Il liberale conservatore V. Pareto, rivolgendosi più ai suoi amici di pensiero che alla platea socialista, affidò, il 1 settembre 1899, alla rivista milanese Critica Sociale la sua convinzione critica sul ruolo e l’azione dei liberali Italiani. Che poi abbia scelto la rivista culturale di Turati e della Kuliscioff dimostra in quale alta considerazione tenesse quella rivista.
“Non è solo in Italia, ma in tutta Europa, che si osserva lo strano fenomeno dei socialisti, i quali, nella battaglia per la libertà, prendono il posto disertato dai liberali, o da quelli che si credono tali. Costoro quasi sempre hanno predicato bene e raspato male”.
Fin dai primi anni di vita della rivista, alcuni tra i più grandi intellettuali liberali, infatti, non nascosero il loro apprezzamento per la rettitudine morale, l’assenza di dogmatismi e la dimostrata disponibilità di Critica Sociale ad accogliere contributi diversi, anche quelli lontani dal pensiero socialista, purché desiderosi di contribuire alla battaglia per la libertà e la modernizzazione del Paese.
Fu così anche per esponenti anarchici, repubblicani e radicali. Turati e la Kuliscioff, infatti, intesero chiarire fin dal primo numero della loro rivista che l’analisi critica e non i preconcetti e i pregiudizi di partito, sarebbe stata “uno dei capisaldi del programma nostro”.
Tale apertura si riscontrò anche in tutti i giornali socialisti, specie quelli riformisti, editi in molte città italiane. Ne è un esempio significativo il quotidiano sorto a Reggio Emilia per volontà di Camillo Prampolini: La Giustizia. Pur essendo prevalentemente un giornale di cronaca politica nazionale e locale, La Giustizia non trascurò mai l’aspetto culturale e educativo, ospitando o commentando spesso anche i contributi di scrittori e intellettuali esterni al partito.
Di Vilfredo Pareto, che non nascose mai la sua distanza dall’ipotesi socialistica, la Critica ospitò diversi interventi di carattere economico. Benedetto Croce si vide pubblicato, nel 1897, una sua importante nota a un saggio di Antonio Labriola sul materialismo storico.
Nel caso di Luigi Einaudi, insegnante tra l’altro di Piero Gobetti di scienza delle finanze alla facoltà di giurisprudenza di Torino, si trattò invece di una vera collaborazione dettata da un affetto e da una immensa considerazione per quel prodotto culturale.
A testimonianza di ciò vale questo elogio estratto dalla lettera scritta da Einaudi nel maggio 1899 a Filippo Turati, allora recluso ingiustamente per i tumulti milanesi dell’anno prima:
“Una delle cose di cui ho sentito così vivamente la mancanza in quest’ultimo anno è la Critica Sociale. Capita raramente che vi sia una rivista tale da farsi leggere da capo a fondo.
La Critica Sociale era l’unica che io riuscivo a leggere tutta, e di cui aspettavano l’arrivo il giorno della pubblicazione.
Una gran parte di questa attraenza derivava dal fatto che di solito nelle riviste comuni, cosiddette scientifiche, sotto all’articolo si sente spuntare il titolo, o si comprende il motivo più o meno disinteressato, che lo ha fatto scrivere.
Invece nella Critica Sociale si vedevano cose scritte, forse qualche volta in modo da tradire l’inesperienza, ma sempre dietro l’impulso genuino di dire qualcosa che bolliva in capo allo scrittore”.
L’avventura di Critica sociale terminò alla fine del 1925 con la legge fascista che vietava la stampa d’opposizione, che fatalmente coincise con la morte di Anna Kuliscioff, che, con il compagno di vita e di lotta Turati, costituì l’anima della prestigiosa rivista.

