionalista? E di convinto socialismo riformista?
Andiamo con ordine. Socialismo e Internazionalismo sono strettamente legati, basandosi sull’idea che la classe lavoratrice (il cosiddetto “proletariato”, termini oggi non più perfettamente aderente alla realtà di allora) debba unirsi superando i confini nazionali per sconfiggere il capitalismo e ridurre le disuguaglianze sociali ed economiche. Storicamente, questo principio si è manifestato nelle varie “Internazionali”, che posero tutte al centro del palco la solidarietà di classe contro il nazionalismo. Che bella cosa, le “internazionali”: organizzazioni nate per coordinare i movimenti socialisti e comunisti a livello mondiale, ciascuna col proprio carattere. La Prima (marxista), la Seconda (socialista) e la Terza (comunista, madre del Comintern).
E qual era il principio fondamentale che ha sempre unito marxismo e socialismo? L’idea che i lavoratori di tutto il mondo condividessero gli stessi interessi contro la borghesia. E che sarebbe bastato questo per tenerli uniti nella causa comune. C’è una punta di nostalgia nel cuore degli storici, quando ripensano a simili assunti. Come c’è sempre nostalgia nel ricordare ciò che non c’è più. Oggi mancano i proletari, e manca forse anche la borghesia. L’avanzare del capitalismo e del livellamento delle classi in nome del benessere diffuso ha cancellato quell’antica categorizzazione sociale basata sull’inquadramento economico e culturale dei cittadini. I punti di riferimento che sostenevano quelle dottrine sono andati persi, ma l’internazionalismo riformista continua ad avere il suo perché.
Perché l’internazionalismo ha lottato contro le correnti nazionaliste. Non possiamo dimenticare l’esempio chiave costituito dal dibattito interno al Partito Socialista Italiano nel 1914, tra neutralisti e interventisti. Poi il concetto ha vissuto trasformazioni importanti, come la transizione dall’internazionalismo rivoluzionario al riformismo, specialmente in alcuni partiti comunisti europei.
Noi italiani abbiamo un chiaro e fulgido esempio di forte sostenitore e divulgatore dell’internazionalismo riformatore: Claudio Treves. Fu lui ad analizzare il legame tra socialismo e internazionalismo nella storia d’Italia.
Il torinese Treves, classe 1869, si laureò in giurisprudenza nel 1892 vivendo a pieno l’esperienza universitaria repubblicana di fine ‘800. Aderì subito al socialismo e ne divenne membro del comitato direttivo della federazione regionale piemontese nel 1894. Appena applicate le leggi eccezionali, fu condannato a due mesi di confino. Decise di compiere molti viaggi all’estero: allora chi viaggiava era considerato in qualche modo superiore a chi restava a casa, non fosse altro per il bagaglio di conoscenze che avrebbe accumulato nel suo peregrinare. Treves fu in Germania, Francia, Svizzera, Olanda, Belgio e Scandinavia, e collaborò a molto giornali: «Per l’idea», «Grido del popolo» (di cui fu direttore dal 1896 al 1898), «Avanti!» (che diresse dal 1910 al 1912), «Critica Sociale», «Lotta», «Lotta di classe», «Rassegna popolare del socialismo», «Riscatto» e «Università popolare» (fu membro del consiglio milanese dell’omonima istituzione fino al 1915).
Tornato in Italia nel 1899, si fermò a Milano e qui iniziò a dirigere «Il Tempo», che presto divenne (sotto la sua guida illuminata) organo principale del socialismo riformista. Fu stretto collaboratore di Turati, e nel 1906 fu eletto deputato a Milano. Dopo la scissione tra massimalisti e riformisti, nel 1922 fu nominato direttore dell’organo del Partito socialista unitario, «La Giustizia», soppresso poi nel 1925. Un anno dopo scelse la via dell’esilio, emigrando prima in Svizzera e poi in Francia, dove fu tra i collaboratori più assidui del quindicinale del Partito socialista dei lavoratori italiani, «Rinascita socialista» e, dall’aprile 1927, direttore de «La Libertà», organo della Concentrazione antifascista.
Nel 1930 fu al fianco di Pietro Nenni nel congresso di unificazione socialista. Sostenne la tesi dell’unità internazionale antifascista in tre diversi convegni internazionali: il congresso laburista del 1930, il congresso internazionale sindacale di Madrid del giugno 1931 e il congresso dell’Internazionale socialista di Vienna del luglio 1931. Morì a Parigi l’11 giugno 1933, pochi mesi dopo che Hitler salisse al cancellierato. Non deve essere trapassato sereno.
Di lui scrisse lo stesso Turati, su Critica Sociale: “Il Treves è una mente poliedrica e critica, naturalmente adattissima alle sane ribellioni non conformiste (…). Egli possiede, oltracciò, una forza speciale, che non è di tutti, che anzi, in quella stessa misura, è di pochissimi: una certa sorridente e quasi scettica indifferenza a ciò che altri può dire o inferire dalle sue opinioni, che sembra apatia, ed è equilibrio morale”.
Fu Treves, fino a pochi giorni prima della Marcia su Roma, a portare avanti un’analisi lucida e non rancorosa delle ragioni ideali e politiche delle divisioni esistenti nella sinistra, che vedevano i riformisti ancorati ad una visione progressiva di quella che egli definì, con una immagine quasi mistica, l’«ascensione del proletariato». Un obiettivo, secondo lui, da conquistarsi giorno dopo giorno, che non poteva essere raggiunto attraverso le scorciatoie violente proposte dagli pseudo-rivoluzionari italiani, ma muovendosi con ferma e costante determinazione sulla “via maestra” dell’organizzazione e dell’educazione delle masse: il suo era un socialismo gradualista, riformista, che non rinnegava il marxismo, pur lasciando sullo sfondo atemporale la trasformazione socialista dell’intera società italiana. E fu ancora lui, nel 1922, a scrivere:
“C’è da distinguere tra le dottrine della forza al servizio dei potenti al potere e le dottrine della forza al servizio dei deboli oppressi che si vogliono rivendicare a libertà. Una somma di debolezze, procedendo per le vie della norma prescritta, diventa forza, restando diritto. (…) E sentiamo vivamente che, per tutti i socialisti che hanno senso di responsabilità, questa non è più l’ora delle polemiche intestine – ma del lavoro”.

